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Cultura

Il programma di Renato Lori, nuovo direttore dell’Accademia di Belle Arti: la centralità è degli allievi

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“Al centro dell’Accademia dovranno esserci gli studenti, senza di loro noi docenti non esistiamo”. È questo il principio cardine che guiderà l’azione di Renato Lori, nuovo Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli per il triennio 2020-2023. Dopo due giorni di votazioni in via telematica, al ballottaggio Lori ha avuto la meglio sulla professoressa Giovanna Cassese. Succede a Giuseppe Gaeta, alla guida dell’Accademia per sei anni. Nato a Napoli nel 1955, Lori è scenografo teatrale e cinematografico. Oggi è docente di Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, la stessa in cui conseguì il diploma nel 1978. Ha collaborato con importanti registi, fra cui Ugo Gregoretti, Mauro Bolognini, Franco Però, Tony Servillo, Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Francis Ford Coppola, Massimo Martella e Alessandro Haber. “Ci tengo subito a ringraziare Giuseppe Gaeta – commenta Lori -, che in questi anni ha fatto moltissimo, soprattutto dal punto di vista informatico e organizzativo. A dirigere l’Accademia ci sarò io, certo, ma insieme ad una squadra il più ampia possibile. Ringrazio tutti, anche quelli che non hanno votato per me: in democrazia è importante che ci siano anche momenti di scontro acceso, perché da questi possono emergere problematiche serie da affrontare tutti insieme”. Sul ruolo e la funzione del direttore, Lori non ha dubbi: “il mio compito dovrà essere soprattutto quello di favorire il lavoro dei docenti con un’organizzazione il più ottimale possibile. Il contenuto artistico delle lezioni invece spetta a loro; sono tutti docenti di altissimo livello. Non credo che un direttore debba dettare una linea artistica da seguire. Deve invece garantire a tutti la possibilità di esprimersi al meglio, anche in modi diversi fra di loro. La diversità è fonte di arricchimento”. Lori incomincia il suo mandato in un momento storico estremamente delicato, quello della pandemia da Covid-19, che in questi ultimi mesi ha costretto le università a ripiegare sulla didattica a distanza. “Abbiamo fatto sforzi importanti, credo che la didattica a distanza sia andata bene. È chiaro che per alcune materie la didattica a distanza non rappresenta una strada percorribile; puoi spiegare la parte teorica, ma corsi come scultura o pittura necessitano del lavoro in presenza. Il nostro comitato Covid sta concretizzando delle soluzioni affinché si possa tornare in Accademia, magari con dei numeri limitati. Mi auguro che per il 30 ottobre saremo pronti per la riapertura”.

 

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Pandemia e virologia: così Silviuccio, Ciccillo, Pasquale ed Aniello si districano tra fuzziness e bikeshedding

Angelo Turco

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Apprendiamo che il virologo Fabrizio Pregliasco sarebbe “favorevole” allo spostamento tra Comuni in occasione delle festività natalizie. Interessante notizia, non a caso battuta dall’ANSA e riportata da diversi giornali. Devo farmi un nodo al fazzoletto e chiedere a Silviuccio, a Ciccillo, a Pasquale, ad Antonio e naturalmente ad Aniello (rispettivamente professore di lettere, mobiliere, contadino, disoccupato e pensionato), quale sia la loro opinione, e in particolare se anche loro sono favorevoli come Pregliasco: magari, se si mettono insieme, possono creare un partito. E in ogni caso spero che i loro punti di vista, sugli spostamenti come sul colore delle scarpe da indossare per la festa, sul modo di cucinare le anguille per il cenone di Natale, e altre cose, possano essere riportate all’attenzione dell’opinione pubblica come quelle del v.i.r.o.l.o.g.o. Pregliasco: intendo uno che ha qualche competenza in fatto di virus, e non di passeggiate. Suppongo.

