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Salute

Influenza 2026, stagione verso la fine: 12,6 milioni di italiani colpiti ma meno dell’anno scorso

La stagione influenzale in Italia si avvia alla conclusione con 12,6 milioni di contagi. Numeri inferiori al 2025 ma restano casi tra i bambini. Preoccupano le basse coperture vaccinali.

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La stagione influenzale in Italia si avvia alla conclusione con un bilancio importante ma meno pesante rispetto allo scorso anno. Secondo le rilevazioni del sistema di sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità, circa 12,6 milioni di italiani sono stati colpiti da infezioni respiratorie acute.

Il dato resta elevato ma è inferiore rispetto alla stagione precedente, quando i contagi avevano raggiunto circa 16 milioni di persone. L’epidemia non è però del tutto terminata e continua a registrare nuovi casi, anche se la curva appare in progressivo calo.

Oltre 400 mila nuovi casi nell’ultima settimana

Nell’ultima settimana di monitoraggio sono stati registrati circa 406 mila nuovi casi di infezioni respiratorie. Solo una quota molto ridotta, poco più del 2%, è però riconducibile ai virus influenzali classici.

In questa fase della stagione a circolare maggiormente sono altri patogeni respiratori come Rhinovirus, virus respiratorio sinciziale e metapneumovirus, che stanno prolungando la coda dell’epidemia.

I bambini piccoli restano i più colpiti

La fascia di popolazione più esposta resta quella dei bambini sotto i quattro anni. Nella scorsa settimana quasi un bambino su trenta in questa fascia di età ha contratto un’infezione respiratoria.

Nelle altre fasce della popolazione, invece, i casi sono ormai in progressiva diminuzione. Anche accessi ai pronto soccorso e ricoveri ospedalieri stanno gradualmente tornando verso livelli considerati fisiologici.

Una stagione meno grave delle attese

Gli esperti sottolineano che, nonostante alcune premesse che facevano temere un’epidemia più intensa, l’andamento si è rivelato in linea con quello degli ultimi anni.

La stagione era iniziata con alcune incognite: la possibile prevalenza del virus H3, l’anticipo della circolazione influenzale e l’emergere della cosiddetta variante K. Tuttavia, secondo le analisi disponibili, questa variante non ha provocato un aumento significativo dei contagi né ha mostrato una maggiore gravità clinica.

Vaccino efficace ma coperture ancora basse

Gli studi condotti nei primi mesi della stagione indicano inoltre che la variante K resta vulnerabile al vaccino antinfluenzale.

Resta però un problema di adesione alla vaccinazione. I dati indicano una copertura vaccinale negli over 65 attorno al 50%, mentre nella fascia 60-64 anni si ferma al 21%. Ancora più bassa la copertura tra i bambini tra 6 mesi e 6 anni, che si aggira intorno al 20%.

Si tratta di percentuali molto lontane dagli obiettivi indicati dalle autorità sanitarie, che fissano un target minimo del 75% e un obiettivo ottimale del 95%.

La campagna vaccinale e le prospettive per il prossimo inverno

La maggior parte delle vaccinazioni è stata effettuata dai medici di medicina generale, con circa 9 milioni di dosi somministrate. Seguono i pediatri di libera scelta, con circa 880 mila dosi, e le farmacie, che ne hanno somministrate circa 870 mila.

Il Ministero della Salute guarda ora alla prossima stagione influenzale, con l’obiettivo di rafforzare la sensibilizzazione della popolazione, semplificare l’accesso alla vaccinazione e sostenere le Regioni nelle campagne di prevenzione. L’obiettivo dichiarato è anticipare l’influenza stagionale e ridurre l’impatto sui servizi sanitari.

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Esteri

Medio Oriente, allarme Oms: attacchi agli ospedali e crisi sanitaria per milioni di persone

L’Oms lancia l’allarme sulla crisi sanitaria in Medio Oriente: attacchi agli ospedali, milioni di sfollati e sistemi sanitari sotto pressione.

