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Cultura

Informazione, comunicazione e sindrome enunciativa ai tempi della pandemia

Angelo Turco

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Si ha un’infelice tendenza a confondere questi due termini. Eppure è essenziale capire e tenere ferma la distinzione concettuale e pratica. No, tranquilli: nessuna barbosa lezione. Basta un esempio: la dichiarazione del Prof. A. Crisanti è qualcosa di informativamente corretto e di comunicativamente disastroso. A suo tempo, la dichiarazione del Prof. A. Zangrillo apparteneva, nel fondo, alla stessa fattispecie, a duplice valenza a seconda che la si traguardasse con gli strumenti dell’informazione, o con quelli della comunicazione.

Naturalmente, per quanto corretto, il contenuto informativo della dichiarazione di A. Crisanti è povero. Come quello della dichiarazione di Zangrillo, del resto. Insomma, i due studiosi hanno detto due cose vere, ma banali: come dire che oggi è il 26 Novembre. Certo, non avrebbero trovato qualcuno disposto a pubblicare su una Rivista scientifica -anche non di Classe A, come dicono i ricercatori- le cose che hanno espresso. E per dire ancor meglio, non avrebbero certo vinto la loro cattedra universitaria grazie a quelle dichiarazioni. E per dirla proprio tutta, quando ci fanno partecipi di questo genere di cose, Crisanti, Zangrillo, ed altri eccellenti studiosi, non dobbiamo dare loro molto credito e men che meno attribuirgli troppa responsabilità: anche loro hanno il diritto di asserire che il prossimo 1 Gennaio è Capodanno. Tuttavia non per questo li applaudiremo o predisporremo un’interrogazione parlamentare.

Ma è qui che entra in scena la comunicazione: perché delle dichiarazioni prive di contenuto informativo, vengono riprese e fatte circolare dai media? No no, non fraintendetemi: non voglio certo imbarcarmi in un discorso moralistico sulla professionalità dei giornalisti, ecc., anche se qualche ragione ci sarebbe. Piuttosto, vorrei ricondurre la faccenda a un attore tanto fondamentale quanto ignorato delle pratiche discorsive: l’enunciazione.  E anzi, a quella che si può ben chiamare la “sindrome enunciativa”. In forza della quale un enunciato vale non solo (e, spesso, non tanto) per la sostanza informativa che contiene, quanto piuttosto per colui che lo pronuncia e la circostanza in cui lo pronuncia. Ecco, stabilito che informazione e comunicazione sono sì parenti stretti, ma soggetti diversi e ben definiti, intendere qual è il loro rapporto significa prestare più attenzione alla “sindrome enunciativa”. E’ una settimana, per dire, che S. Berlusconi dice qualcosa a proposito della collaborazione con il Governo. Ogni giorno, sempre la stessa. Enunciato informativamente nullo, ma comunicativamente significante in virtù della sindrome. Esercizio complesso? Forse sì, ma necessario.  

Poi c’è tutto il resto. Così, Lilli Gruber, giornalista che stimo molto, continua a chiedere ad Antonella Viola, immunologa che stimo assai, come sarà il nostro prossimo Natale. E, con buona pace di Manzoni, la sventurata, ogni volta, risponde.

Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM.

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Il presidente Conte dimissionario finisce sul presepe di Genny Di Virgilio

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L’immancabile fascio di carte in mano, forse la bozza di qualche DPCM e un cartello  con sopra scritto: “Vado e torno”: la statuetta di Giuseppe Conte, premier in uscita dalla presidenza del Consiglio, è finita sul presepe grazie a Genny Di Virgilio, artigiano di via San Gregorio Armeno, la strrada napoletana dei presepi.

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Cultura

Anna Fusco, l’artista che dalla scatola dei ricordi arriva alla realizazione delle sue opere e dei suoi sogni

