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Politica

Il Senato approva la ‘tagliola’ sul ddl Zan, affossata la legge contro l’omofobia

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La “tagliola” si è abbattuta sul disegno di legge contro l’omotransfobia: 154 i voti a favore delle pregiudiziali poste da Fratelli d’Italia e Lega, 131 i contrari e due gli astenuti. Il disegno di legge torna così in Commissione Giustizia da dove, con ogni probabilità, non riemergerà più. Le norme che avrebbero potuto e dovuto punire più severamente i reati commessi con l’aggravante dell’omotransfobia vengono così affossate. “Chi per mesi, dopo l’approvazione alla Camera, ha seguito le sirene sovraniste che volevano affossare il Ddl Zan è il responsabile del voto di oggi al Senato. È stato tradito un patto politico che voleva far fare al Paese un passo di civiltà. Le responsabilità sono chiare”, spiega Alessandro Zan, primo firmatario del disegno di legge. Alessandro San, promotore della legge, con tutta evidenza non e la prende con Salvini o Meloni, le cui posizioni sono sempre state chiare. No, Zan e tanti altri del Pd se la prendono con Matteo Renzi e Italia Viva. E però quelli di IV non ci stanno. “La matematica non è un’opinione. 23 voti di scarto sono un baratro e IV, con i suoi 11 voti, ha comunque votato contro la mozione della destra. Perchè continuare una narrazione falsa invece di andare a guardare chi nei gruppi di centrosinistra abbia votato con la destra?”. Lo scrive su Twitter il deputato di Italia Viva Gennaro Migliore, che aggiunge” Siamo difronte a un voto che riporta l’Italia indietro e ne fa un caso internazionale. Tutti coloro i quali hanno votato contro si assumono la responsabilita’ di questo disastro”. Insomma a leggere i numeri Migliore non dice sciocchezze. Se si pensa che poi qualcuno del centrodestra ha votato per il DL Zan, la situazione si fa una attimino imbarazzante per il centrosinistra.  Perchè a votare compattamente contro il disegno di legge è stato il centrodestra, ma non tutti del centrodestra. La  scelta  ha provocato le dimissioni dagli organi interni del partito di Elio Vito, storico ‘pasdaran’ berlusconiano, da mesi in rotta con il Forza Italia sui temi dei diritti.

Certo fa discutere  la strategia adotta dal Partito democratico. Il segretario Enrico Letta, due giorni fa, aveva dato incarico proprio a Zan di portare avanti le trattative con le altre forze politiche per valutare alcune modifiche. L’apertura della linea di dialogo, nelle speranze del segretario dem, avrebbe dovuto scongiurare la tagliola che, però, è stata ugualmente posta al Senato e, per di più, con voto segreto. Hanno quindi avuto campo libero i franchi tiratori e, alla fine, sarebbero stati 16 a ‘tradire’. Complicato individuarne i nomi, anche se fra i parlamentari nel Partito democratico si guarda a chi, fra coloro che facevano parte dell’ex maggioranza renziana, ha mostrato immediatamente perplessità sulla linea scelta dal Nazareno.

A conferma dei malumori presenti nel gruppo in Senato c’è una dichiarazione attribuita alla senatrice Valeria Fedeli, poi smentita così: “In merito a quanto riportato da un’agenzia di stampa a seguito del voto sul Ddl Zan, smentisco del tutto di aver mai parlato di dimissioni per qualcuno. La mia richiesta è ben diversa: serve a mio avviso un chiarimento e un confronto franco su quanto accaduto”. Dunque, dimissioni no, ma un chiarimento politico.

In ogni caso a Fedeli fa eco Andrea Marcucci, senatore Pd già capogruppo durante la segreteria di Matteo Renzi: “Sono amareggiato per l’esito del voto del Senato. Per mesi ho messo in guardia in tutti i modi per una gestione fallimentare del provvedimento. Alla positiva apertura del segretario Letta, non è seguita una linea volta a trovare un accordo. Credo che il Pd dovrà interrogarsi a fondo su quanto è avvenuto”.

