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Il re del Belgio in ritiro si complimenta con Mertens per aver battuto il record di Maradona

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Una visita nel quartier generale del Belgio per dare la carica ai suoi “Red Devils” che inizieranno questi Europei contro la Russia: così Re Filippo ha voluto dare il suo sostegno alla squadra. Poi ha fatto i complimenti a Dries Mertens per aver battuto il record di Maradona di gol segnati con la maglia del Napoli.

 

A rivelarlo è  lo stesso diretto interessato in conferenza stampa, un’occasione per chiarire a chi ventilava l’ipotesi che Ciro potesse lasciare Napoli, che lui non ne ha alcuna intenzione, resta: “Smentisco ogni voce di partenza, a Napoli sto bene, non ho motivo per andarmene”. Un amore vero quello fra Mertens e Napoli, ‘scoppiato’ ormai più di 8 anni fa e che dura con ottimi risultati.

 

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Edoardo Bennato: «La musica non ha parametri, conta il contatto con la gente». Il tour dei 80 anni

Edoardo Bennato racconta al Corriere della Sera carriera, successi e visione della musica. Al via il tour “Quando sarò grande” per gli 80 anni.

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Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Edoardo Bennato (foto Imagoeconomica) si prepara a tornare sul palco con il tour “Quando sarò grande”, sei concerti evento che attraverseranno l’estate italiana, da Venezia a Milano.

Un ritorno che coincide con un traguardo importante: gli 80 anni, che il cantautore compirà a luglio, con lo spirito di chi continua a vivere la musica come una sfida quotidiana.

Dai record negli stadi alla gavetta

Bennato rivendica con ironia il primato di essere stato tra i primi artisti italiani a riempire gli stadi, arrivando a suonare per quindici date consecutive in un solo mese.

Un risultato costruito però dopo anni di difficoltà, tra concorsi persi e rifiuti dell’industria discografica. La svolta arriva grazie alla perseveranza e alla scelta di suonare ovunque, dai locali alla strada, mantenendo un contatto diretto con il pubblico.

Il racconto di un’epoca e l’incontro con Maradona

Tra i ricordi più vividi, Bennato cita l’estate dei Mondiali del 1990 e l’incontro con Diego Armando Maradona durante le prove a San Siro.

Un episodio che restituisce il clima di quegli anni, segnati da una forte contaminazione tra musica, sport e cultura popolare.

La musica oltre i giudizi

Secondo Bennato, la musica non può essere valutata con criteri oggettivi. A differenza dello sport, non esiste un parametro universale per stabilire il valore di un artista.

Il successo, osserva, dipende anche da dinamiche esterne: industria discografica, radio, mercato e contesto culturale. Da qui la necessità di costruire un percorso autonomo, basato sulla propria identità.

Gli artisti e il talento

Alla domanda sui migliori artisti italiani, Bennato risponde con la consueta ironia, per poi indicare nomi come Zucchero e Jovanotti per capacità di unire professionalità ed emozione.

Cita anche figure come Morgan e Clementino, sottolineandone talento e fragilità.

Tra musica e società

Nel corso della carriera, Bennato ha raccontato l’Italia attraverso le sue canzoni, spesso con uno sguardo critico.

Definisce gli italiani “moralisti a proprio uso e consumo” e propone una lettura originale delle differenze globali, legata non tanto a fattori morali quanto alle condizioni ambientali e sociali.

Il valore del dubbio e dell’umiltà

Anche nei momenti di successo, il cantautore rivendica l’importanza del dubbio come strumento di crescita.

Ricorda, ad esempio, l’esperienza con Luciano Pavarotti, che gli chiese un provino per partecipare a un evento, occasione vissuta come un’opportunità di verifica personale.

Una carriera in equilibrio tra ironia e identità

Tra le canzoni più rappresentative, Bennato cita “Le ragazze fanno grandi sogni”, definita un manifesto dedicato al mondo femminile.

