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In dieci giorni nella Fiera di Milano hanno oganizzato un ospedale con 200 posti di terapia intensiva

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Qualcosa che nessuno avrebbe mai pensato di dover realizzare, prima che il coronavirus aggredisse la Lombardia portando allo stremo la capacita’ dei reparti di rianimazione. Ora la “piu’ grande terapia intensiva d’Italia”, come l’ha definita Ezio Belleri, dg del Policlinico che gestira’ la struttura, è là. Pronta all’interno dei padiglioni della fiera di Milano e si prepara ad accogliere i primi pazienti, probabilmente da lunedi’. E nella drammaticita’ della crisi segna dei record: costruita in 10 giorni, a breve potra’ ospitare oltre 200 malati, “potenzialmente” anche 350, come ha annunciato l’assessore al Welfare Giulio Gallera.

“Abbiamo fatto una promessa e l’abbiamo mantenuta”, ha scritto Guido Bertolaso, nei giorni scorsi colpito anche lui da Covid-19 e ricoverato al San Raffaele, in un messaggio letto durante la presentazione del nuovo ospedale. Lui che e’ stato chiamato, per realizzare l’impresa, dal presidente lombardo Attilio Fontana, che un paio di settimane fa inizio’ a lavorare sull’idea di una struttura a Fieramilanocity per dare fiato alle terapie intensive, scontrandosi anche con la Protezione civile. “Sara’ il simbolo della battaglia vinta contro il coronavirus e il simbolo della ripresa della nostra regione”, ha detto il governatore che, tra l’altro, ha attaccato la “burocrazia terribile che non demorde: noi abbiamo un’azienda che potrebbe realizzare 900 mila mascherine al giorno – ha spiegato – Nonostante cio’, l’Istituto superiore della sanita’ ha chiesto tempo per poter rilasciare la certificazione che ci permette la distribuzione”. L’Istituto, poi, ha fatto sapere che “appena abbiamo i risultati sulle prove tecniche di capacita’ di filtraggio delle mascherine, possiamo renderle immediatamente autorizzate”.

Intanto, alla Fiera, come ha scritto Bertolaso, c’e’ un centro “specialistico” che potra’ essere “replicato a livello nazionale e internazionale”. In dieci giorni e’ stato fatto, come ha raccontato il presidente della Fondazione Fiera Enrico Pazzali, “cio’ che in maniera ordinaria si fa in qualche anno”. Ci hanno lavorato 500 persone su 3 turni, per 24 ore al giorno, e quasi 100 imprese, facendo fruttare anche quei 21 milioni di euro arrivati da 1200 donatori, “la signora che ha dato 100 euro – ha aggiunto Pazzali – e chi ne ha dato 10 milioni”. All’esterno ha “una centrale da 15 metri per l’ossigeno, non ce ne sono altre cosi'”, hanno raccontato orgogliosi progettisti e tecnici che hanno accompagnato i cronisti in una visita ai primi otto moduli per i degenti (53 letti in tutto, si partira’ occupandone fino a 24), collocati in circa 10mila metri quadri, tra aree segnate col rosso e col verde, per delimitare le zone in cui il virus e’ presente. E poi ancora una sala per la formazione del personale sanitario, un laboratorio analisi, tac, aree filtro dove togliere le tute protettive. Al livello inferiore altri 14mila metri quadri dove si stanno realizzando altri moduli, fino a oltre 200 letti. Potranno lavorarci 200 medici, 500 infermieri e altre 200 figure professionali. E’ “un gioiello di tecnologia e efficienza”, ha spiegato il governatore, nato per un’emergenza ma che sembra destinato a restare.

“Ho parlato con il ministro della Salute – ha aggiunto – e mi ha detto che la sua intenzione e’ di poterlo lasciare e utilizzare e di creare tre hub sulla rianimazione. Uno sarebbe questo, uno al centro Italia e uno al Sud in modo da, se si dovessero ripetere situazioni analoghe, avere un punto di riferimento per tutte le Regioni”. Per ora, ha chiarito Gallera, “servira’ per nuovi bisogni, poi eventualmente quando si ridurranno, per riportare coloro che sono andati all’estero e nelle altre regioni”.

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Coronavirus, ancora una giornata difficile in Lombardia: 84 positivi e 29 morti

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E’ di 84 il numero dei nuovi contagiati di Covid-19 in Lombardia a fronte di 3.410 tamponi eseguiti per un rapporto percentuale di 2,5% (ieri era del 2,1%). 29 i decessi registrati, lo stesso numero di ieri per un totale di 16.201 mentre continuano a calare i ricoveri: 125 in terapia intensiva (-6 su ieri) e 2.954 in reparto (-41). I dimessi sono stati 55 e gli attualmente positivi sono 20.224, anche in questo caso come ieri.