Il segretario Enrico Letta, tuttavia, è netto nel rivendicare la bontà della legge e degli sforzi fatti in Parlamento per portarla avanti. “Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro. Sì, oggi hanno vinto loro e i loro inguacchi, al Senato. Ma il Paese è da un’altra parte. E presto si vedrà”, scrive su Twitter. dello stesso tenore la reazione del presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte: “Chi oggi gioisce per questo sabotaggio dovrebbe rendere conto al Paese che su questi temi ha già dimostrato di essere più avanti delle aule parlamentari”. Un coro di entusiasmo si è infatti levato  dal centrodestra:  “Chi troppo vuole nulla stringe. È stata sconfitta l’arroganza”, dice Ignazio La Russa dopo il voto.

“Il voto di oggi, che ha bocciato il pericoloso e liberticida ddl Zan, è la giusta e meritata punizione per l’arroganza della sinistra e il M5S, che hanno preteso che il Senato non dovesse discutere e modificare un testo palesemente sbagliato, afferma il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Luca Ciriani.

“Il ddl zan è affondato definitivamente. Evviva, vittoria. Grazie alla mia richiesta di non passaggio all’esame degli articoli e di voto segreto si è posto fine, definitivamente, al ddl Zan, affossato con ben 23 voti di scarto. Quando i professionisti scendono in campo è meglio che i dilettanti che restino in panchina”, chiosa il vice presidente leghista del Senato, Roberto Calderoli.

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Politica

Confalonieri e il ricordo di Berlusconi: «Ha fatto grande il Milan e ha cambiato l’Italia»

A tre anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri custodisce il ricordo dell’amico di una vita e ne rivendica il ruolo nell’impresa, nello sport e nella politica italiana.

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Ci sono amicizie che sopravvivono al tempo e perfino all’assenza. Per Fedele Confalonieri, storico presidente di Mediaset e compagno di viaggio di una vita, il ricordo di Silvio Berlusconi resta qualcosa di profondamente privato. Un patrimonio custodito nel silenzio più che nelle parole.

Da quando il fondatore di Fininvest è scomparso, Confalonieri ha scelto di esporsi sempre meno. Chi lo frequenta racconta di un uomo che preferisce il pianoforte ai riflettori, i ricordi alle celebrazioni pubbliche. Eppure, quando accetta di parlare dell’amico, c’è un tema che torna sempre: il Milan.

«Ha fatto grande il Milan»

«E poi ha fatto grande il Milan, che senza di lui è finito com’è finito». È una frase che Confalonieri ripete spesso. Non per ridurre Berlusconi al calcio, ma perché proprio nell’avventura rossonera vede la dimostrazione più evidente del suo talento.

Secondo l’ex presidente di Mediaset, mettere insieme una squadra vincente, costruire un ciclo irripetibile e trasformare un club in un simbolo mondiale richiedeva la stessa genialità che Berlusconi ha mostrato negli affari e nella politica.

Per Confalonieri, il Milan non è soltanto una squadra di calcio. È la prova concreta della capacità del Cavaliere di immaginare il futuro prima degli altri e di trasformare le idee in risultati.

L’imprenditore, il politico, il leader

Nel racconto dell’amico di sempre emerge una figura che va oltre le divisioni politiche. Confalonieri continua a sostenere che molti avversari di Berlusconi non abbiano ancora riconosciuto pienamente ciò che ha rappresentato per il Paese.

L’ex premier viene descritto come un uomo capace di costruire contemporaneamente un grande gruppo editoriale, una squadra vincente e una coalizione politica destinata a segnare la storia della Seconda Repubblica.

È una lettura inevitabilmente affettuosa e personale, che non ignora errori e controversie, ma che mette al centro il ruolo innovatore svolto da Berlusconi in diversi ambiti della vita pubblica italiana.

