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Economia

Intesa, i soci approvano l’aumento di capitale per l’Opas su Mps. Messina: «Passaggio fondamentale»

Gli azionisti di Intesa Sanpaolo hanno approvato a larghissima maggioranza l’aumento di capitale destinato all’Opas su Monte dei Paschi. Il progetto prevede la tutela del marchio Mps e della sede di Siena, mentre il Monte prepara le offerte su Banco Bpm e Banca Generali.

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Via libera degli azionisti di Intesa Sanpaolo all’aumento di capitale destinato all’Opas su Monte dei Paschi di Siena. Per l’amministratore delegato Carlo Messina si tratta di un «passaggio fondamentale per realizzare l’operazione».

La proposta è stata approvata dal 96,96% del capitale rappresentato in assemblea, corrispondente complessivamente al 63,9% del capitale sociale. Alla riunione hanno partecipato, attraverso il rappresentante designato, quasi 4.900 azionisti.

Tra i presenti, gli investitori istituzionali rappresentavano il 69,6% del capitale, mentre le fondazioni si attestavano al 29,5%. Il risultato suggerisce un ampio sostegno dei grandi fondi internazionali, alcuni dei quali presenti anche nell’azionariato di Mps.

Messina: «Preserveremo l’identità di Mps»

«Monte dei Paschi di Siena rappresenta una storia unica nel panorama bancario mondiale», ha dichiarato Messina, ricordando gli oltre cinque secoli di storia dell’istituto e il suo legame con Siena, la Toscana, le famiglie e le imprese del territorio.

Per il ceo, Mps costituisce «un patrimonio di identità, professionalità, relazioni e fiducia» che Intesa vuole preservare e valorizzare all’interno di un progetto industriale «più ampio, più solido e con maggiori possibilità di crescita».

In caso di successo dell’offerta, il progetto prevede il mantenimento del marchio Mps e della sede centrale a Rocca Salimbeni.

Il ruolo di Generali e Mediobanca

L’operazione comporterebbe anche l’acquisizione di una partecipazione in Assicurazioni Generali, detenuta da Mps, con finalità definite da Messina «puramente finanziarie». La presenza di Intesa dovrebbe contribuire, secondo il banchiere, alla stabilità dell’azionariato e all’indipendenza del gruppo triestino.

Un altro elemento strategico è rappresentato da Mediobanca. Messina intende valorizzarne il marchio, le professionalità e le competenze distintive all’interno di un gruppo bancario con dimensioni maggiori e un più forte ruolo europeo.

Secondo le previsioni illustrate, il nuovo gruppo potrebbe arrivare a 13.100 assunzioni e superare i 16 miliardi di euro di utile netto.

Il possibile coinvolgimento di Unipol

Il progetto contempla, dopo il completamento dell’Opas, il coinvolgimento di Unipol per la creazione del secondo gruppo bancario italiano, caratterizzato da una forte base azionaria nazionale.

«Siena e la Toscana avranno un ruolo importante», ha assicurato Messina. L’integrazione dovrebbe unire il radicamento territoriale del Monte con le risorse e la capacità d’investimento di Intesa, rafforzando il sostegno a famiglie, piccole e medie imprese e iniziative economiche e sociali.

Il ceo ha ricordato che Intesa affronta l’operazione «da una posizione di grande forza», grazie alla redditività, alla solidità patrimoniale e alla capacità dimostrata di raggiungere gli obiettivi annunciati.

Mps prepara le offerte su Banco Bpm e Banca Generali

Mentre Intesa compie un passo decisivo verso Mps, l’istituto senese ha depositato presso la Consob i documenti relativi alle offerte su Banco Bpm e Banca Generali.

L’obiettivo è avviare le operazioni entro la prima metà di dicembre e concluderle nella prima metà di febbraio. Prima sarà però necessario il via libera dell’assemblea straordinaria di Mps, convocata per il 29 ottobre.