Guardando al presente, mantiene uno sguardo ironico sul tempo che passa: «Mi sono fermato a 55 anni», afferma, confermando uno stile coerente con tutta la sua carriera, sempre in bilico tra leggerezza e riflessione.

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Maccio Capatonda: «La comicità nasce dalle fragilità». Il racconto tra infanzia, successo e inquietudini

Intervista al Corriere della Sera a Maccio Capatonda: dalle fragilità personali alla comicità surreale, passando per cinema, tv e vita privata.

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Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Marcello Macchia (foto Imagoeconomica) racconta il percorso personale e artistico che lo ha portato a diventare Maccio Capatonda.

Il nome d’arte nasce anche da un’esperienza difficile: la perdita precoce dei capelli, iniziata a 14 anni e vissuta inizialmente come un trauma che ha inciso sull’autostima, trasformandosi poi in un elemento distintivo.

L’infanzia e il rapporto con la famiglia

Cresciuto tra Vasto e Chieti, Macchia descrive un’infanzia segnata da un rapporto familiare complesso.

I continui contrasti tra i genitori hanno inciso profondamente sulla sua sensibilità, alimentando paure e interrogativi già da bambino. Un immaginario che trova una prima forma nel cinema, in particolare nel film Ritorno al futuro, vissuto come una chiave per interpretare e rielaborare la propria realtà.

La nascita della vocazione artistica

La passione per il cinema emerge presto. Da adolescente riceve una telecamera e inizia a realizzare i primi sketch e cortometraggi, spesso ispirati al genere horror.

L’ingresso nel mondo dello spettacolo avviene grazie a personaggi come Jim Massew, che attirano l’attenzione della Gialappa’s Band e aprono la strada alle prime esperienze televisive.

I personaggi e il successo televisivo

Nel tempo nascono figure iconiche della sua comicità surreale: Padre Maronno, Mariottide, Mirkos.

Personaggi costruiti su paradossi e deformazioni della realtà, che gli consentono di affermarsi come uno degli autori più originali della scena comica italiana contemporanea.

Il rapporto con la popolarità

Nonostante il successo e un ampio seguito sui social, Macchia ammette un rapporto ambivalente con la notorietà.

Da un lato il riconoscimento del pubblico è parte integrante del suo lavoro, dall’altro permane una certa difficoltà nel gestire il rapporto diretto con i fan, legata a una sensazione di distanza e inadeguatezza.

La ricerca personale e la distanza dalla realtà

Accanto all’attività artistica, il comico racconta di aver intrapreso un percorso di ricerca interiore, tra meditazione e momenti di isolamento volontario.

Una dimensione che riflette una tensione costante tra creatività e realtà quotidiana, spesso percepita come distante o filtrata attraverso la costruzione comica.

Il nuovo progetto e la sfida del teatro

Tra i progetti più recenti, la serie “Sconfort Zone” rappresenta un tentativo di mettere in scena fragilità e crisi personali, in parte autobiografiche.

In parallelo, Macchia si prepara a una nuova esperienza teatrale, con uno spettacolo che racconta il passaggio dal linguaggio video alla dimensione dal vivo, segnando una tappa importante nel suo percorso artistico.

La visione della comicità

Per Maccio Capatonda, la comicità è «una lotta contro la realtà» e un atto di ribellione costruito attraverso giochi linguistici e paradossi.

Una visione che affonda le radici in modelli come Roberto Benigni, Massimo Troisi e Carlo Verdone, ma che trova una declinazione originale nel suo stile personale.

Maturità e ritorno all’essenziale

Guardando al presente, Macchia individua nella maturità la possibilità di recuperare uno sguardo più libero, vicino a quello dell’infanzia.

Un ritorno all’essenziale che, nelle sue parole, significa «imparare a riperdere il controllo», ritrovando quella spontaneità che resta alla base della sua comicità.

