Esteri
Il tunnel Trump-Putin sotto lo Stretto di Bering, il disgelo tra Russia e Usa resta sospeso
Kirill Dmitriev rilancia il progetto di un tunnel tra Russia e Stati Uniti sotto lo Stretto di Bering, simbolo del possibile disgelo tra Mosca e Washington. Ma tra smentite, cautele americane e tensioni sull’Ucraina, il riavvicinamento resta tutt’altro che lineare.
Unire Russia e Stati Uniti sotto lo Stretto di Bering, trasformando il ghiaccio geopolitico in cemento, rotaie e propaganda. L’idea rilanciata da Kirill Dmitriev, uomo di fiducia di Vladimir Putin per gli investimenti esteri, ha il sapore dei grandi progetti simbolici: più che un’infrastruttura, un messaggio politico.
Il consigliere del Cremlino ha annunciato al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che sarà firmato un accordo per proseguire la progettazione del tunnel tra le coste russe e americane. Un’opera che, nelle intenzioni di Mosca, dovrebbe diventare il segno più spettacolare del riavvicinamento tra Donald Trump e Vladimir Putin.
Ma proprio la grandiosità dell’annuncio mostra quanto il disgelo tra Mosca e Washington resti fragile, ambiguo e pieno di contraddizioni.
Il progetto del “Putin-Trump tunnel”
Dmitriev aveva lanciato l’idea già nell’ottobre 2025, parlando di un tunnel ferroviario e merci sotto lo Stretto di Bering, tra l’Estremo Oriente russo e l’Alaska. Secondo la proposta iniziale, l’opera avrebbe potuto essere realizzata in meno di otto anni, con un costo stimato attorno agli 8 miliardi di dollari.
Il progetto era stato immaginato anche con il possibile coinvolgimento della Boring Company di Elon Musk, almeno nella suggestione lanciata dal consigliere russo. La promessa era enorme: collegare fisicamente Russia e Stati Uniti, aprire nuove rotte commerciali, favorire lo sfruttamento congiunto delle risorse e trasformare un confine estremo della Guerra fredda in un ponte infrastrutturale.
Ora Dmitriev sostiene che l’accordo per continuare la progettazione sarà firmato. Ma restano molte domande: chi firma, con quale mandato, con quali fondi, con quale copertura politica e con quale reale partecipazione americana.
Gli americani a San Pietroburgo e le cautele di Rubio
La presenza statunitense allo Spief ha alimentato l’idea di un lento riavvicinamento. Reuters ha raccontato l’arrivo a San Pietroburgo di un gruppo americano composto da figure vicine al mondo conservatore e da Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione per le Belle Arti dell’amministrazione Trump, indicato come guida della delegazione americana.
Ma da Washington sono arrivate cautele evidenti. Il segretario di Stato Marco Rubio, rispondendo al Senato, ha dichiarato di non essere a conoscenza di una delegazione ufficiale americana al Forum di San Pietroburgo e ha aggiunto di non ritenere che vi partecipino funzionari di alto rango.
È una precisazione importante. Perché mentre Mosca prova a presentare lo Spief come un palcoscenico del nuovo dialogo con gli Stati Uniti, l’amministrazione americana sembra evitare di attribuire alla partecipazione un valore diplomatico pieno.
Hockey e diplomazia del disgelo
Accanto al tunnel, c’è anche lo sport. Il presidente della Camera di Commercio Usa-Russia, Robert Agee, ha annunciato una partita amichevole di hockey su ghiaccio tra Russia e Stati Uniti il primo luglio a Mosca, per celebrare il 250° anniversario dell’indipendenza americana.
La formula scelta è esplicita: sciogliere il muro di ghiaccio tra i due Paesi. È una diplomazia laterale, fatta di sport, cultura, affari, contatti informali e simboli. Un terreno che Mosca usa da tempo per aggirare l’isolamento politico prodotto dalla guerra in Ucraina.
Ma il limite resta lo stesso: i simboli possono accompagnare un disgelo, non sostituirlo.
Il nodo Ucraina resta al centro
A frenare il riavvicinamento c’è soprattutto la guerra in Ucraina. Le parole del ministro degli Esteri russo Serghei Lavrovmostrano che tra Mosca e Washington restano incomprensioni profonde. Lavrov ha accusato gli Stati Uniti di incoerenza, sostenendo che Washington non avrebbe dato seguito agli accordi raggiunti nel vertice in Alaska tra Trump e Putin nell’agosto 2025.
Secondo il capo della diplomazia russa, se gli Stati Uniti avessero davvero promosso quella iniziativa, le parti sarebbero già al tavolo negoziale e le ostilità sarebbero cessate. È una ricostruzione russa, e come tale va letta: serve a scaricare su Washington la responsabilità dello stallo e a presentare Mosca come parte pronta al negoziato.
Il fatto resta che, mentre si parla di tunnel, la guerra continua. E senza un’intesa credibile sull’Ucraina, ogni progetto di cooperazione strategica tra Russia e Stati Uniti resta politicamente sospeso.
