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Incompetenti al Dap, ecco perchè Cutolo e Riina possono tornare a casa: la denuncia del Sindaco di polizia penitenziaria

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La notizia che mai vorremmo darvi sul fronte mafia e scarcerazione di mafiosi con la scusa del covid 19 è quella del ritorno a casa di Raffaele Cutolo. O professore di Ottaiano è un detenuto al 41 bis, capo della Nuova Camorra Organizzata, regista di stragi, carneficine, pluriergastolano, da 42 anni in cella, a capo di un esercito mafioso di migliaia di uomini che tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 fu protagonista di una cruenta guerra di camorra contro il cartello criminale della cosiddetta Nuova Famiglia che costò quasi 4mila morti. C’è una richiesta di scarcerazione con differimento della pena presentata dal legale di Cutolo, l’avvocato Gaetano Aufiero. Sulla istanza deciderà il magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia competente sul carcere di Parma. Questi rientri a casa anche di personaggi di primo piano della mafia non sono casuali, dipendono dalle maglie larghissime aperte nel sistema penitenziario dalla circolare del 21 marzo del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria). Questa circolare apre il campo alle istanze di scarcerazione di quei detenuti con patologie gravi che non possono essere seguiti in cella, che non possono essere curati in ospedali con padiglioni di massima sicurezza. La decisione se tenerli in carcere o mandarli a casa sia pure con mille controlli, braccialetti, divieti, finisce sulle spalle dei giudici di sorveglianza. Questi giudici, spesso al lavoro in Tribunali che hanno poca o nessuna dimestichezza con mafia e personaggi di mafia, messi davanti ad un detenuto con uno stato di salute assai cagionevole, difficilmente si assumono il rischio di far morire in cella un essere umano benché mafioso. E così può succedere che Pasquale Zagaria esca dal carcere di Oristano dove c’è pericolo possa essere contagiato (la Sardegna è una regione a contagio zero) per tornarsene a casa sua a Pontevico, provincia di Brescia, città lazzaretto del covid 19 che ha mietuto centinai di vittime proprio in quell’area della Lombardia. Potrebbe succedere che Cutolo venga accompagnato a casa a Ottaviano nelle prossime ore per analoghi motivi per restarci chissà quanto assieme alla moglie Immacolata Iacone e la figlioletta Denise di 13 anni avuta in carcere con la fecondazione assistita.

 

Ma il problema scarcerazioni non è solo quello relativo a Zagaria o eventualmente a Cutolo. No, purtroppo dalle carceri italiane negli ultimi 22 giorni sono usciti 73 detenuti del circuito di Alta Sicurezza. Tutti criminali di primissimo piano. Sono mafiosi, camorristi, ’ndranghetisti.  Allo stato giacciono davanti ai giudici di sorveglianza istanze per la scarcerazione di 38 detenuti al 41 bis. Sono tutte istanze che hanno notevoli possibilità di successo. E tra queste istanze ci sono quella di Cutolo e quella di Tano Riina. Il fratello di Totò Riina, Ha 85 anni. Patologie croniche evidenziate dalla relazione sanitaria dell’Asl. Se a tutto quello che abbiamo scritto aggiungiamo che a inizio marzo ci sono state rivolte in tutte le carceri. Che il bilancio delle rivolte è stato di 14 morti, 52 feriti, 72 evasioni, milioni di anni. Che cosa altro deve succedere per capire che al Dap, ai vertici del Dap, c’è gente che non ha alcuna capacità di gestire l’ordinario figurarsi l’emergenza? Che cos’altro deve accadere perchè il ministro Guardasigilli Alfonso Bonafede capisce che il capo del Dap, Francesco Basentini, non ne ha azzeccata una, è responsabile dello sfascio e non ha il coraggio civile almeno di levare il disturbo?

Dice che il Governo farà un decreto per impedire tutte le scarcerazioni che potrebbero esserci. “Molti detenuti al 41 bis potrebbero uscire nelle prossime ore” riferisce anche il segretario nazionale del Sindaco di Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo. Il Governo potrebbe affidare la decisione delle scarcerazioni al Giudice di Sorveglianza ma col parere vincolante della Direzione Nazionale Antimafia e/o delle procure distrettuali antimafia. Ma intanto che il Decreto prenda forma, intanto che il malato studia, i giudici di sorveglianza davanti allo sfascio del Dap scarcerano.

