Politica
Il record di Meloni è lo specchio del centrosinistra: governi fragili, divisioni e guerre sulla leadership
Il record di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi diventa uno specchio per il centrosinistra. Dai governi Prodi alle divisioni dell’era Renzi, la storia progressista è segnata da coalizioni fragili e conflitti sulla leadership. Boccia promette una svolta: «Per noi la stabilità è un valore».
Il record di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi finisce per diventare uno specchio nel quale anche il centrosinistra è costretto a guardarsi. Perché al di là delle polemiche sulla «durata senza risultati» rivolte alla premier, i 1.413 giorni del governo Meloni riportano alla luce uno dei problemi storici dello schieramento progressista italiano: la difficoltà di tenere insieme una coalizione quando arriva al governo.
La longevità di un esecutivo, naturalmente, non equivale automaticamente al buon governo. Non risolve i problemi economici e sociali di un Paese e non determina da sola il giudizio degli elettori.
Ma la stabilità ha un peso politico. Misura nel tempo la capacità di una coalizione di restare compatta quando bisogna decidere, affrontare crisi e comporre interessi differenti. Ed evita che gran parte delle energie di governo venga consumata nella gestione quotidiana dei rapporti tra gli alleati.
È precisamente ciò che spesso è mancato al centrosinistra durante la Seconda Repubblica.
Parisi: «Il centrodestra ha avuto una compattezza che noi non abbiamo mai avuto»
I numeri raccontano una parte della storia. Ai 1.413 giorni di Meloni si contrappongono gli 887 giorni del secondo governo Prodi. Matteo Renzi arrivò a 1.024 giorni, anche se il suo esecutivo nacque nel corso della legislatura iniziata con il governo Letta.
Arturo Parisi, tra gli ideatori dell’Ulivo, riconosce il problema: «Dati alla mano il centrodestra ha dimostrato sinora una compattezza che noi non abbiamo mai avuto».
La domanda, allora, diventa inevitabile: perché i governi progressisti italiani hanno avuto così tante difficoltà a durare?
«Ce lo chiediamo da tempo», ammette Graziano Delrio.
E offre una spiegazione diversa da quella avanzata da Stefano Bonaccini: «Il presidente del mio partito ritiene che noi, essendo più intelligenti, ci facciamo più domande rispetto ai nostri avversari, che sono a suo giudizio basici. Io invece credo che il centrodestra abbia una cifra nazionalpopolare e sia capace di restare concentrato sulle cose, senza perdersi in elucubrazioni. Sono pragmatici e vanno sempre alla ricerca di un accordo».
La continuità del centrodestra e la frammentazione progressista
C’è poi un elemento strutturale. Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega appartengono, pur con storie ed evoluzioni differenti, allo stesso spazio politico costruito dal centrodestra italiano negli ultimi trent’anni.
Dall’altra parte si è invece assistito a una continua trasformazione di partiti, sigle, alleanze e formule politiche.
Il problema era stato individuato già dai protagonisti delle precedenti stagioni.
Massimo D’Alema parlò del prezzo pagato alla «frantumazione politica». Romano Prodi indicò nell’«eccessiva ampiezza e diversità della coalizione» uno dei punti di debolezza. Piero Fassino denunciò una «babele di linguaggi». Pier Luigi Bersani mise invece l’accento sulla divisione dell’area progressista e sulla difficoltà di costruire una proposta di governo omogenea.
Ma dietro la frammentazione c’è un’altra questione, forse ancora più delicata: il riconoscimento della leadership.
Da Prodi a Renzi, le guerre dentro la coalizione
La storia del centrosinistra è attraversata da conflitti interni spesso durissimi.
Romano Prodi riuscì a battere per due volte Silvio Berlusconi alle elezioni, ma entrambi i suoi governi terminarono anticipatamente dopo la perdita del sostegno di componenti della propria maggioranza.
E nel 2013 arrivarono i famosi 101 voti mancanti nell’elezione del presidente della Repubblica, che contribuirono a impedire l’ascesa di Prodi al Quirinale.
Poi Matteo Renzi. Una leadership divisiva anche per responsabilità dello stesso ex premier, ma combattuta apertamente da una parte consistente del suo stesso partito. La frattura raggiunse il punto massimo con il referendum costituzionale del 2016, quando esponenti della minoranza Pd si schierarono per il No alla riforma sostenuta dal segretario e presidente del Consiglio.
Vicende che ancora oggi alimentano l’autocritica di una parte della vecchia classe dirigente.