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Coronavirus Campania, cinque morti in un giorno: sono il frutto di una verifica periodica Asl per Asl

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Il punto alle ore 23.59 di ieri:
Totale positivi: 4.822
Totale tamponi: 210.001
 
Totale deceduti: 420

Totale guariti: 3.572 (di cui 3.514 totalmente guariti e 58 clinicamente guariti. Vengono considerati clinicamente guariti i pazienti che, dopo aver presentato manifestazioni cliniche associate all’infezione virologicamente documentata da SARS-CoV-2, diventano asintomatici per risoluzione della sintomatologia clinica presentata ma sono ancora in attesa dei due tamponi consecutivi che ne comprovano la completa guarigione).

Il riparto per provincia:
Provincia di Napoli: 2.625 (di cui 1.003 Napoli Città e 1.622 Napoli provincia)
Provincia di Salerno: 687
Provincia di Avellino: 547
Provincia di Caserta: 462
Provincia di Benevento: 209
Altri in fase di verifica Asl: 292
NB. ​I dati sono frutto di verifiche periodiche delle Asl.

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Coronavirus, il mitico modello svedese? Ha prodotto il più alto tasso di mortalità al mondo: in silenzio e col sorriso sulla bocca

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Se non e’ un mea culpa in piena regola ci si avvicina parecchio. A fronte dei dati che per la Svezia parlano di un tasso di mortalita’ piu’ alto al mondo negli ultimi sette giorni, lo stratega della gestione svedese dell’epidemia da coronavirus ammette gli errori di valutazione, seppure con nordico understatement: “Avremmo potuto fare meglio di come abbiamo fatto”, riconosce Anders Tegnell, il principale epidemiologo dell’agenzia sanitaria di Stato di Stoccolma, costretto a riconoscere che i morti avuti dal Paese in questi mesi “sono stati troppi”. Sul bilancio che anche gli svedesi iniziano a fare riguardo la gestione dell’epidemia da parte del governo, pesano le oltre 4.500 vittime del virus registrate su una popolazione di circa dieci milioni di persone. “Bisognera’ valutare se c’era un modo per prevenire” queste morti, dice Tegnell intervistato dalla radio svedese. Mettendo cosi’ per la prima volta in discussione la linea tenuta da Stoccolma durante la pandemia, quando la Svezia ha lasciato che il virus circolasse tra la popolazione senza mai introdurre quelle rigide misure di confinamento implementate dagli altri Paesi europei. Con il senno di poi, “se dovessimo imbatterci nella stessa malattia, sapendo esattamente quello che sappiamo oggi, penso che finiremmo per fare qualcosa a meta’ strada tra cio’ che la Svezia ha fatto e cio’ che ha fatto il resto del mondo”, ragiona oggi Tegnell. Anche se in una successiva intervista al quotidiano Dagens Nyheter ha tenuto a puntualizzare che “non vedo cosa avremmo potuto fare in modo completamente diverso” e che “sulla base delle conoscenze che avevamo allora, riteniamo di aver preso le decisioni appropriate”. Ancora nei giorni scorsi il premier Stefan Lofven e i suoi ministri difendevano a spada tratta la linea adottata dal governo, che ha preferito affidarsi al senso civico dei propri cittadini e che si e’ limitato a suggerire alle persone di evitare viaggi non essenziali e di non uscire se anziane o malate, a chiudere le scuole per i ragazzi dai 16 anni in su, a vietare gli assembramenti di oltre 50 persone. Lasciando invece sempre aperti negozi, caffe’, ristoranti e palestre. Per settimane le foto dei pub affollati a Stoccolma e nelle altre citta’ svedesi hanno fatto il giro del mondo, attirando la curiosita’ e le critiche per una scelta in controtendenza rispetto a tutti gli altri. Una strategia che peraltro e’ stata fino a questo momento condivisa da gran parte dei cittadini svedesi, almeno stando ai sondaggi, ma su cui il consenso – di fronte al numero dei morti – inizia ora a vacillare. La linea di Stoccolma ha avuto anche l’effetto collaterale di far diventare il Paese, proprio ora che tutti gli altri riaprono, una sorta di paria del nord Europa. Con le vicine Norvegia e Danimarca che hanno riaperto le frontiere reciproche, lasciando pero’ un cordone sanitario proprio intorno alla Svezia, esclusa dalla ripresa dei flussi turistici.

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