L’amministratore delegato Luigi Lovaglio è al lavoro per costruire il consenso necessario all’approvazione delle delibere. Serviranno i due terzi dei voti per superare i vincoli della passivity rule. Il passaggio si annuncia complesso, anche per le divisioni già emerse tra gli azionisti e per la necessità di convincere Crédit Agricole e Generali, soci rilevanti rispettivamente di Banco Bpm e Banca Generali.

Positivo il commento del presidente di Confindustria Emanuele Orsini: «Un pezzo di Paese crede nell’Italia». Sul dossier Generali ha aggiunto di preferire che il risparmio degli italiani resti gestito da operatori italiani.

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Economia

Mps, cda straordinario dopo il rilancio di Intesa Sanpaolo

Monte dei Paschi convoca un consiglio straordinario dopo l’aumento di 25 centesimi per azione della componente cash dell’Opas di Intesa Sanpaolo. Il fronte contrario al piano Lovaglio supera il 33% del capitale. Restano da definire le prossime mosse di Siena, in attesa dell’assemblea del 29 ottobre e delle raccomandazioni dei proxy advisor.

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Il risiko bancario entra in una settimana decisiva per Monte dei Paschi di Siena. Dopo il rilancio di Intesa Sanpaolo, che ha annunciato un aumento di 25 centesimi per azione della componente in contanti della propria offerta, Mps ha convocato per lunedì 12 ottobre un consiglio d’amministrazione straordinario. Sul tavolo, la situazione determinata dalle posizioni dei principali azionisti, contrari al piano difensivo dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio.

Il passaggio centrale resta l’assemblea del 29 ottobre. Il gruppo guidato da Carlo Messina ha legato la prosecuzione dell’offerta alla mancata approvazione delle operazioni individuate come ostative: le iniziative su Banco Bpm e Banca Generali e la distribuzione straordinaria prevista dal piano senese.

Il rilancio di Intesa e le condizioni dell’offerta

L’aumento annunciato da Intesa Sanpaolo riguarda la parte in denaro dell’offerta pubblica di acquisto e scambio, la cosiddetta Opas, sulle azioni Mps.

Il miglioramento del corrispettivo si accompagna a una condizione precisa: se l’assemblea del Monte approverà le delibere indicate da Intesa come incompatibili con l’operazione, l’offerta diventerà inefficace.

Il voto di fine ottobre assume quindi un peso che va oltre il piano di Lovaglio, perché inciderà anche sulla possibilità di proseguire con la proposta di Ca’ de Sass.

Oltre il 33% del capitale contrario al piano Lovaglio

Nel corso della settimana si è consolidato il fronte degli azionisti intenzionati a votare contro le proposte del vertice senese. Ne fanno parte Delfin, con il 17,5%, il gruppo Caltagirone, con il 13,5%, la famiglia Benetton, con l’1,45%, e Praude Asset Management, con lo 0,72%.

Complessivamente, queste partecipazioni superano il 33% del capitale. Una posizione che rende particolarmente difficile l’approvazione delle operazioni difensive, per le quali è richiesta una maggioranza qualificata.

Le contestazioni riguardano le offerte su Banco Bpm e Banca Generali, oltre alla distribuzione straordinaria da circa 4 miliardi di euro, prevista tra contanti e azioni Generali.

Banco Bpm, pesa il no di Crédit Agricole

Un ulteriore ostacolo all’offerta del Monte su Banco Bpm arriva da Crédit Agricole, azionista dell’istituto di Piazza Meda con una partecipazione vicina al 30%.

Il gruppo francese ha annunciato che non conferirà le proprie azioni nell’offerta di Mps. Una scelta rilevante per le prospettive dell’operazione.

La banca guidata da Giuseppe Castagna ha già in calendario un consiglio d’amministrazione per martedì 13 ottobre. Non è esclusa un’informativa sugli sviluppi del risiko, ma al momento non risultano decisioni annunciate in questo senso.

Le possibili mosse di Siena restano da definire

Il consiglio straordinario di Mps sarà chiamato a valutare il quadro emerso dopo il rilancio di Intesa e le prese di posizione degli azionisti.