«Troppi conflitti tra noi», riconosce un ex ministro. E anche «troppa sottovalutazione degli avversari. Berlusconi prima e Meloni poi».
Nel 1996 quattro governi in una sola legislatura
Il precedente forse più emblematico resta la legislatura iniziata nel 1996.
In cinque anni si alternarono quattro governi: Prodi, D’Alema I, D’Alema II e Amato II.
Una instabilità che contribuì a consolidare l’immagine di un centrosinistra capace di vincere le elezioni ma molto meno efficace nel garantire continuità alla propria esperienza di governo.
Ed è proprio questo precedente che l’attuale coalizione progressista vorrebbe evitare.
Boccia: «Per noi la stabilità è un valore»
Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato, rivendica una discontinuità rispetto al passato.
«Questo centrosinistra è diverso dai precedenti perché rappresenta una novità politica. Per la prima volta non ha nemici a sinistra. Per la prima volta è un centrosinistra costruito partendo da sinistra».
Boccia non nasconde le difficoltà: «Non ci sfugge la complessità, ma non commetteremo più gli errori con i quali abbiamo consumato governi e per ultimo regalato Palazzo Chigi al centrodestra».
Poi la frase che sintetizza la lezione che il Pd sembra voler ricavare dal record di Meloni: «Per noi la stabilità è un valore».
È forse questo il vero paradosso politico dei 1.413 giorni celebrati dal centrodestra. Mentre le opposizioni contestano i risultati del governo Meloni, il centrosinistra è costretto a riconoscere che almeno una lezione arriva dal campo avversario: vincere le elezioni serve a poco se poi non si riesce a governare insieme.
Un promemoria che, in caso di vittoria, Pd e alleati dovranno ricordare soprattutto il giorno dopo le urne.
Politica
Ucraina, Meloni attesa alle Camere dopo gli attacchi di Trump a Zelensky
Il governo mantiene cautela dopo gli attacchi di Trump a Zelensky, mentre le opposizioni chiedono una posizione esplicita di Meloni. Nella maggioranza si discute di sostegno a Kiev, acquisti energetici dalla Russia e tredicesimo pacchetto di aiuti. Il confronto parlamentare è previsto il 14 ottobre, prima del Consiglio europeo.
Gli attacchi di Donald Trump a Volodymyr Zelensky mettono sotto pressione il governo italiano: le opposizioni chiedono una presa di posizione, mentre nella maggioranza riemergono differenze sul rapporto con Mosca. Il prossimo passaggio politico sarà mercoledì 14 ottobre, quando Giorgia Meloni interverrà alle Camere in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.
La presidente del Consiglio è attesa a un chiarimento sulla linea italiana, mentre il confronto sul sostegno a Kiev si intreccia con le forniture energetiche russe e con la preparazione del nuovo pacchetto di aiuti.
La cautela del governo e il sostegno a Kiev
Nelle ore successive alle dichiarazioni del presidente americano, dai vertici del governo non è arrivata una risposta pubblica diretta agli attacchi contro Zelensky.
Secondo le ricostruzioni politiche, l’orientamento è attendere l’evoluzione dello scenario prima di intervenire. Gli esponenti vicini alla premier ribadiscono però che la posizione favorevole al sostegno all’Ucraina non è cambiata.
Nelle prime bozze della risoluzione di maggioranza compaiono riferimenti a “sostegni multidimensionali” a Kiev e alla necessità di mantenere la pressione sulla Russia. Si tratta di testi ancora in preparazione, che potranno essere modificati prima del voto.
La Lega chiede una riflessione sugli acquisti dalla Russia
Il confronto con Washington rende più visibili le differenze interne al centrodestra. La Lega sollecita una nuova riflessione sugli acquisti dalla Russia, nel contesto delle iniziative americane relative al diesel russo.
La posizione del partito di Matteo Salvini introduce un tema delicato per la coalizione: conciliare la continuità del sostegno a Kiev con le richieste di rivedere alcuni aspetti dei rapporti economici con Mosca.
Dal governo viene richiamata anche la partecipazione della Lega alle decisioni finora assunte sugli aiuti all’Ucraina.
Il tredicesimo pacchetto di aiuti ancora atteso
Un altro nodo riguarda il tredicesimo pacchetto italiano di aiuti, non ancora partito verso Kiev secondo le informazioni disponibili.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo a Firenze, ha indicato un orizzonte di settimane. I tempi dell’invio restano quindi uno degli elementi sui quali si concentra il confronto politico.
