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Incontro a Nairobi tra il segretario generale di “Avocats Sans Frontières Italia” Tuccillo e Noordin Haji, ex capo dei servizi segreti interni del Kenia

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A Nairobi il segretario generale di Avocats Sans Frontières Italia, l’avvocato e manager napoletano Francescomaria Tuccillo, è stato ricevuto ufficialmente da Noordin Haji, che dal marzo 2018 è Director of Public Prosecutions (DPP) della repubblica keniota. 

L’incontro è di grande rilievo. Tuccillo è infatti il primo italiano che Haji incontra dal suo insediamento in un ruolo strategico per il Paese subsahariano. Il cosiddetto DPP è infatti, ai sensi dell’art. 157 della nuova Costituzione, una figura indipendente da ogni altro potere dello Stato, compreso il presidente della Repubblica, e la sua responsabilità è quella di perseguire tutti i reati penali commessi nel Paese e incrementarne la legalità in ogni sede.

Ha 45 anni, una laurea in giurisprudenza al Wales College di Cardiff in Gran Bretagna, già ai vertici del National Intelligence Service come direttore della sezione contro la criminalità economica, Haji ha un curriculum di tutto rispetto e rappresenta il profilo della nuova Africa, competente, determinata e intenzionata a incrementare la cooperazione internazionale. E proprio di cooperazione Noordin Haji ha parlato nel suo colloquio con il segretario generale di ASF Italia, in particolare nel campo della lotta alla corruzione e della promozione dei diritti umani.

Si può supporre, anche se non c’è conferma ufficiale, che i due interlocutori abbiano anche trattato il caso di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel sud del Paese africano il 20 novembre scorso. Tuccillo, che è in Africa da più di due settimane, si è interessato nel corso del suo viaggio sia al problema delle migrazioni – sul quale ha rilasciato un’intervista a «Juorno» il 7 gennaio – sia al dramma della giovane donna di Milano, che ha commentato a più riprese sulle sue pagine social, rivolgendo un appello per la sua liberazione. È quindi molto probabile che abbia portato il caso all’attenzione del DPP di Nairobi. Il suo auspicio per una pronta soluzione è quello di tutti.

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È morta Claudia Ochoa Felix, la ‘Kim Kardashian’ del narcotraffico messicano

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Claudia Ochoa Felix, una delle donne piu’ potenti del narcotraffico messicano, conosciuta come la ‘Kim Kardashian del Cartello di Sinaloa’, e’ morta nella notte fra sabato e ieri a Culiacan, quasi certamente a causa di una overdose. Lo scrive il quotidiano Tribuna. Secondo il giornale la donna, conosciuta anche come ‘la Imperatrice degli Antrax’, una spietata banda di killer guidata da Ismael Zambada al servizio dei boss del ‘Cartello di Sinaloa’, aveva partecipato ad una festa a base di droga e alcol e si era poi recata a Isla Musala, una zona residenziale di Culiacan. Una persona che era con lei ad un certo punto ha constatato che la donna non si risvegliava ed ha chiamato il Pronto soccorso. Un medico accorso sul posto non ha potuto pero’ fare altro che costatarne la morte. Modella di professione, Claudia aveva 34 anni e si era sposata con Jose’ Rodrigo Arechiga, detto ‘El Chino ntrax’, che era stato leader del braccio armato del Cartello di Joaquin ‘El Chapo’ Guzman.

Da qui il suo soprannome di ‘Imperatrice degli Antrax’, anche se lei aveva sempre negato di aver partecipato ad operazioni criminali, minacciando piu’ volte i media di denunce per diffamazione. Sicuramente invece faceva un ampio uso dei social network, pubblicando via Twitter o Facebook decine di foto in bikini o con costosi vestiti griffati, o immagini in cui la si vede con in pugno armi automatiche o in posa con automobili di lusso.

