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Intelligenza artificiale e attacco all’Iran: Claude di Anthropic nel mirino delle indiscrezioni

Indiscrezioni indicano l’uso dell’intelligenza artificiale Claude, sviluppata da Anthropic e integrata nei sistemi Palantir, nell’attacco contro i vertici iraniani. Nessuna conferma ufficiale da Washington o Tel Aviv.

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L’ipotesi è circolata fin dalle prime ore successive all’operazione militare contro i vertici iraniani: nell’individuazione dei bersagli sarebbe stata impiegata anche Claude, il sistema di intelligenza artificiale sviluppato da Anthropic e integrato nei software forniti da Palantir Technologies al Pentagono, alla Cia e a Israele.

Non esistono conferme ufficiali, anche per evidenti ragioni di segretezza militare. Tuttavia, secondo siti specializzati e fonti giornalistiche internazionali, l’impiego di sistemi di IA avanzata nell’operazione sarebbe altamente probabile.

Il precedente venezuelano e il caso Maduro

Il sospetto è stato rafforzato dal parallelo con un’operazione condotta mesi fa in Venezuela, quando Nicolas Maduro fu rintracciato nonostante tentativi di rifugiarsi in nascondigli ritenuti sicuri. Anche in quel caso non vi furono conferme ufficiali, ma diverse testate parlarono del possibile utilizzo di strumenti di analisi predittiva e aggregazione dati basati su IA.

Secondo ricostruzioni giornalistiche, Claude sarebbe stato impiegato sia nella fase preparatoria sia nel supporto operativo.

La rottura tra Anthropic e il Pentagono

Dopo le indiscrezioni sull’utilizzo della propria tecnologia in ambito militare, il fondatore di Anthropic, Dario Amodei, avrebbe chiesto chiarimenti a Palantir sull’impiego dei propri sistemi. Da qui sarebbe nato un attrito con il Dipartimento della Difesa statunitense.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth avrebbe interpretato l’iniziativa come un’interferenza nelle scelte operative. Ne è seguita la rottura formale con Anthropic, definita fornitore “rischioso” in un ordine esecutivo dell’amministrazione guidata da Donald Trump. Amodei ha negato qualsiasi tentativo di veto su specifiche operazioni militari.

Verso OpenAI e xAI, ma la transizione è lunga

Dopo la messa al bando di Anthropic, le tecnologie potrebbero essere progressivamente sostituite da quelle di OpenAI, guidata da Sam Altman, e forse da xAI di Elon Musk.

Tuttavia, l’integrazione di nuovi sistemi nei circuiti classified del Pentagono e dell’intelligence richiederebbe mesi. Per questo motivo, secondo fonti militari citate da media americani, Claude resterebbe ancora operativo nei principali comandi, incluso il United States Central Command.

Project Maven e l’evoluzione della guerra algoritmica

Accanto a Claude sarebbe stato impiegato anche Project Maven, piattaforma di computer vision nata nel 2017 in collaborazione con Google e successivamente sviluppata da Palantir dopo il ritiro dell’azienda di Mountain View per motivi etici.

Questi sistemi vengono utilizzati per tre funzioni principali: raccolta e analisi massiva di dati a supporto dell’intelligence; identificazione e selezione dei bersagli; simulazione di scenari operativi.

Palantir tra Washington e Tel Aviv

Quanto alla divisione dei ruoli tra Stati Uniti e Israele, non vi sono dettagli ufficiali. È noto però che Palantir fornisce tecnologia di sicurezza a entrambi i Paesi.

Il ceo Alexander Karp ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, incontrando più volte il primo ministro Benjamin Netanyahu e riunendo a Tel Aviv il consiglio di amministrazione della società.

Guerra e intelligenza artificiale: un cambio di paradigma

Se confermato, l’impiego di Claude nell’attacco contro i vertici iraniani segnerebbe un ulteriore passaggio verso una guerra sempre più algoritmica.