Crosetto ha inoltre ribadito che sostenere l’Ucraina significa difendere il diritto internazionale e il principio secondo cui nessuna nazione può imporre con la forza la propria volontà a un’altra.
Borghi e Ruffino chiedono una posizione della premier
Le opposizioni favorevoli al sostegno a Kiev contestano la cautela di Palazzo Chigi.
Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva, chiede di conoscere la posizione di Meloni sulle dichiarazioni di Trump, che a suo giudizio rischiano di favorire Mosca e dividere l’Europa.
Anche Daniela Ruffino, di Azione, richiama l’assenza di una presa di posizione della presidente del Consiglio. Sono valutazioni politiche delle opposizioni, alle quali il passaggio parlamentare offrirà un’occasione di risposta.
Calenda propone un confronto sulla sicurezza nazionale
Il leader di Azione, Carlo Calenda, torna a chiedere alla premier di convocare le opposizioni per un briefing sulla sicurezza nazionale ed energetica.
La richiesta punta a un confronto sulle conseguenze delle crisi internazionali per l’Italia. Calenda accompagna la proposta con una critica anche alle divisioni del centrosinistra, mostrando come il dossier ucraino attraversi entrambi gli schieramenti.
Mercoledì il confronto parlamentare
Le comunicazioni di Meloni e il voto sulle risoluzioni rappresenteranno una verifica della posizione italiana e della coesione della maggioranza.
Al centro ci saranno il sostegno a Kiev, la pressione sulla Russia, i rapporti con gli Stati Uniti e la sicurezza energetica. Il contenuto definitivo degli impegni sarà chiarito dagli interventi e dai testi sottoposti alle Camere.
Politica
Legge elettorale e Ucraina, il confronto alla festa del Foglio
La Festa dell’ottimismo a Firenze mette a confronto maggioranza e opposizioni su Ucraina e nuova legge elettorale. Crosetto apprezza la posizione di Schlein, mentre Appendino ribadisce il dissenso. Amoroso richiama i precedenti della Consulta, Amato critica il nodo firme e La Russa esclude un’alleanza con Vannacci. La data delle elezioni resta da definire.
L’Ucraina divide ancora il centrosinistra, la nuova legge elettorale apre il confronto sulla sua costituzionalità e i partiti preparano le prossime alleanze senza conoscere la data del voto. Alla Festa dell’ottimismo del Foglio, a Firenze, maggioranza e opposizioni si misurano con i temi destinati a segnare la campagna elettorale: sostegno a Kiev, regole per le urne e composizione delle coalizioni.
La decima edizione della manifestazione riunisce ministri, leader politici ed esponenti delle istituzioni nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Sullo sfondo resta il carovita, alimentato dalle crisi internazionali e dai rincari energetici.
Il direttore Claudio Cerasa indica nell’Europa e nell’Ucraina i riferimenti della giornata, richiamando le stelle della bandiera europea e i colori giallo e blu di quella ucraina.
Crosetto apprezza Schlein, Appendino ribadisce il dissenso
Il sostegno all’Ucraina continua a evidenziare differenze dentro il centrosinistra e convergenze tra esponenti di schieramenti opposti.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto esprime apprezzamento per la posizione di Elly Schlein. La segretaria del Pd sostiene l’assistenza a Kiev, mentre Chiara Appendino, del M5s, ribadisce il proprio no a un’«economia di guerra».
Paolo Gentiloni sollecita una linea chiara del Partito democratico, sostenendo che sull’aiuto all’Ucraina «non si può transigere».
Il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto evita di entrare nelle dinamiche dei partiti italiani, ma richiama la dimensione comune della sicurezza: i confini estone e finlandese sono anche confini europei, sui quali occorre mantenere una posizione netta.
La questione resta uno dei nodi del campo largo, impegnato a costruire un programma condiviso nonostante le divergenze tra Pd e M5s.
La Consulta e i precedenti di Porcellum e Italicum
Un altro fronte riguarda la nuova legge elettorale, chiamata Stabilicum dai sostenitori e Melonellum dai critici.
Il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, richiama i principi fissati nelle pronunce sul Porcellum e sull’Italicum. Saranno quei precedenti a orientare un’eventuale valutazione della riforma, qualora la questione venga portata davanti alla Consulta attraverso le procedure previste.
Le sue parole non anticipano un giudizio sulla nuova legge. Anche l’ipotesi di una decisione prima delle prossime elezioni dipenderà dai tempi e dall’ammissibilità delle questioni sollevate.
