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Cronache

In fuga a 7 anni nel deserto, ora è laureata a Torino

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Ha attraversato il deserto a piedi. A soli 7 anni. Un anno dopo ha affrontato il mare su un barcone fino a Lampedusa e, dopo essere passata dal centro di accoglienza e in una casa famiglia, e’ arrivata a Torino. Prima ospite in un convento, poi di nuovo in una casa famiglia e, finalmente, nella sua casa, dopo aver subito anche uno sfratto. Una vita non facile quella di Ralia Lufuma, ventiduenne originaria del Congo, che si e’ laureata in Comunicazione Interculturale all’Universita’ di Torino con una tesi sul razzismo. Una storia di riscatto e speranza, la sua, che le ha dato la forza di essere quella che e’ oggi e di arrivare dove voleva. “Le varie esperienze che ho passato – racconta, fresca di laurea – mi hanno messo nella condizione di compiere delle scelte e prendere delle decisioni. Se non avessi vissuto queste esperienze, se non mi fossi dovuta preoccupare di andare a scuola, probabilmente oggi avrei dato per scontato molte cose, come l’istruzione appunto. Invece – riconosce – il fatto di aver saltato anni di scuola mi hanno messo nella condizione di credere che non sempre si nasce nel posto giusto al momento giusto. Questo mi ha fatto apprezzare ancor di piu’ la vita, mi fa apprezzare quello che ho adesso e quello che avro’ in futuro”. Accanto a lei, dopo la discussione della tesi in streaming per le restrizioni dovute al Covid, il papa’ con il quale Ralia tanti anni fa ha lasciato il Congo. E “non per cercare una vita migliore – dice l’uomo -, ma per trovare la liberta’”. Una liberta’ passata per la Libia, il deserto e il mare, fino ad arrivare a Torino, dove per un periodo l’uomo e’ stato costretto anche a lasciare la famiglia per trasferirsi in Francia, da solo, per lavoro. La felicita’ e’ arrivata soltanto alla fine di tante salite, in una casa del quartiere popolare delle Vallette, dove Ralia si e’ laureata e nella quale e’ racchiusa la storia della sua famiglia.

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Cronache

Pestaggi in carcere, chiesto di processare 10 agenti e 2 medici

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Detenuti picchiati fino a fratturare loro le ossa per mantenere la disciplina nel carcere di Sollicciano, a Firenze, secondo le indagini coordinate dalla procura in relazione a fatti avvenuti tra il 2018 e il 2020. Ora, il sostituto procuratore Christine Von Borries, titolare dell’inchiesta, ha chiesto il processo per 10 agenti della polizia penitenziaria, tra cui un’ispettrice, ma anche per due medici in servizio nell’infermeria che avrebbero coperto le violenze compilando certificati medici falsi. Il coinvolgimento dei medici nell’inchiesta emerge oggi. Le accuse contestate per il personale di polizia sono di tortura e di falso in relazione ad alcuni verbali che sarebbero stati compilati per nascondere i presunti pestaggi. I due sanitari della Asl in servizio nel carcere, un 33enne e un 62enne, dovranno rispondere, invece, di falso materiale commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici, di omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale e di favoreggiamento. Per l’accusa, sia l’uno che l’altro dottore, in due distinti episodi, avrebbero coperto gli autori dei pestaggi omettendo di visitare i detenuti che venivano portati in infermeria dopo le violenze, certificando lievi lesioni quando invece c’erano prognosi reali di oltre 20 giorni. Ad esempio, secondo quanto emerge, il falso si concretizzava facendo passare per banali lividi fratture alle costole o la perforazione di un timpano. Sono tre i presunti pestaggi finiti al centro delle indagini, avvenuti tra il 2018 e il 2020. Sarebbero opera di un gruppo di agenti comandati dall’ispettrice, una 50enne residente a Firenze. Nel suo ufficio sarebbe avvenuto il piu’ violento degli episodi contestati, il 27 aprile 2020: vittima un detenuto marocchino, colpevole di aver protestato insultando un agente. Pochi minuti dopo la minaccia rivoltagli da un altro poliziotto penitenziario – “Ti massacriamo”, le parole che risultano agli atti – sarebbe stato portato nell’ufficio e poi, davanti all’ispettrice, picchiato da sette agenti con pugni e calci fino a lasciarlo a terra senza fiato e procurandogli la frattura di due costole. Prima di essere portato in infermeria, sarebbe stato inoltre condotto in una stanza di isolamento, costretto a togliersi i vestiti e lasciato nudo per alcuni minuti per umiliarlo. “Ecco – gli avrebbe detto un altro agente – la fine di chi vuole fare il duro”. Il medico dell’infermeria non lo avrebbe visitato, congedandolo comunque con una prognosi di soli due giorni. Nel dicembre 2018 un trattamento analogo sarebbe stato riservato a un detenuto italiano, picchiato fino a perforargli un timpano. L’inchiesta, condotta dalla stessa polizia penitenziaria, anche attraverso intercettazioni ambientali e l’acquisizione di video, sarebbe nata proprio dagli accertamenti su alcune denunce per resistenza a pubblico ufficiale a carico dei detenuti presentate dagli stessi agenti, ritenute false dalla procura. A gennaio 2021 l’ispettrice, un assistente e un agente di polizia penitenziaria erano finiti ai domiciliari per questa inchiesta. Poi sono stati scarcerati dopo alcune settimane dal Riesame che accolse un ricorso dei loro difensori. Sono attualmente sottoposti alla misura cautelare dell’interdizione della professione. (