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Medio Oriente, allarme Oms: attacchi agli ospedali e crisi sanitaria per milioni di persone

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Suggerimento per immagine: Ospedale danneggiato in area di conflitto o operatori sanitari in emergenza

Oms: sanità sotto attacco nel conflitto

L’Organizzazione mondiale della sanità lancia un nuovo allarme sulle conseguenze sanitarie della crisi in Medio Oriente, mentre i negoziati tra Stati Uniti e Iran restano in stallo e la riapertura dello Stretto di Hormuz si allontana.

Nel suo ultimo rapporto, aggiornato al 15 aprile, l’Oms segnala attacchi ripetuti a strutture sanitarie e gravi difficoltà operative nei sistemi di assistenza.

Attacchi a ospedali e personale sanitario

Dall’inizio dell’escalation, in Libano si registrano 133 attacchi contro strutture sanitarie, con 88 operatori uccisi e 206 feriti.

In Iran si contano 24 attacchi e 9 decessi, mentre in Israele sei strutture sono state colpite senza vittime.

Un quadro che evidenzia la crescente esposizione di ospedali e personale medico, nonostante le tutele previste dal diritto internazionale.

Milioni di sfollati e sistema sanitario sotto pressione

Il conflitto ha prodotto un impatto massiccio sulla popolazione. In Iran si contano circa 3,2 milioni di sfollati, oltre 32 mila feriti e più di 2.300 morti.

In Libano gli sfollati superano il milione, mentre in Israele si registrano centinaia di feriti e decine di vittime.

Questi numeri si traducono in un sovraccarico dei sistemi sanitari, già fragili e ora messi a dura prova dalla carenza di risorse.

Carburante e servizi essenziali in crisi

L’aumento dei prezzi dei carburanti ha generato effetti a catena anche sul funzionamento delle strutture sanitarie.

L’Oms segnala difficoltà nel trasporto dei pazienti, problemi nella conservazione dei farmaci e interruzioni nei servizi essenziali. In contesti come Gaza e Cuba, la carenza di carburante compromette direttamente l’operatività degli ospedali.

Rischi sanitari e ambientali

Oltre ai traumi diretti, emergono rischi più ampi: interruzione delle cure per malati cronici, aumento dei disturbi mentali, difficoltà nell’assistenza al parto e accesso limitato ai servizi igienico-sanitari.

L’Oms segnala anche possibili rischi radiologici, chimici e ambientali, con conseguenze potenzialmente durature.

Appello alla comunità internazionale

Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha richiamato i leader mondiali al rispetto del diritto internazionale, sottolineando che la protezione delle strutture sanitarie rappresenta un obbligo universale.

L’agenzia invita a mantenere alta la prontezza operativa, avvertendo che un ulteriore deterioramento della situazione potrebbe aggravare una crisi sanitaria già di proporzioni globali.

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Salute

Celiachia in aumento in Italia: quasi 280mila diagnosi, ma altri 300mila casi non scoperti

Crescono i casi di celiachia in Italia: quasi 280mila diagnosi nel 2024. Ma si stima che altri 300mila pazienti non sappiano di esserlo.

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Aumentano i casi di celiachia in Italia. Nel 2024 i pazienti diagnosticati hanno raggiunto quota 280mila, con oltre 14mila nuove diagnosi in un anno.

I dati emergono dalla Relazione annuale al Parlamento pubblicata dal Ministero della Salute, che segnala anche il ritorno dei cittadini ai controlli dopo il rallentamento dovuto alla pandemia.

Una malattia ancora sottodiagnosticata

Nonostante la crescita delle diagnosi, il fenomeno resta ampiamente sottostimato.

Secondo l’Associazione Italiana Celiachia, in Italia ci sarebbero circa 600mila persone affette, ma solo la metà è consapevole della propria condizione. Questo significa che circa 300mila individui convivono con la malattia senza saperlo.

Prevalenza e differenze territoriali

La prevalenza nazionale si attesta allo 0,47% della popolazione, con una maggiore incidenza tra le donne, che rappresentano quasi il 60% dei casi.

A livello regionale, i valori più elevati si registrano in Valle d’Aosta, Toscana e Umbria, mentre il fenomeno è comunque diffuso su tutto il territorio nazionale.