Tra gli scenari possibili figurano il ritiro delle proposte assembleari o un rinvio dell’appuntamento del 29 ottobre. Si tratta, tuttavia, di ipotesi, non di decisioni già assunte: un eventuale cambiamento di calendario o di strategia dovrà essere motivato e comunicato al mercato.

Circolano inoltre indiscrezioni sull’intervento di un cavaliere bianco, cioè un soggetto alternativo in grado di sostenere una soluzione diversa, e su una possibile nuova distribuzione straordinaria. Anche queste eventualità restano prive di conferme.

Attese le indicazioni di Iss e Glass Lewis

Prima dell’assemblea sono attese anche le raccomandazioni di Iss e Glass Lewis, i consulenti che forniscono agli investitori istituzionali indicazioni sulle proposte sottoposte al voto.

I loro orientamenti possono influenzare le scelte dei fondi, pur senza vincolarle. Saranno quindi un altro elemento importante per valutare gli equilibri assembleari.

La prima verifica arriverà dal consiglio di lunedì: da Siena si attendono indicazioni sulla tenuta del piano Lovaglio e sulle eventuali alternative, mentre il futuro dell’offerta di Intesa resta legato alle decisioni dei soci.

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Economia

Equo compenso agli editori, il Tar respinge il ricorso di Meta

Il Tar del Lazio ha confermato la legittimità del regolamento Agcom sull’equo compenso per le pubblicazioni giornalistiche online, respingendo il ricorso di Meta. La decisione segue la pronuncia della Corte di giustizia Ue del 12 maggio 2026. Soddisfatta la Fieg, mentre la Fnsi richiama il diritto degli autori a una quota tra il 2% e il 5% del compenso. Meta valuta i prossimi passi.

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Il Tar del Lazio respinge il ricorso di Meta e conferma la legittimità del regolamento Agcom sull’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche. Una decisione che rafforza il diritto degli editori a essere remunerati quando autorizzano le piattaforme a utilizzare i propri contenuti e riapre la questione della quota da riconoscere ai giornalisti che li producono.

La pronuncia riguarda la delibera Agcom del 19 gennaio 2023, con cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha stabilito i criteri per determinare il compenso. Il tribunale amministrativo ha ritenuto le misure italiane funzionali a garantire l’efficacia dei diritti riconosciuti agli editori dalla normativa europea.

Il Tar conferma il regolamento Agcom

A contestare il provvedimento era stata Meta Platforms Ireland, la società che gestisce servizi destinati agli utenti europei, tra cui Facebook.

Secondo l’azienda, il recepimento italiano dell’articolo 15 della direttiva europea sul diritto d’autore avrebbe introdotto obblighi eccessivi rispetto al quadro comunitario, attribuendo all’Agcom poteri troppo ampi. Meta aveva inoltre sollevato dubbi sulla compatibilità di queste disposizioni con la libertà d’impresa garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Alla fine del 2023, il Tar aveva sospeso il giudizio e sottoposto alla Corte di giustizia dell’Unione europea una serie di questioni interpretative. Dopo la risposta dei giudici europei, il tribunale ha respinto il ricorso, riconoscendo la legittimità dell’impianto italiano.

Quando è dovuto l’equo compenso

La Corte di giustizia Ue, nella sentenza del 12 maggio 2026, ha chiarito che gli Stati membri possono prevedere una remunerazione per gli editori come corrispettivo dell’autorizzazione all’utilizzo online delle loro pubblicazioni.

Il principio è accompagnato da condizioni precise: gli editori devono poter rifiutare l’autorizzazione oppure concederla gratuitamente; non può essere imposto un pagamento alle piattaforme che non utilizzano le pubblicazioni; gli obblighi e le eventuali sanzioni devono rispettare il principio di proporzionalità.

Il Tar ha ritenuto che la disciplina italiana soddisfi queste condizioni. La decisione conferma dunque il quadro normativo e i criteri di determinazione del compenso: non stabilisce una somma unica da versare indistintamente a tutti gli editori.

La soddisfazione della Fieg e la posizione di Meta

Il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti, ha accolto favorevolmente la sentenza, sottolineando che rafforza il diritto degli editori a una giusta remunerazione e contribuisce a rendere più equo il mercato digitale.