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Era la scatola dei giochi, divenuta poi la scatola dei progetti, oggi, come una coperta di Linus che viaggia sempre con lei, inseparabile da lei, qualsiasi parte del mondo attraversi, si è trasformata nella scatola delle idee e di tutti gli oggetti che ispirano le sue opere. Anna Fusco, artista nata a Napoli, città dove vive e lavora, ci mostra il prezioso contenuto di questa scatola, fili, anelli, stoffe, disegni, bozzetti, forbici, colori, biglietti, pennini, inchiostri, calamai e ricordi. Ricordi che Anna poi ci illustra e ce ne fa partecipi attraverso le sue opere. Opere   presentate in numerose mostre personali nazionali ed internazionali e accolte in altrettante mostre collettive. Opere che l’artista, dopo averle mostrate, non conserva in depositi, ma continua ad esporle e a farle respirare nel suo studio nel centro di Napoli, a ridosso dei quartieri spagnoli, sulla linea di confine con il quartiere Montesanto, in uno dei crocevia strategici e pulsanti della vita popolare e dell’anima più vivace   della città. Uno studio che L’artista divide con l’atelier di sartoria del marito, insieme a macchine da cucire, ferri da stiro, manichini con giacche dal taglio particolare e gli indumenti vintage che ispirano nuovi tagli e inserti per ringiovanirli e personalizzarli, uno studio dove arte e artigianato vivono in simbiosi,  come la coppia  dimostra baciandosi con gioia e con assoluta naturalezza anche di fronte all’obiettivo e non ci si chiede se questa condivisione di spazio tra arte e artigianato possa inspirare l’uno a l’altra attività, esse sono fuse e ricordano subito la delicata poesia di Erri De Luca -Quando saremo “Due”-. Anna indaga l’uomo, le sue paure e le sue interazioni prima di tutto con la natura, per poi addentrarsi nelle relazioni interpersonali, quelle mani che vediamo impugnare una pistola, sono di uomo oppure di una donna? La figura è attraversata da una composizione floreale simile all’edera che addolcendola ci fa  entrare nel pensiero di quello che potrebbe essere un killer, ma un rivolo di pittura, simile al sangue che cola, esce dall’arma che impugna con tutte e due le mani, facendoci pensare al suo ferimento e allora non sappiamo se quella figura, maschile o femminile che sia, impersoni un carnefice o una vittima che ha tentato di difendersi con un gesto estremo, un gesto come quello di armarsi. E poi uccelli, gufi, aquile, civette, comunque rapaci che trovano il loro habitat su quelle forme floreali che Anna fa esplodere nella loro fioritura quasi a voler distruggere le precise forme geometriche caleidoscopiche che li circondano, ma che forse, vogliono solo proteggerli.

 

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Cultura

Il New Yorker restituisce un premio, il suo giornalista aveva scritto una storia falsa

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Anche le testate internazionali più blasonate scivolano in incidenti imbarazzanti. Il prestigioso magazine statunitense New Yorker ha restituito un importante riconoscimento giornalistico dopo avere scoperto con un’indagine interna che l’articolo premiato conteneva informazioni false. Nel 2018 il periodico pubblico’ una lunga inchiesta sul fenomeno emergente in Giappone dei cosiddetti ‘parenti in affitto’. La storia era centrata su una societa’ che offre ai clienti degli attori che fingono di essere membri della famiglia. Autore del lungo pezzo, “A Theory of Relativity”, è Elif Batuman, romanziere e autore della rivista dal 2010. La storia è valsa al New Yorker il National Magazine Award ma la rivista ha poi scoperto che i tre protagonisti principali dell’articolo avevano ingannato l’autore e la squadra che si occupa del fact-checking. Sono risultate false persino le prime righe dell’articolo, dove si racconta che “due anni fa Kazushige Nishida, un uomo d’affari di sessant’anni, ha iniziato ad affittare una moglie part-time e una figlia” dopo la morte della sua vera moglie. Un mese fa il magazine aveva aggiunto una nota alla versione online dell’articolo, sottolineando che i risultati dell’indagine “contraddicono aspetti fondamentali delle storie di queste persone e minano ampiamente la credibilita’ di cio’ che ci hanno detto”. Ma aveva lasciato la storia nel suo sito perche’ il fenomeno dei “parenti in affitto” in Giappone e’ “ben documentato” e fornisce una “esplorazione delle idee di famiglia in Giappone e piu’ in generale”. Il magazine aveva avviato la sua indagine dopo che nel 2019 un media giapponese aveva segnalato che un dipendente di Family Romance, lo stesso descritto nell’articolo, “si era finto cliente della societa’ in un documentario tv”. L’American Society of Magazine Editors, che assegna i National Magazine Awards, ha annunciato la decisione della rivista venerdì, lodando il New Yorker per la sua indagine e per la sua decisione di restituire il riconoscimento.

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