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Ucciso nel Vesuviano, il pm chiede l’ergastolo per Ciro Rinaldi

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La Procura di Napoli ha chiesto l’ergastolo per il boss Ciro Rinaldi, esponente di spicco dell’omonimo clan e per Vincenza Maione e Luisa De Stefano, le “pazzignane”, legate ai Rinaldi, nell’ambito del processo sull’omicidio di Vincenzo De Bernardo che si sta celebrando davanti alla terza sezione della Corte di Assise di Napoli. De Bernardo venne ucciso l’11 novembre 2015 a Somma Vesuviana (Napoli), durante la guerra di camorra tra il clan Mazzarella e il clan Rinaldi. L’omicidio avvenne dopo la scarcerazione di De Bernardo, elemento legato alla camorra di Forcella, che decise di trasferirsi nel Vesuviano una volta uscito di cella. Ciro Rinaldi, secondo gli inquirenti (pm Liana Esposito), fu uno dei mandanti dell’omicidio mentre le due donne presero parte all’esecuzione materiale dell’assassinio. L’altro mandante dell’omicidio e’ ritenuto Luigi Esposito, capo della cosiddetta fazione dei ‘paesani’. Ciro Rinaldi e’ difeso dagli avvocati Chiummariello e Impradice. Nino D’Anna e Antonella Regine, invece, difendono Vincenza Maione e Luisa De Stefano.

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Due feriti a colpi di arma da fuoco a Napoli, uno è gravissimo

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Due persone sono state ferite a colpi di arma da fuoco in agguato in vico Lungo San Matteo, ai Quartieri spagnoli di Napoli. Il piu’ grave , Enrico De Maio, di 56 anni, residente nel quartiere Arenella. e’ in codice rosso con un proiettile nel torace ed il fegato spappolato L’ altro ferito, Vittorio Vaccaro. di 62 anni, abitante ai Quartieri spagnoli, con un precedente penale per truffa, e’ stato colpito ad un braccio. La Polizia, che conduce le indagini sull’ accaduto, esclude un collegamento tra il duplice ferimento e la “stesa” avvenuta circa 40′ prima in via S. Maria a Cubito, nel quartiere Chiaiano, a grande distanza dai Quartieri spagnoli, dove quattro persone giunte su due scooter, che indossavano caschi integrali, hanno esploso numerosi colpi di pistola in aria. E’ in codice rosso, con un proiettile che lo ha raggiunto al torace uno dei due feriti al Quartieri spagnoli di Napoli, mentre e’ stato colpito al braccio l’ altro ferito. I due – secondo una prima ipotesi degli investigatori – sarebbero stati feriti in un agguato nel cuore dei Quartieri spagnoli, in una zona, a pochi metri da numerosi bar e ristorantini molto frequentati. Uno dei due feriti e’ incensurato, l’ altro era stato denunciato in passato, ma non viene ritenuto un personaggio di rilievo della criminalita’.

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