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Gaetano Pecorella, 60 anni in aula: «La giustizia è regola, non rivoluzione»

Intervista al Corriere della Sera a Gaetano Pecorella: carriera, giustizia, politica e grandi processi raccontati da uno dei più noti penalisti italiani.

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Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’avvocato penalista Gaetano Pecorella, che compirà 88 anni il 9 maggio, ripercorre quasi sessant’anni di carriera forense.

Un percorso iniziato quasi per caso: inizialmente iscritto a medicina con l’idea di diventare psichiatra, lasciò gli studi dopo aver assistito a una dissezione anatomica che lo colpì profondamente. Da lì la scelta di passare a giurisprudenza, attratto dall’interesse per la persona e per la complessità del delitto.

La formazione e l’incontro con Pisapia

Determinante fu l’incontro con Gian Domenico Pisapia, relatore della sua tesi, che lo accolse nel proprio studio.

Pecorella ne ricorda il ruolo umano e professionale, definendolo una figura centrale nella sua formazione. Parallelamente intraprese la carriera accademica, insegnando per decenni tra giurisprudenza e scienze politiche.

Gli anni delle tensioni politiche e i processi “di sinistra”

La sua attività professionale si sviluppa negli anni delle forti tensioni sociali e politiche. Pecorella chiarisce di non aver mai fatto parte di Soccorso Rosso, pur avendo difeso spesso giovani di area progressista coinvolti in scontri e procedimenti giudiziari.

Tra i casi più rilevanti, la difesa di Inge Feltrinelli, conclusasi con assoluzione, e la partecipazione a vicende giudiziarie legate al mondo dell’editoria.

Il nuovo processo penale e la questione delle carriere

Pecorella è stato protagonista anche del dibattito sul nuovo codice di procedura penale del 1989.

Secondo il penalista, l’obiettivo della parità tra accusa e difesa non è stato pienamente raggiunto, soprattutto per la mancata separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che considera un passaggio essenziale per l’equilibrio del sistema.

Mani Pulite e il ruolo della difesa

Durante la stagione di Mani Pulite, Pecorella ha vissuto in prima linea le trasformazioni della giustizia italiana.

Rifiuta l’idea di una “rivoluzione per via giudiziaria”, sottolineando che i processi devono restare ancorati al rispetto delle regole. Critica inoltre alcune prassi investigative dell’epoca e ribadisce il ruolo dell’avvocato come garante del corretto svolgimento del processo, non come difensore a ogni costo.

Dai processi sulle stragi alla difesa di Berlusconi

Nel corso della carriera ha affrontato casi complessi, tra cui la difesa di Delfo Zorzi nei procedimenti sulle stragi. Pecorella afferma di essersi convinto della sua estraneità ai fatti, richiamando l’assoluzione definitiva.

Ha inoltre difeso Silvio Berlusconi nel processo Sme, esperienza che ha segnato anche il suo successivo ingresso in politica.

L’esperienza parlamentare e i limiti della politica

Eletto in Parlamento dal 1996 al 2013 nel centrodestra, Pecorella riconosce le difficoltà nel conciliare ideali personali e disciplina di partito.

Ricorda come momento critico il voto sulla cosiddetta vicenda Ruby, che lo portò a lasciare il partito il giorno successivo, ritenendo quella scelta poco dignitosa.

Giustizia e riforme: una visione critica

Sul piano delle riforme, Pecorella rivendica il proprio contributo tecnico e politico, in particolare sulla non appellabilità delle assoluzioni da parte del pubblico ministero.

Sottolinea però la necessità di una formazione più adeguata per gli avvocati e di cambiamenti strutturali nel sistema giudiziario, per garantire un reale equilibrio tra le parti.

Uno sguardo sul futuro

Guardando avanti, Pecorella risponde con lucidità: «È talmente corto il mio futuro che è difficile vederlo».

Una riflessione che chiude un’intervista densa di esperienza e di analisi, offrendo uno spaccato diretto su decenni di giustizia italiana, tra professione, politica e grandi trasformazioni.

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