          Apprendiamo, sempre dalla ribalta mediatica generata dalla pandemia, che Alberto Zangrillo, capo della rianimazione all’ospedale S. Raffaele di Milano, illustre medico ed inventore -mi sembra di ricordare- di una famosa teoria sulla caduta tendenziale dell’aggressività del coronavirus, – detta anche morte clinica del Covid 19- in un programma televisivo non a caso intitolato “La confessione”, apprendiamo, sì, che questo dottore era contrario al famoso ospedale di “rianimazione pura” in Fiera, sempre a Milano. Ha “confessato”, ad un certo punto, che se n’è andato da una riunione dicendo che, dal momento che la politica aveva già deciso l’approntamento del presidio sanitario, che ci stava a fare lui lì? Attendiamo con una certa trepidazione repliche, smentite e, perché no, dimissioni…..

          E a proposito di notizie: sapete cos’è la “fuzziness informativa”? Bé, io ve l’ho raccontata, su questo giornale. Ma se non ve la ricordate, eccovela: è l’opacità comunicativa nella quale circolano le notizie in questo tempo di pandemia. Tale opacità si verifica non solo e non tanto a causa delle fake news, ma più ampiamente per il fatto che nelle notizie si mescola una parte di verità e una di falsità: per cui una news non è né vera né falsa, ed è contemporaneamente vera e falsa. 

Chi sbaglia e chi pure in un sistema dei media che invece di fare luce contribuisce ad aumentare l’opacità

          Le fattispecie analitiche che concorrono a “fabbricare” la fuzziness informativa sono sette: le vedete nella Figura più sotto. Una di esse l’abbiamo chiamata bikeshedding. Rammentate? Ad una riunione in cui si decide un investimento colossale, diciamo per un reattore solare di ultima generazione, capace di dare in tutta sicurezza a un intero Paese tutta l’energia di cui ha bisogno, si discute di tecnologia, di finanza, di organizzazione. Finché uno degli intervenuti non sposta il focus sul colore della tettoia sotto cui il personale va a depositare le biciclette con le quali è venuto al lavoro. Il bikeshedding, ovvero la pratica dell’irrilevanza, il punto di vista privo di argomento, sembra essere la marca distintiva dell’opposizione politica e della sua comunicazione pubblica. Sì, insomma, quella forza che decide di non cooperare con il Governo in carica, che si “oppone” a tutto, a prescindere, dicendo come Bartali che “nulla va bene e tutto è da rifare”, senza proporre nulla né sul piano “politico” (la famosa visione) né sul piano tecnico (tecnologia, finanza, organizzazione), e facendo “ammuìna” sulla “tettoia per le biciclette”.

Il Planisfero della Pandemia, col professor Turco vi spieghiamo come i media “maneggiano” le informazioni sul coronavirus

          Il bikeshedding corre veloce e denso un po’ dovunque in Europa. Ma in Italia è particolarmente rigoglioso. Sicché, per dire, di fronte all’ultimo DPCM di un paio di giorni fa, di fronte ai suoi contenuti, alle questioni che affronta, alle implicazioni che prospetta, le opposizioni, segnatamente della Lega e di Fratelli d’Italia, oppongono un “V.e.r.g.o.g.n.a” perché il Presidente del Consiglio ha illustrato il documento in TV invece che in Parlamento. Personalmente avrei notato una ciocca di capelli fuori posto e, in ogni caso, il colore della cravatta mi è sembrato del tutto inopportuno….. 