La differenza con i leader di oggi

Confalonieri guarda con distacco anche alla politica internazionale contemporanea. Chi lo conosce racconta una certa amarezza per un mondo in cui, a suo giudizio, si è persa l’arte della diplomazia.

Nel ricordo riaffiora spesso il Berlusconi protagonista dei grandi vertici internazionali, capace di costruire rapporti personali con leader di schieramenti diversi e di ritagliarsi uno spazio nei momenti più delicati della politica mondiale.

È in questo contesto che viene ricordata anche la distanza che il Cavaliere avrebbe sempre rivendicato rispetto a figure come Donald Trump, ritenendo improprio qualsiasi paragone tra le due esperienze politiche.

Giorgia Meloni e il dopo Berlusconi

Confalonieri è stato tra i primi a comprendere che, dopo Berlusconi, il centrodestra avrebbe trovato il proprio punto di equilibrio attorno a Giorgia Meloni. Non per continuità diretta, ma per forza politica e capacità di leadership.

Per anni ha ripetuto che in politica la successione non si eredita come accade nelle aziende o nelle famiglie. Una convinzione che lo ha portato a riconoscere rapidamente il nuovo scenario emerso nel centrodestra italiano.

Pur apprezzando il percorso della premier, Confalonieri continua però a considerare Berlusconi un fenomeno irripetibile, difficilmente replicabile nelle forme e nelle dimensioni.

Il peso di un’eredità

A tre anni dalla scomparsa del fondatore di Forza Italia, ciò che colpisce nel racconto di Confalonieri non è la nostalgia politica ma quella personale. L’assenza dell’amico viene prima dell’assenza del leader.

Eppure, nel suo ragionamento, le due cose finiscono per intrecciarsi. Perché Berlusconi, sostiene, è stato insieme imprenditore, editore, presidente di calcio e uomo di governo. Un protagonista capace di attirare consenso e critiche, entusiasmo e opposizione, ma sempre al centro della scena.

«Tengo per me il mio Silvio»

Alla fine, però, il tratto più significativo resta il riserbo. Confalonieri continua a custodire molti ricordi senza condividerli. «Tengo per me il mio Silvio», è la frase che sintetizza meglio il suo atteggiamento.

Un modo per proteggere una storia personale lunga oltre mezzo secolo e per preservare il ritratto di un uomo che, nel bene e nel male, ha segnato una stagione della vita italiana. E che, agli occhi dell’amico di sempre, resta ancora oggi una figura impossibile da sostituire.

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Politica

Meloni guarda al G7 e cerca il disgelo con Trump e Macron

Al G7 di Evian potrebbe esserci un bilaterale tra Giorgia Meloni e Donald Trump. Sul tavolo Iran, Ucraina e il nodo del mediatore europeo, mentre il 25 giugno è previsto il vertice Italia-Francia ad Antibes.

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Il G7 di Evian può diventare il luogo del disgelo. Non ci sono certezze ufficiali, ma fonti di governo indicano come possibile un bilaterale tra Giorgia Meloni e Donald Trump durante il vertice dei leader, in programma dal 15 al 17 giugno in Francia. Sul tavolo ci sono l’Iran, l’Ucraina, i rapporti transatlantici e anche le tensioni degli ultimi giorni tra Roma e Washington.

Il possibile bilaterale con Trump

A Palazzo Chigi si guarda con attenzione alla presenza del presidente americano al G7. Secondo ambienti di governo, Trump avrebbe compreso le ragioni italiane sul blocco agli aerei americani a Sigonella e su altre scelte della premier, aprendo così uno spazio per un chiarimento politico diretto.

Il vertice francese sarà dominato dai dossier internazionali più urgenti. L’Iran è il primo tema, soprattutto se dovesse maturare un’intesa tra Washington e Teheran. Un accordo avrebbe un impatto globale, non solo sul piano diplomatico, ma anche su energia, mercati e sicurezza. Reuters indica proprio Iran e Ucraina come i due dossier principali del G7 di Evian.