La Russa difende la riforma, Amato critica il nodo firme
Ignazio La Russa si dice fiducioso che la legge supererà un eventuale vaglio costituzionale. Il presidente del Senato interpreta la rapida promulgazione da parte di Sergio Mattarella come un segnale dell’assenza di evidenti motivi di incostituzionalità.
È una valutazione politica di La Russa: la promulgazione non impedisce un successivo controllo della Corte costituzionale, che conserva piena autonomia di giudizio.
Anche Giuliano Amato, già presidente del Consiglio e della Consulta, ritiene che la riforma possa funzionare. Contesta l’equivalenza tra dissenso politico e incostituzionalità, ma esprime una riserva sui requisiti per presentare le liste.
La richiesta di firme, secondo Amato, si colloca «ai margini dell’irragionevolezza». È un punto particolarmente rilevante per le nuove formazioni, impegnate a organizzarsi per partecipare alle politiche.
Il centrodestra chiude a Vannacci
Sul versante delle alleanze, La Russa assegna oggi «lo zero per cento» di probabilità a un’intesa tra il centrodestra e Roberto Vannacci. Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi esclude uno spazio per l’ex generale nella coalizione.
Crosetto evita invece di commentare, confermando la scelta di non intervenire sull’argomento.
Intanto procede il confronto tra Fratelli d’Italia e Sud Chiama Nord. Secondo Cateno De Luca, l’operazione potrebbe rendere elettoralmente ininfluente Futuro nazionale, la formazione di Vannacci. Una previsione politica che dovrà essere verificata con gli accordi definitivi e con il voto.
Nuove sigle in movimento, ma il calendario resta aperto
Le nuove formazioni cercano soluzioni organizzative e parlamentari per affrontare il nodo della presentazione delle liste. Si muovono Progetto Civico di Alessandro Onorato e Più Uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, mentre De Luca prepara un’iniziativa da annunciare martedì.
Il cantiere elettorale è dunque avviato, ma manca ancora una data ufficiale per le urne.
La Russa indica ottobre 2027 come ipotesi più probabile, nel quadro della conclusione naturale della legislatura, ricordando che il calendario potrebbe estendersi fino a dicembre. Si tratta di una previsione, non della convocazione delle elezioni.
A Firenze emerge così una politica già proiettata verso il voto, con tre questioni ancora aperte: le regole elettorali, l’assetto delle alleanze e la capacità di trovare posizioni comuni sui principali dossier internazionali.
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Alla Festa dell’ottimismo del Foglio il confronto su Ucraina, legge elettorale e alleanze anticipa la campagna per le prossime politiche.
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Alla festa del Foglio, Ucraina e legge elettorale dominano il confronto. La Russa chiude a Vannacci e indica ottobre 2027 come ipotesi per il voto.
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La Festa dell’ottimismo a Firenze mette a confronto maggioranza e opposizioni su Ucraina e nuova legge elettorale. Crosetto apprezza la posizione di Schlein, mentre Appendino ribadisce il dissenso. Amoroso richiama i precedenti della Consulta, Amato critica il nodo firme e La Russa esclude un’alleanza con Vannacci. La data delle elezioni resta da definire.
In Evidenza
Nasce Più Uno, un altro cespuglio nel campo largo
Ruffini e Gabrielli presentano Più Uno, nuova formazione centrista che guarda al centrosinistra e alle prossime elezioni. Il progetto si aggiunge a Progetto Civico di Onorato in un’area già occupata da Italia Viva e Più Europa. Tabacci lavora per agevolare la presentazione delle liste, mentre Ruffini auspica un candidato condiviso alternativo al duello Schlein-Conte.
Il campo largo aggiunge un’altra sigla prima ancora di avere un programma condiviso e un candidato alla guida della coalizione. Si chiama Più Uno, è la nuova formazione di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli (foto Imagoeconomica) e si prepara a partecipare alle prossime elezioni nell’area del centrosinistra. Accanto a Progetto Civico di Alessandro Onorato, rappresenta un altro potenziale “cespuglio” dell’alleanza in costruzione: una forza che punta ad allargarne il consenso, ma il cui peso elettorale deve ancora essere misurato.
La presentazione al Salone delle Colonne, all’Eur di Roma, dà un volto pubblico al progetto dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e dell’ex capo della Polizia. Il partito c’è, il simbolo anche. Restano da definire gli strumenti per presentarsi alle urne e la collocazione concreta nella coalizione.