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Pinelli: Csm troppo lento, cambiamo ritmi e regole

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L’emergenza legata agli scandali che hanno travolto la magistratura e il suo organo di governo autonomo si è “chiusa”.E ora il Csm deve tornare all’esercizio fisiologico delle proprie funzioni, assicurando “correttezza, trasparenza e fedeltà al proprio mandato costituzionale” per poter essere di nuovo un’istituzione “meritevole” della fiducia dei cittadini e dei magistrati. Una strada che passa necessariamente per il recupero dell’efficienza, visto il “notevole arretrato” che grava sulle spalle di Palazzo dei marescialli, a partire dalle nomine dei capi degli uffici giudiziari, con scoperture da sanare che risalgono sino al 2018.

Al primo plenum che presiede il nuovo vicepresidente Fabio Pinelli mette subito sul piatto gli strumenti attraverso i quali recuperare efficienza e dare il segno del “cambio di passo che i cittadini si attendono”: un “cammino accelerato” per i primi 90 giorni ,intervento su cui c’è stata “piena condivisione” con il capo dello Stato e che si traduce nell’abolizione della tradizionale pausa settimanale dei lavori prevista mensilmente; e in questo stesso arco di tempo la messa a punto di un “progetto costituente” , risultato di un ripensamento organizzativo “che individui gli snodi funzionali che provocano le inefficienze”. Interventi che il plenum approva all’unanimità e senza discussione. Il problema è serio. Il Csm è in “grave difficoltà funzionale”, ha “tempi dilatati di discussione e decisione” , che impongono di “modificare questi ritmi”.

Lampanti sono i dati sulle nomine dei capi degli uffici giudiziari. Senza contare le scoperture risalenti al 2018 e al 2019, il Csm che si è appena insediato ha ereditato 35 nomine direttive che si sarebbero dovute fare nel 2021 e 56 semidirettive, e quasi l’intero fardello del 2022 con 81 direttivi e 91 semidirettivi ancora tutti da decidere. Quanto alle conferme dei capi degli uffici giudiziari , da definire ci sono 295 procedimenti , alcuni risalenti al 2015.Le lungaggini investono anche l’approvazione dei progetti organizzativi degli uffici giudiziari: quelli relativi al triennio 2020/2022 ” non sono stati ancora valutati se non in parte”. E restano da valutare 122 progetti presentati dai procuratori e 167 dei capi degli uffici giudicanti.

Tornando alle nomine, il primo banco di prova sarà per il nuovo Csm la scelta del presidente della Cassazione: Pietro Curzio sta per andare in pensione e a succedergli dovrebbe essere la sua vice Margherita Cassano, che se venisse nominata sarebbe la prima donna al vertice della Suprema Corte. Sempre in Cassazione bisognerà colmare il posto di procuratore aggiunto, dove si prospetta la sfida tra l’avvocato generale Renato Finocchi Ghersi e il segretario generale del Csm Alfredo Viola. Ci sono anche da indicare il procuratore di Napoli e quello di Firenze: nel primo caso la partita si dovrebbe giocare tra il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e quello di Bologna Giuseppe Amato, nel secondo tra il procuratore di Livorno Ettore Squillace Greco e il rappresentante italiano di Eurojust, Filippo Spiezia.

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Documenti medici ricostruiranno latitanza di Messina Denaro

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I documenti sanitari trovati nell’ultimo covo del boss Matteo Messina Denaro stanno aiutando gli investigatori a ricostruire almeno gli ultimi periodi della sua lunghissima latitanza. Nell’appartamento di vicolo San Vito, a Campobello di Mazara, sono stati scoperti decine di referti, fatture e prescrizioni relative a diverse patologie, anche oculistiche, che risalgono a prima del 2020, anno in cui con certezza il boss si è trasferito nel centro del trapanese e si è fatto operare di cancro al colon nell’ospedale di Mazara del Vallo. I documenti sono stati rilasciati da diversi professionisti tra i quali alcuni di Marsala e Trapani. Ai medici il boss lasciava il numero di cellulare come contatto.