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Orrore narcos in Messico, trovati 44 corpi fatti a pezzi

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Sono stati identificati 44 dei corpi trovati fatti a pezzi e sepolti in un pozzo nello stato messicano di Jalisco. Lo riferisce la Bbc. La scoperta risale ai giorni scorsi, ma soltanto nelle ultime ore gli esperti sono stati in grado di risalire alle identita’ di alcuni dei corpi. Decine, chiusi in 119 sacchi neri e sotterrati nei campi poco fuori la citta’ di Guadalajara, i resti umani sono stati individuati dopo che i residenti hanno cominciato a lamentarsi per il cattivo odore nella zona. Nello stato di Jalisco opera una delle più violenti gruppi criminali messicani legato al traffico di droga e questo è il secondo ritrovamento del genere nell’area quest’anno.

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Trump conferma: abbiamo ucciso il figlio di Osama bin Laden

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Ora è ufficiale: la Casa Bianca ha annunciato con un comunicato che Hamza bin Laden, “membro di alto rango di al Qaida e figlio di Osama bin Laden, e’ stato ucciso in un’operazione anti terrorismo Usa nella regione tra Afghanistan e Pakistan”. “La perdita di Hamza bin Laden non solo priva al Qaida delle abilita’ di un’importante leadership e della simbolica connessione a suo padre, ma mina importanti attivita’ operative del gruppo. Hamza bin Laden era responsabile per aver pianificato e gestito vari gruppi terroristici”, ha riferito la presidenza Usa. L’annuncio arriva dopo che tre giorni fa, nel 18esimo anniversario degli attentati dell’11 settembre pianificati proprio da al Qaida, il successore di Osama bin Laden, l’egiziano Ayman al Zawahiri, e’ ricomparso in un video esortando i musulmani di tutto il mondo ad attaccare obiettivi americani, europei, israeliani e russi. L’uccisione di Hamza bin Laden era trapelata a fine luglio da fonti americane, che tuttavia non avevano fornito dettagli su dove o quando era morto, ne’ se gli Stati Uniti avessero giocato un ruolo nella vicenda. Mancava una conferma ufficiale, arrivata oggi, con la precisazione che ad eliminare il terrorista sono stati gli Usa in una zona compresa tra Afghanistan e Pakistan.

Paese, quest’ultimo, dove i Navy Seals uccisero suo padre nel 2011. Nessun riferimento invece a quando sarebbe avvenuta l’operazione, anche se e’ probabile risalga ai mesi scorsi. Lo scorso marzo, infatti, il dipartimento di Stato Usa aveva messo su Hamza una taglia da un milione di dollari, considerandolo un leader emergente dell’organizzazione un tempo guidata dal padre. Poco, se confrontata con i 25 milioni di dollari in palio per l’attuale capo di al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri. Ma la mossa confermava l’ascesa del trentenne bin Laden, da oltre due anni indicato dagli Usa come terrorista a livello globale. Sempre in marzo, l’Arabia Saudita aveva annunciato di aver tolto la cittadinanza ad Hamza, ritenendolo “una delle figure di spicco dell’organizzazione terroristica”. Di lui, nato nel 1989, si sapeva ben poco. Quando Osama si sposto’ in Afghanistan nel 1996 e dichiaro’ guerra agli Usa, il figlio di appena sette anni segui’ il padre e apparve in video propagandistici di al Qaida, il primo datato 2005. Dalle lettere sequestrate nel compound pakistano di Abbottabad dove suo padre fu ucciso, emerge che era stato istruito dallo stesso Osama ed era destinato a prenderne il posto.

Stando al dipartimento di Stato Usa, aveva sposato la figlia di Mohammed Atta, il terrorista egiziano leader del commando degli attentati dell’11 settembre e dirottatore di uno degli aerei che si schianto’ contro le torri del World Trade Center. Negli ultimi anni Hamza aveva diffuso video e audio in cui invitava i sostenitori di al Qaida ad attaccare gli Usa e i suoi alleati occidentali per vendicare la morte del padre. Nel suo ultimo messaggio audio del marzo 2018 aveva minacciato l’Arabia Saudita e chiesto ai suoi cittadini di preparare la jihad contro i loro monarchi. Un anno dopo, la sua ambizione di succedere al padre e’ stata spezzata in un blitz anti terroristico americano.

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