La Federazione degli editori auspica ora una piena applicazione del regolamento, a tutela del valore dell’informazione e del pluralismo.

Anche il commissario Agcom Massimiliano Capitanio ha evidenziato la solidità dell’impianto italiano, richiamando il principio secondo cui il lavoro giornalistico ha un valore economico da riconoscere nel rispetto della libertà negoziale delle parti.

Meta, attraverso un portavoce, ha comunicato di valutare i prossimi passi. L’azienda ha inoltre richiamato il procedimento europeo relativo all’attuazione dell’articolo 15 in Belgio, dal quale attende chiarimenti su aspetti che considera centrali.

La Fnsi: una quota deve arrivare ai giornalisti

Per la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, la decisione rappresenta un passaggio rilevante per il settore dell’informazione. Il riconoscimento del diritto degli editori, ha osservato, deve però accompagnarsi alla remunerazione degli autori dei contenuti.

La legge italiana prevede infatti che agli autori degli articoli giornalistici sia riconosciuta una quota compresa tra il 2% e il 5% dell’equo compenso. Per i lavoratori autonomi, la quota viene determinata su base convenzionale; per i dipendenti può essere definita mediante accordi collettivi.

La questione riguarda quindi due rapporti distinti: quello tra piattaforme ed editori per l’utilizzo delle pubblicazioni e quello tra editori e giornalisti per la ripartizione del compenso.

Dalla sentenza all’applicazione concreta

Il regolamento Agcom mette al centro la negoziazione tra editori e piattaforme. Se non viene raggiunto un accordo sull’importo entro 30 giorni dalla richiesta di avvio del negoziato, ciascuna parte può rivolgersi all’Autorità, fermo restando il diritto di ricorrere al giudice ordinario.

La pronuncia del Tar consolida questo meccanismo. Il passaggio successivo sarà la sua applicazione nei singoli rapporti, attraverso accordi o procedure di determinazione del compenso, insieme al riconoscimento della quota spettante agli autori.

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Economia

Eni taglia il gasolio a 2,19 euro: il tetto resta a 2,25

Nuovo ribasso del gasolio Eni: il prezzo consigliato passa da 2,21 a 2,19 euro al litro, tornando al livello del primo price cap annunciato il 25 settembre. Il limite ufficiale rimane però a 2,25 euro. Il taglio equivale a un euro su 50 litri, se applicato integralmente alla pompa.

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Eni riduce di altri due centesimi il prezzo del gasolio consigliato ai distributori, portandolo da 2,21 a 2,19 euro al litro. Il tetto ufficiale resta invece fissato a 2,25 euro. Il nuovo ribasso riporta il listino allo stesso livello del primo price cap, annunciato il 25 settembre.

Il prezzo consigliato torna a 2,19 euro

La riduzione riguarda il prezzo consigliato alla rete del marchio, che scende sotto il limite massimo attualmente previsto dalla compagnia.

Il taglio di due centesimi corrisponde a un euro in meno su un rifornimento di 50 litri, qualora il ribasso venga interamente applicato dal distributore.

Prezzo consigliato e tetto sono distinti

Il ritorno a 2,19 euro al litro non modifica il tetto ufficiale di 2,25 euro: il primo è il livello del listino consigliato, il secondo il limite previsto per contenere eventuali picchi.

La distinzione è importante per evitare di interpretare il ribasso come l’annuncio di un nuovo massimale.

Il precedente aumento dopo lo stop allo sconto fiscale

Il tetto iniziale di 2,19 euro era collegato all’agevolazione sulle accise allora in vigore. Dopo la fine dello sconto fiscale, era stato portato a 2,25 euro.

Eni aveva successivamente abbassato il prezzo consigliato a 2,21 euro. Con l’ulteriore riduzione, il listino torna ora al livello precedente, pur mantenendo invariato il tetto.

Per conoscere il costo effettivo del rifornimento resta necessario verificare il prezzo esposto alla pompa, distinguendo tra modalità self service e servito.

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