San Pietroburgo tra affari e guerra
Il Forum di San Pietroburgo si svolge mentre la Russia cerca di mostrare apertura economica e stabilità internazionale. Ma proprio nei giorni dell’evento, Reuters ha riferito di nuovi attacchi di droni nella regione di Leningrado e vicino a Mosca, in un clima di forte allerta attorno al principale appuntamento economico russo.
È il contrasto più evidente: da un lato il Cremlino propone tunnel, partite di hockey e nuove intese con gli Stati Uniti; dall’altro il Paese resta immerso in una guerra che entra sempre più spesso anche nel territorio russo attraverso attacchi in profondità.
Lo Spief diventa così una vetrina doppia: mostra la Russia che cerca interlocutori globali, ma anche la Russia che non riesce a uscire dal peso politico e militare dell’Ucraina.
Un progetto enorme, molte incognite
Il tunnel sotto lo Stretto di Bering è un’idea suggestiva, ma piena di incognite tecniche, finanziarie e politiche. Collegare Alaska e Russia significherebbe affrontare condizioni climatiche estreme, distanze enormi, problemi logistici, costi reali probabilmente superiori alle stime propagandistiche e, soprattutto, un livello di fiducia politica oggi molto lontano.
Al momento, il progetto resta più una dichiarazione d’intenti che un piano operativo verificabile. Alcuni media internazionali sottolineano che non risultano conferme americane di un accordo formale pienamente istituzionale sulla costruzione.
La cautela è quindi obbligatoria: Dmitriev parla di accordo e di progettazione, ma non basta un annuncio russo per trasformare una visione geopolitica in un cantiere internazionale.
Il disgelo che Mosca vuole raccontare
La Russia ha interesse a presentare l’era Trump come una svolta nei rapporti con Washington. Ogni presenza americana a San Pietroburgo, ogni progetto culturale, ogni ipotesi infrastrutturale e ogni partita simbolica servono a costruire la narrazione di un isolamento superato.
Ma i segnali restano contraddittori. Il Cremlino parla di delegazioni e tunnel. Rubio ridimensiona. Lavrov accusa gli Stati Uniti sull’Ucraina. Peskov esclude contatti rilevanti con rappresentanti americani. La cooperazione sembra più desiderata da alcuni ambienti russi che realmente consolidata a livello istituzionale.
Il tunnel Trump-Putin, per ora, è soprattutto una metafora. Racconta il desiderio russo di riaprire una strada verso gli Stati Uniti, ma anche la distanza che resta da colmare. Non sotto il mare dello Stretto di Bering, ma sopra il terreno ancora insanguinato dell’Ucraina.
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Gaza, gli Usa ridimensionano lo strappo con Netanyahu
Washington non considera una rottura le dichiarazioni pubbliche di Netanyahu sul piano americano per Gaza. Secondo Axios, il premier avrebbe promesso a Kushner di concedere una possibilità al progetto sul disarmo di Hamas.
La Casa Bianca non sarebbe preoccupata dalle dichiarazioni pubbliche con cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha contestato il piano americano per Gaza. A riferirlo è un alto funzionario statunitense citato da Axios.
«Comprendiamo le esigenze politiche di Bibi. Non abbiamo problemi al riguardo, purché continui a fare ciò che chiediamo, in particolare per quanto riguarda la limitazione degli attacchi a Gaza», avrebbe affermato il funzionario.
Il colloquio con Kushner
Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post sulla base delle informazioni di Axios, Netanyahu avrebbe detto a Jared Kushner di essere disposto a concedere una possibilità al piano promosso dal presidente Donald Trump per il disarmo di Hamas.
Il colloquio sarebbe avvenuto la scorsa settimana, quindi prima delle dichiarazioni pubbliche con cui Netanyahu ha ribadito che Israele non procederà al ritiro senza un disarmo completo e verificabile dell’organizzazione palestinese.
La diversa successione temporale lascia emergere una distanza tra la linea espressa pubblicamente dal premier e gli impegni che sarebbero stati assunti nei colloqui riservati con Washington.
Il graduale ritorno alla Linea Gialla
Secondo Axios, le Forze di difesa israeliane avrebbero iniziato un graduale ripiegamento verso la cosiddetta Linea Gialla, fermando contemporaneamente gli attacchi nella Striscia.
Washington e i mediatori chiedono ora ad Hamas di avviare concretamente il processo di disarmo. Restano tuttavia aperti i nodi sulla successione delle operazioni: Israele pretende che Hamas consegni prima tutte le armi, mentre il piano americano collega il disarmo a un ritiro progressivo delle forze israeliane.
La Casa Bianca sembra quindi interpretare le parole di Netanyahu soprattutto alla luce delle esigenze della politica interna israeliana, valutando il comportamento operativo del governo e dell’esercito come il vero banco di prova per l’attuazione del piano.