L’Ucraina e il nodo della voce europea

L’altro fronte è l’Ucraina. Meloni continua a sostenere la necessità di una posizione europea più ordinata, capace di parlare con una sola voce nei passaggi diplomatici decisivi. Nei giorni scorsi la premier ha criticato i formati ristretti, come quello tra Francia, Germania e Regno Unito, ritenendoli insufficienti a rappresentare l’intero fronte europeo.

La posizione italiana si intreccia con quella della Polonia. Donald Tusk ha chiesto che Varsavia sia coinvolta nei colloqui sull’Ucraina e ha sottolineato che anche l’Italia condivide il disagio per l’esclusione da alcuni tavoli.

Le tensioni con Parigi

Il dossier ucraino pesa anche nei rapporti tra Roma e Parigi. A Palazzo Chigi viene letta con irritazione la lentezza nella scelta di una figura europea unica per il confronto diplomatico. La critica italiana non attribuisce intenzioni filorusse alla Francia, ma segnala il rischio politico di iniziative percepite come troppo legate al protagonismo delle singole cancellerie.

Il tema resta delicato, anche perché non tutti in Europa condividono l’idea di un vero mediatore. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha ricordato che l’Unione europea non può essere un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché l’Europa sostiene Kiev e difende anche la propria sicurezza.

Il vertice Meloni-Macron ad Antibes

Il 25 giugno Meloni e Emmanuel Macron avranno un’occasione formale per provare a rimettere ordine nei rapporti bilaterali. L’Eliseo ha annunciato il primo vertice intergovernativo Italia-Francia ad Antibes, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione su difesa, spazio, energia e infrastrutture.

Il vertice nasce nel quadro del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021 da Macron e Mario Draghi, ma più volte rinviato. Anche questo dato racconta una relazione non sempre fluida tra Palazzo Chigi ed Eliseo.

Stubb, Costa e la ricerca di una figura condivisa

Nel ragionamento italiano, l’eventuale rappresentante europeo dovrebbe avere alcune caratteristiche precise: non appartenere a un grande Paese dell’Unione, non alimentare gelosie tra capitali, avere solidi rapporti transatlantici e conoscere bene il dossier ucraino.

Sono caratteristiche che fanno pensare al presidente finlandese Alexander Stubb, vicino a Trump e molto netto nel sostegno a Kiev. Ma lo stesso Stubb ha escluso, almeno pubblicamente, di vedersi nel ruolo di negoziatore con Mosca.

Tra i nomi possibili resta anche quello di Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che per profilo istituzionale e capacità diplomatica potrebbe rappresentare un punto di equilibrio.

Una settimana decisiva per la diplomazia italiana

Per Meloni si apre una settimana di alta diplomazia. Prima il G7, con il possibile faccia a faccia con Trump e il confronto sull’Iran. Poi il dossier Ucraina, dove Roma vuole contare di più nella definizione della linea europea. Infine il vertice con Macron, che può diventare l’occasione per ridurre le distanze con Parigi.

Il filo comune è uno solo: evitare che l’Italia resti ai margini dei tavoli che contano. In un passaggio internazionale segnato da guerre, negoziati e nuove geometrie di potere, Palazzo Chigi prova a ritagliarsi un ruolo da protagonista, tra Washington, Parigi e Bruxelles.

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Politica

Vannacci lancia Futuro Nazionale, centrodestra in tensione alla vigilia della Costituente

Roberto Vannacci si prepara alla Costituente di Futuro Nazionale in un clima di forte tensione politica con il centrodestra. Meloni, Salvini e Tajani non parteciperanno direttamente all’evento, mentre il nuovo movimento punta a strutturarsi come forza politica organizzata.