Il costo per il Servizio sanitario

La gestione della celiachia ha un impatto economico significativo. Nel 2024 il Servizio sanitario nazionale ha speso circa 273 milioni di euro per garantire alimenti senza glutine ai pazienti, con una media di quasi 976 euro pro capite.

In Italia, infatti, la terapia per i celiaci non è farmacologica ma alimentare: il rispetto rigoroso della dieta senza glutine è essenziale per evitare complicazioni.

Screening e prevenzione nei bambini

Un passo avanti importante riguarda lo screening pediatrico.

Un progetto pilota coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità ha coinvolto oltre 5.500 bambini in quattro regioni, evidenziando un 3,9% di casi potenzialmente positivi e una predisposizione genetica nel 44% dei soggetti analizzati, con picchi più alti in Sardegna.

Accesso ai servizi e formazione

La normativa prevede sostegni per garantire pasti senza glutine nelle mense scolastiche e lavorative, oltre alla formazione degli operatori del settore alimentare.

Nel 2024 sono stati organizzati circa 700 corsi, con oltre 17mila partecipanti, a conferma dell’importanza della sicurezza alimentare per chi convive con la malattia.

Le criticità: costi e diagnosi mancanti

Tra le principali richieste dei pazienti c’è la riduzione dei costi degli alimenti senza glutine.

Secondo l’Aic, il contributo medio mensile di circa 100 euro rischia di non essere più sufficiente a causa dei rincari. Parallelamente resta aperto il problema della diagnosi tardiva o mancata, che rappresenta una delle principali sfide per il sistema sanitario.

Una sfida sanitaria e sociale

L’aumento dei casi diagnosticati è un segnale positivo sul piano della prevenzione, ma evidenzia al tempo stesso la necessità di rafforzare screening, informazione e accesso alle cure.

La celiachia si conferma così non solo una questione clinica, ma anche un tema sociale ed economico, che richiede interventi strutturali per garantire qualità della vita ai pazienti.

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Salute

Melanoma con metastasi cerebrali, immunoterapia cambia la prognosi: 32% vivi a 10 anni

Studio Nibit-M2: con immunoterapia il 32% dei pazienti con melanoma e metastasi cerebrali è vivo a 10 anni. Possibile prevedere risposta con biopsia liquida.

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A dieci anni dalla diagnosi di melanoma con metastasi cerebrali asintomatiche, il 32% dei pazienti trattati con immunoterapia combinata è ancora in vita. Un dato che segna un cambiamento significativo rispetto al passato, quando questa condizione era associata a una sopravvivenza di pochi mesi.

Il risultato emerge dall’analisi finale dello studio di fase III Nibit-M2, promosso dalla Fondazione Nibit nell’ambito del programma di ricerca sostenuto da Fondazione Airc.

La combinazione di farmaci e il controllo della malattia

La terapia si basa sull’utilizzo combinato di due farmaci immunoterapici, ipilimumab e nivolumab, già impiegati nel trattamento di diversi tumori. Secondo i dati presentati, questa strategia consente un controllo prolungato della malattia anche a livello cerebrale.

Gli specialisti sottolineano come questi risultati aprano scenari che fino a pochi anni fa erano considerati difficilmente raggiungibili, con la prospettiva, in alcuni casi, di una possibile guarigione.

Biopsia liquida: previsione precoce della risposta

Tra gli elementi più rilevanti dello studio c’è l’introduzione della biopsia liquida, una semplice analisi del sangue che permette di valutare precocemente la risposta del paziente alla terapia.

Questa metodologia consente di individuare biomarcatori utili a prevedere l’efficacia del trattamento già nelle prime settimane, rendendo possibile un approccio terapeutico più mirato e personalizzato.

Verso una medicina più precisa

I ricercatori evidenziano come l’utilizzo di biomarcatori e strumenti non invasivi rappresenti un passo avanti verso una medicina di precisione. La possibilità di monitorare la malattia nel tempo e adattare le cure in base alla risposta individuale del paziente apre nuove prospettive nella gestione oncologica.

I risultati dello studio sono stati presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research, uno dei principali appuntamenti internazionali nel campo della ricerca sul cancro.

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