L’uso dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali militari solleva interrogativi strategici, etici e geopolitici. Al momento, tuttavia, restano solo indiscrezioni supportate da fonti giornalistiche e militari non ufficiali. Le autorità coinvolte non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’eventuale impiego di specifiche piattaforme di IA nell’operazione.

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Sparatoria a Kiev, almeno sei morti: assalitore ucciso dopo il blitz delle forze speciali

Sparatoria a Kiev: almeno sei morti e diversi feriti. L’assalitore barricato in un supermercato è stato ucciso dalle forze di sicurezza.

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Una sparatoria ha sconvolto Kiev, dove un uomo armato ha aperto il fuoco contro alcune persone in strada prima di barricarsi all’interno di un supermercato.

Secondo le autorità ucraine, l’assalitore avrebbe poi preso degli ostaggi, dando origine a una situazione di massima emergenza che ha richiesto l’intervento delle forze speciali.

Il bilancio: vittime e feriti

Il presidente Volodymyr Zelensky ha confermato che il bilancio è di almeno sei vittime.

Dieci persone risultano ferite e sono state ricoverate in ospedale, mentre quattro ostaggi sono stati liberati nel corso dell’operazione.

Il blitz e l’uccisione dell’assalitore

Il ministro dell’Interno Igor Klymenko ha spiegato che l’uomo, originario di Mosca, è stato ucciso durante l’intervento delle forze di sicurezza.

Secondo la ricostruzione ufficiale, avrebbe aperto il fuoco anche contro gli agenti nel momento in cui tentavano di fermarlo, rendendo necessario l’uso della forza letale.

Indagini in corso sulle motivazioni

Le autorità hanno avviato un’indagine per chiarire movente e dinamica dell’attacco.

Il presidente Zelensky ha espresso cordoglio alle famiglie delle vittime e ha chiesto che venga fatta piena luce sull’accaduto nel più breve tempo possibile.

Al momento non sono stati resi noti ulteriori dettagli sulle ragioni del gesto, né su eventuali collegamenti con altri episodi.

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Harry e Meghan, il ritorno in scena tra royal tour e business: il nodo irrisolto del ruolo ibrido

Harry e Meghan in Australia tra impegni pubblici e attività private: il viaggio riapre il tema del ruolo ibrido nella monarchia britannica.

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A sei anni dalla cosiddetta Megxit, i duchi di Sussex tornano sotto i riflettori con un viaggio in Australia che la stampa anglosassone ha definito un “semi royal tour”.

Prince Harry e Meghan Markle si sono mossi con modalità e linguaggi tipici della famiglia reale, pur restando formalmente fuori dai ranghi ufficiali della monarchia britannica guidata da King Charles III.

Tra impegno pubblico e memoria della tradizione

Nel corso del viaggio, la coppia ha incontrato vittime e soccorritori coinvolti in un attacco avvenuto a Sydney durante una celebrazione religiosa, mostrando una presenza empatica e istituzionale.

Un approccio che richiama lo stile di Princess Diana, figura a cui Meghan Markle ha più volte dichiarato di ispirarsi, soprattutto nel rapporto diretto con il pubblico.

Il cortocircuito tra ruolo pubblico e interessi privati

Il viaggio ha però evidenziato una contraddizione di fondo. Accanto agli impegni pubblici, sono emerse iniziative di natura commerciale legate all’immagine della duchessa.

Un evento a Sydney, con conferenza e cena di gala, prevedeva biglietti a pagamento fino a diverse migliaia di dollari, inclusi incontri esclusivi con la stessa Meghan. Parallelamente, gli abiti indossati durante il tour risultavano collegati a piattaforme di vendita online, alimentando il legame tra visibilità pubblica e attività imprenditoriale.

Una sovrapposizione che ripropone il nodo già affrontato nel 2020, quando Queen Elizabeth II respinse l’ipotesi di un ruolo “part-time” all’interno della famiglia reale.

Il peso della monarchia nel consenso pubblico

Nonostante le tensioni degli ultimi anni, la monarchia britannica continua a godere di un consenso significativo. Un recente sondaggio indica che una larga parte dei cittadini britannici sostiene il mantenimento dell’istituzione.