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Cultura

Archeologia, individuati i resti della città santa ittita denominata Zippalanda

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Si chiama ‘Zippalanda’ la citta’ santa ittita consacrata al Dio della Tempesta sulle cui tracce e’ al lavoro dal 2008 la missione italo-turca in Anatolia Centrale alla quale partecipa anche l’Universita’ di Pisa. L’ultima campagna di scavi nel sito di UşaklO Hoeyuek, terminata in autunno, ha rivelato la presenza di probabili tracce dell’insediamento dell’eta’ del Bronzo Medio, ancora precedenti alla citta’ ittita che secondo gli studiosi sarebbe appunto da identificarsi con Zippalanda. Lo rende noto l’ateneo pisano. “Il risultato e’ di grande importanza – spiega Anacleto D’Agostino, archeologo dell’Universita’ di Pisa – perche’ per la prima volta abbiamo trovate prove chiare della presenza che il sito era abitato gia’ nell’eta’ del Bronzo Medio, cioe’ nella prima meta’ del II millennio a.C e questo indica chiaramente che il luogo in cui si sviluppo’ la citta’ ittita era stato secoli prima sede di un insediamento esteso, che occupava oltre alla cittadella almeno una larga porzione della citta’ bassa”. Per D’Agostino, “l’imponenza degli edifici ritrovati, i testi, nonche’ la posizione geografica sono prove a sostegno dell’ipotesi che UşaklO Hoeyuek sia proprio la citta’ perduta di Zippalanda dedicata al Dio della Tempesta”. Le ricerche archeologiche hanno portato alla luce una serie di edifici pubblici, fra templi e palazzi, sull’acropoli e nella citta’ bassa oltre ai resti di una cittadella fortificata dell’eta’ del Ferro. Inoltre e’ stato scoperto il piu’ antico pavimento a mosaico conosciuto nel Vicino Oriente, e probabilmente uno dei piu’ antichi al mondo risalente al Bronzo Tardo. La parte sinora portata in superficie e’ grande circa tre metri per sette ed e’ costituita da 3.147 pezzi di pietre di forma irregolare che formano tre cornici rettangolari, ciascuna delle quali contiene tre file di triangoli di diversi colori, principalmente bianco, rosso chiaro e blu-nero. Il progetto archeologico della missione Italo-Turca in Anatolia Centrale e’ l’unico a direzione italiana che opera su un insediamento ittita nell’area che fu centro del regno prima e poi dell’impero.

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Beggars’ Theatre a rischio sfratto, lo sfogo di Bauduin: classi dirigenti barbare, istituzioni che non riconoscono il valore della cultura

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Rischia lo sfratto The Beggars’ Theatre, l’associazione culturale presieduta da Mariano Bauduin che ha sede nel centro giovanile Asterix a San Giovanni a Teduccio. “In questi anni il teatro ha rappresentato un importante presidio culturale per la periferia Est di Napoli”, spiega Bauduin, regista teatrale e direttore artistico del Beggars’. I problemi per l’associazione erano incominciati già lo scorso luglio, quando l’assessorato ai giovani aveva intimato a Bauduin di liberare alcuni spazi del centro perché i materiali tecnici avrebbero impedito la normale fruizione da parte delle altre associazioni.

Lo scorso 27 novembre il Comune ha sospeso l’autorizzazione concessa al Beggars’, e ha richiesto la rimozione di tutti i materiali entro il 16 dicembre per poter effettuare alcuni lavori strutturali nel centro. Ma Bauduin non ci sta: “Stanno cercando un modo per farci sloggiare, così si svilisce il nostro lavoro”. Il prossimo 5 dicembre il regista incontrerà l’assessore Clemente, a cui chiederà una soluzione definitiva per la sua associazione. 

Bauduin, che cosa sta succedendo al centro Asterix di San Giovanni a Teduccio?

È una storia che va avanti da tempo, già a luglio denunciai che stavano per sfrattarci. Pare che il problema fossero gli spazi occupati dai nostri materiali. Quando due anni fa il sindaco e la giunta mi fecero trasferire al centro Asterix, sapevano che avrei portato tante attrezzature, peraltro di grande valore storico-artistico: ci sono, fra le altre, le maschere della Gatta Cenerentola di De Simone. In quel posto ho coltivato la memoria e ho provato a trasmettere al territorio importanti valori culturali. Tutto ciò però sembra non avere alcun valore, si butta fuori l’associazione perché la burocrazia lo consente. Dicono che a lavori ultimati potremo rientrare. Ma intanto dovrei smontare un teatro intero in pochi giorni, e poi, per portarlo dove? Pensi che hanno cambiato le chiavi del centro; potrei sostenere che il nostro materiale è sotto sequestro, è una mortificazione.