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Roberto Vannacci si prepara a inaugurare ufficialmente Futuro Nazionale, il movimento politico che punta a trasformarsi in un partito strutturato e radicato sul territorio. La due giorni romana all’Auditorium della Conciliazione rappresenta il passaggio fondativo della nuova formazione e arriva dopo settimane di tensioni con gli alleati del centrodestra.

Secondo gli organizzatori, sono attesi circa 1.500 delegati provenienti da tutta Italia. L’obiettivo è definire la struttura del partito, eleggere gli organismi dirigenti e delineare un programma politico che affronti temi come famiglia, scuola, imprese e organizzazione dello Stato.

Meloni, Salvini e Tajani scelgono il basso profilo

Alla vigilia dell’appuntamento si è registrato un confronto tra i leader della coalizione di governo. Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, pur invitati, hanno deciso di non partecipare personalmente all’evento.

I partiti del centrodestra saranno rappresentati da delegazioni composte da dirigenti locali o esponenti territoriali. Una scelta che, secondo fonti della maggioranza, consente di mantenere aperto il dialogo senza attribuire alla nuova iniziativa politica un riconoscimento formale di particolare rilievo.

Lo scontro dopo le parole della premier

La nascita di Futuro Nazionale avviene in un clima già segnato dalle polemiche successive allo scontro parlamentare tra Giorgia Meloni e l’area vannacciana.

Da Futuro Nazionale si sostiene che l’intervento della premier abbia finito per rafforzare la visibilità del movimento. Alcuni esponenti del gruppo parlano apertamente di un “regalo politico” ricevuto dalle polemiche degli ultimi giorni.

Nel centrodestra, invece, prevale la convinzione che le posizioni assunte dai vannacciani rischino di indebolire la compattezza della coalizione.

Le critiche di Fratelli d’Italia e Lega

Da Fratelli d’Italia arrivano segnali di forte diffidenza. Il responsabile organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, ha accusato Futuro Nazionale di favorire indirettamente le opposizioni e di assumere posizioni incompatibili con quelle della maggioranza.

Anche dalla Lega emergono critiche. Il vicesegretario Claudio Durigon ha sostenuto che sia stato Vannacci a prendere le distanze dal centrodestra in occasione di recenti votazioni parlamentari, ribadendo che chi vuole entrare nella coalizione non può farlo da posizioni esterne e antagoniste.

La replica dei vannacciani

Gli esponenti di Futuro Nazionale respingono le accuse e rivendicano autonomia politica. L’obiettivo dichiarato è costruire una forza capace di incidere nel dibattito pubblico e di rappresentare una parte dell’elettorato che ritiene insufficiente l’attuale offerta politica del centrodestra.

Tra i fondatori del movimento si insiste sulla volontà di mantenere aperto il confronto con gli alleati, ma solo a partire dai principi e dalle linee programmatiche che saranno approvate dalla Costituente.

Le preoccupazioni nella maggioranza

La crescita organizzativa di Futuro Nazionale viene osservata con particolare attenzione soprattutto nella Lega, dove il dibattito interno resta acceso anche su altri fronti, compreso quello relativo ai futuri assetti territoriali e alla leadership del partito nelle regioni del Nord.

Nel frattempo continuano ad arrivare adesioni e nuovi ingressi nel movimento vannacciano da diverse realtà locali, elemento che contribuisce ad alimentare l’attenzione politica intorno al progetto.

Una sfida che va oltre la Costituente

La vera prova per Futuro Nazionale inizierà dopo la due giorni romana. La Costituente servirà a definire simbolo, struttura e programma, ma il passaggio decisivo sarà la capacità di trasformare il consenso mediatico e la visibilità del generale Vannacci in una presenza politica stabile sul territorio.

Per il centrodestra la sfida è altrettanto delicata: mantenere l’unità della coalizione senza sottovalutare un movimento che, almeno nelle intenzioni dei suoi promotori, punta a diventare una presenza permanente nello scenario politico italiano.

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