Più Uno e Progetto Civico: il centrosinistra moltiplica le sigle
Più Uno nasce in uno spazio politico già affollato. Nell’area centrista e riformista che guarda al centrosinistra si muovono Italia Viva, Più Europa e Progetto Civico, oltre alla nuova formazione di Ruffini e Gabrielli.
L’obiettivo dichiarato è intercettare cittadini che non si riconoscono nell’offerta esistente e recuperare una parte dell’astensione. La questione politica è se queste nuove organizzazioni riusciranno ad aggiungere elettori alla coalizione oppure si contenderanno soprattutto consensi nello stesso bacino.
È in questo senso che Più Uno si profila come un altro cespuglio del campo largo: una componente destinata, nelle intenzioni dei promotori, a concorrere alla costruzione dell’alternativa al centrodestra. L’ingresso nell’alleanza e gli eventuali accordi elettorali restano però da definire.
Una federazione potrebbe ridurre la frammentazione, ma al momento non emerge un’intesa in questa direzione. Anche il confronto sul possibile coinvolgimento di Matteo Renzi, per il quale Riccardo Magi ha chiesto garanzie, mostra quanto il cantiere sia ancora aperto.
Il nodo delle firme e il sostegno di Tabacci
Prima del confronto con gli elettori, le nuove formazioni devono affrontare il problema della raccolta delle firmenecessarie per presentare le liste.
Per Più Uno si è mosso Bruno Tabacci, mettendo a disposizione il contributo di Centro democratico e lavorando a una soluzione parlamentare che consenta di accedere a condizioni meno onerose. Il percorso richiede ulteriori adesioni e non risulta ancora completato.
«Ci sono 15 giorni, abbiate fede», ha rassicurato Tabacci. L’interlocuzione riguarda anche Più Europa e l’area riformista del Pd, senza che siano state annunciate tutte le adesioni necessarie.
Sul fronte di Progetto Civico, invece, il M5s ha favorito un percorso parlamentare volto ad agevolare la presentazione della nuova lista. Due progetti distinti, dunque, accomunati dalla ricerca di uno spazio nel centrosinistra e dalla necessità di organizzarsi per le prossime politiche.
Ruffini preferisce un terzo nome a Schlein e Conte
Il nuovo partito entra anche nel dibattito sulla leadership del campo largo, mentre prende forma l’ipotesi di una sfida alle primarie tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Ruffini auspica una soluzione condivisa prima di arrivare alla competizione: «Spero ci sia un ultimo scatto di generosità e responsabilità» per individuare una terza figura.
La scelta del nome, precisa, deve essere preceduta dall’accordo sui contenuti e da un’offerta politica credibile. Se invece gli alleati confermeranno la strada delle primarie, Più Uno intende partecipare: «Se poi ci saranno le primarie è ovvio che dovremo esserci».
È una disponibilità che non equivale ancora all’annuncio di una candidatura.
Costituzione e partecipazione al centro del progetto
Ruffini indica nella Costituzione il riferimento dell’alleanza che immagina. A suo giudizio, le prossime elezioni rappresenteranno uno spartiacque sul rispetto dei valori costituzionali e della Resistenza.
È la lettura politica proposta dal fondatore di Più Uno, sintetizzata anche nello slogan del nuovo simbolo: «Uguali per Costituzione».
Il progetto richiama inoltre la partecipazione civica e l’ambizione di riportare al voto cittadini che si sono allontanati dalla politica. La sua capacità di raggiungerli sarà uno dei principali elementi con cui misurarne il risultato.
Le radici democristiane e il riferimento a Prodi
Ruffini e Gabrielli arrivano alla politica di partito dopo incarichi di primo piano nelle istituzioni. Il primo è figlio di Attilio Ruffini, esponente della Democrazia cristiana e più volte ministro. Il secondo rivendica il proprio passato nei giovani democristiani in Toscana.
Alle battute dei detrattori, che hanno ribattezzato la coppia «l’esattore e lo sbirro», Gabrielli risponde con un’altra battuta: «Sempre meglio dell’evasore e del delinquente».
Tra i riferimenti politici compare Romano Prodi, autore della prefazione al libro di Ruffini. Quest’ultimo chiarisce però che non si tratta di una benedizione al nuovo partito: Prodi, sostiene, resta un punto di riferimento per tutto il centrosinistra.
Il campo largo continua così ad allargarsi sul piano delle sigle. La verifica arriverà con il programma, gli accordi e il voto: solo allora si capirà se Più Uno e Progetto Civico avranno ampliato la coalizione anche in termini di consenso.