In che condizioni versava il centro quando lei è arrivato?

Quando sono arrivato, il centro era completamente abbandonato e la comunità ne aveva quasi dimenticato l’esistenza. Nel giro di un mese, durante il festival dei teatri di periferia, feci registrare a quel centro più di mille presenze, il tutto a mie spese. Io non ho mai preso una lira, ho sempre investito di tasca mia. Siamo da due anni nel centro e da sei a San Giovanni a Teduccio. 

Come nasce The Beggars’ Theatre?

Il Beggars nasce da un sopralluogo con Roberto De Simone a San Giovanni a Teduccio. In quell’occasione conoscemmo una corale di cui io mi innamorai. Da lì il mio legame con il territorio e il desiderio di fondare un teatro, che andava costruito sulla falsariga dei teatri anglosassoni. Shakespeare nel Seicento aprì il suo Globe nella periferia di Londra, in una zona diseredata, e ai suoi spettacoli assistevano sia i poveri che borghesi e aristocratici: un luogo in cui le differenze sociali si azzeravano e ciascuno con i propri strumenti culturali recepiva e assorbiva il teatro di Shakespeare. L’idea era quella di un teatro che non si occupasse necessariamente di tematiche di periferia, ma che portasse in periferia l’alto valore culturale e storico del teatro antico, il dramma shakespeariano, il teatro barocco. Ho fatto corsi di canto, di musica, laboratori di scenografia, costume, sartoria, con grandissime firme del teatro italiano: Odette Nicoletti, Mauro Carosi, Guido Levi, Nicola Rubertelli.

Intende rivolgere un appello alle istituzioni per salvare il Beggars?

Io mi sono subito rivolto all’amministrazione e devo dire che l’assessore Clemente si è mossa con tempestività per farmi avere un incontro, che avverrà il prossimo 5 dicembre. Spero che si trovi una soluzione, fosse anche un nuovo trasloco per l’associazione. Se ritengono che lì il Beggars non ci può più stare, benissimo, che mi dicano dove andare, ma che sia l’ultima volta. Sono fiducioso, anche se arrabbiato… Mi sento un po’ perseguitato. Prima erano gli spazi occupati dai materiali, ora i lavori, credo si stia cercando il modo migliore per farci andare via.

In Italia, anche nella gestione della pandemia, sembra che il teatro e più in generale la cultura siano sempre all’ultimo posto. Perché?

Perché negli ultimi vent’anni abbiamo consentito alla nostra classe dirigente di imbarbarirsi. La cultura cinematografica, teatrale, museale è stata messa sullo stesso piano della cultura televisiva, se non addirittura ad un gradino inferiore. È più facile vedere un politico in una trasmissione televisiva che in un teatro o in un museo, è un segnale inquietante. Se la classe dirigente è la prima a non frequentare i luoghi della cultura, chi fa cultura non si sente rappresentato. Non sto dicendo niente di nuovo, Pasolini negli anni Sessanta già aveva incominciato ad individuare questi segnali di decadenza. C’è inoltre un livellamento verso il basso. Ben venga la cultura che parte dal basso, quello che trovo pericoloso è invece una cultura che tenda verso il basso: il livellamento delle competenze e delle qualità è pericolosissimo, perché genera mediocrità.

Qual è per lei il valore del teatro?

Il teatro e la cultura sono uno strumento di riscatto per i territori, è una cosa in cui credo tantissimo, altrimenti non passerei gran parte del mio tempo in un piccolo teatro di periferia. De Simone mi ha insegnato il teatro popolare però colto, non barbaro. Ernesto De Martino, Diego Carpitella, lo stesso De Simone, la grande scuola antropologica italiana ha sempre sostenuto che la cultura popolare è una cultura aristocratica. Questo è un concetto impresso nella mia anima e che determina il mio agire, le mie scelte, il mio lavoro, sia se mi trovo a fare un’opera lirica al Petruzzelli sia se lavoro al Beggars a San Giovanni a Teduccio.

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