Questo dato rafforza il valore simbolico e politico della cosiddetta “Firm”, alla quale anche i duchi di Sussex, pur a distanza, sembrano continuare a fare riferimento.

Un equilibrio ancora lontano

Il viaggio australiano, più che segnare un nuovo equilibrio, ha evidenziato le difficoltà strutturali nel conciliare visibilità istituzionale e interessi privati.

Il tentativo di costruire un ruolo autonomo ma al tempo stesso legato alla monarchia appare ancora incompiuto. Una linea sottile che continua a generare attenzione mediatica e interrogativi sul futuro della coppia e sul loro rapporto con la Corona.

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Arrestato a Dubai il boss Daniel Kinahan: fine della latitanza del narcotrafficante irlandese

Arrestato a Dubai Daniel Kinahan, boss della droga irlandese. Fine della latitanza dopo anni di indagini e pressioni internazionali.

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Il narcotrafficante irlandese Daniel Kinahan è stato arrestato a Dubai, mettendo fine a una lunga latitanza segnata da spostamenti e protezioni internazionali.

L’operazione è stata condotta dalle autorità locali in collaborazione con la polizia irlandese. Le autorità hanno confermato il fermo utilizzando solo le iniziali D.J.K., una formula prudente per un soggetto considerato di altissimo profilo criminale.

Il clan Kinahan e il sistema globale del narcotraffico

Il clan guidato dalla famiglia Kinahan è da anni al centro delle principali indagini sul traffico internazionale di droga. Accusato di riciclaggio e narcotraffico, il gruppo ha costruito nel tempo una rete globale di contatti criminali.

Alla guida dell’organizzazione, oltre a Daniel, figurano il padre Christy Kinahan e il fratello, anch’essi oggetto di indagini internazionali. Gli Stati Uniti avevano offerto una ricompensa di 5 milioni di dollari per informazioni utili alla cattura dei vertici del clan.

Dubai crocevia dei traffici e rifugio dei latitanti

Negli ultimi anni Dubai si è trasformata in uno dei principali hub per criminali internazionali. La città ha attratto figure di primo piano della criminalità organizzata per la facilità negli investimenti e per la mobilità garantita dal sistema finanziario e aeroportuale.

Il clan Kinahan aveva stabilito qui una base operativa, intrecciando relazioni con organizzazioni criminali di diversi continenti, dalla camorra italiana alle gang balcaniche, fino ai cartelli latinoamericani e alle reti mediorientali.

La lunga scia di violenza e la fuga dagli agguati

La storia del clan è segnata anche da una violenta faida interna al mondo criminale irlandese, che ha provocato numerose vittime. Lo stesso Kinahan era sopravvissuto nel 2016 a un attentato a Dublino, episodio che aveva accelerato il suo trasferimento all’estero.

Nonostante la latitanza, il boss aveva continuato a muoversi con disinvoltura, partecipando a eventi pubblici e mantenendo attività nel mondo della boxe attraverso la società MTK Global, fino al 2022.

Pressioni internazionali e cambio di strategia

Negli ultimi mesi si è registrato un cambio di passo nella cooperazione tra gli Emirati Arabi Uniti e le autorità occidentali. Le pressioni investigative hanno portato all’individuazione e all’arresto di diversi soggetti ritenuti pericolosi.

In questo contesto, la permanenza di Kinahan a Dubai si è rivelata decisiva. Il boss non ha tentato la fuga e non è riuscito a evitare l’arresto che chiude, almeno per ora, uno dei capitoli più rilevanti del narcotraffico europeo.

Un colpo al sistema criminale internazionale

L’arresto rappresenta un passaggio significativo nella lotta al traffico globale di stupefacenti. Resta ora da capire quali sviluppi giudiziari seguiranno e quale impatto avrà sul sistema criminale costruito negli anni dal clan Kinahan.

Come sempre in questi casi, eventuali responsabilità penali dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

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