E proprio “seguendo” i telefonini i magistrati stanno cercando di ricostruire mosse e rapporti del capomafia. Si tratterebbe di sim diverse da quelle trovate nel covo di Campobello: le celle telefoniche agganciate guideranno gli investigatori ai luoghi frequentati da Messina Denaro, i tabulati saranno utili a ricostruire la sua rete di contatti. Dopo l’arresto del medico Alfonso Tumbarello per concorso esterno in associazione mafiosa e falso ideologico proseguono, intanto, le indagini per risalire al professionista che per primo ha diagnosticato al boss il tumore. “Le indagini in corso, certamente ancora nella loro fase iniziale tesa a ricostruire nell’immediatezza la rete dei soggetti più vicini al latitante nella località ove questi nell’ultimo periodo ha abitato, non hanno consentito di acquisire ancora agli atti elementi che comprovino con sicurezza che Tumbarello abbia direttamente diagnosticato la grave patologia di cui Messina Denaro è risultato essere affetto”, ha scritto il gip che, ieri, ha disposto il carcere per il professionista.

Di certo, secondo gli inquirenti, “Tumbarello ha prestato la propria attività professionale, quanto meno, prescrivendo gli esami e le analisi propedeutiche all’intervento chirurgico poi effettuato da Messina Denaro il 13 novembre 2020 presso l’ospedale di Mazara del Vallo, redigendo e sottoscrivendo personalmente la scheda di accesso in ospedale e la relativa prescrizione di ricovero chirurgia generale” in tutto il percorso terapeutico “inframezzato dall’ulteriore intervento chirurgico” subito il 4 maggio 2021 alla clinica La Maddalena di Palermo, fino al giorno dell’arresto. Due anni di terapie, dunque, oltre 100 prescrizioni tutte intestate al geometra Andrea Bonafede, assistito del medico che godeva di perfetta salute e che il professionista, come ha riferito la sua segretaria, non aveva mai ricevuto allo studio. Secondo il gip, insomma, Tumbarello era ben consapevole di prestare la sua attività professionale in favore di un paziente diverso da Bonafede. “E non si vede quale altra ragione possa esservi nell’utilizzare una falsa identità in un percorso terapeutico per una patologia di tale gravità se non quella di assicurare al suo effettivo e reale beneficiario, Messina Denaro, di accedere alle cure sanitarie nonostante il suo notorio stato di latitanza perdurante da decenni”, ha concluso il giudice.

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Disabile ucciso per errore, annullato ergastolo per sicario

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La Corte di Cassazione (prima sezione penale) ha annullato la sentenza di condanna all’ergasolo – limitatamente alla aggravante della recidiva – ordinando un nuovo giudizio (da svolgersi presso altra sezione della Corte di Assise di appello) per Davide Francescone, componente del commando che il 6 novembre 2004, a Scampia, si rese protagonista del raid in cui venne ucciso Antonio Landieri, vittima innocente della camorra. In quell’agguato rimasero feriti alle gambe cinque suoi amici: Antonio Mangiacapra, Salvatore Engheben, Mauro Mangiacapra, Vincenzo Trombetta e Giovanni De Rosa, scambiati dai killer della camorra per pusher rivali.

I giudici di secondo grado dovranno rideterminare la pena per Francescone, che è stato difeso davanti alla Suprema Corte dagli avvocati Dario Vannetiello e Luigi Senese. Antonio Landieri, nato nel quartiere napoletano di Scampia, a causa di complicazioni dovute al parto era stato colpito da una paralisi che gli impediva la deambulazione. Venne raggiunto quel giorno da due proiettili alla schiena, in un agguato scattato nel rione Sette Palazzi, durante la prima faida di Scampia. Lui e i suoi cinque amici furono scambiati per un gruppo di spacciatori del rione. I suoi compagni furono tutti feriti alle gambe, mentre Landieri, proprio a causa delle sue difficoltà motorie, fu l’unico a non poter scappare e per questo raggiunto e ucciso dai sicari. A spiegare il movente della spedizione armata terminata in tragedia furono numerosi collaboratori di giustizia tra cui l’esecutore materiale Gennaro Notturno.

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