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Cultura

Il presidente Conte dimissionario finisce sul presepe di Genny Di Virgilio

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L’immancabile fascio di carte in mano, forse la bozza di qualche DPCM e un cartello  con sopra scritto: “Vado e torno”: la statuetta di Giuseppe Conte, premier in uscita dalla presidenza del Consiglio, è finita sul presepe grazie a Genny Di Virgilio, artigiano di via San Gregorio Armeno, la strrada napoletana dei presepi.

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Cultura

LAZZARO_art doesn’t sleep, una insonnia cui nessuno deve azzardarsi nel cercare cure

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Roma, Latina, Milano, Napoli, Belgrado, Novi Sad, Maastricht, Madrid, Los Angeles, New York, Lima, Cancùn, Città del Messico, Calcutta. 14 città in quattro angoli del mondo saranno unite da un unico proposito, tutte queste città, domani,  27 Febbraio 2021 alle 19,30 della loro ora locale, come in una sorta di mezzanotte del 31 dicembre che battezza il nuovo anno da est a ovest, vedranno le proiezioni della 5° edizione “ART HEALS”, del progetto LAZZARO_art doesn’t sleep. Si, l’arte non dorme, non può dormire, nemmeno in questo periodo emergenziale, come non ha mai dormito nemmeno durante le guerre e le catastrofi naturali o causate dall’uomo.  Art Heals, come le precedenti edizioni di LAZZARO_art doesn’t sleep, ha chiesto ad artisti di queste diverse città del mondo di presentare un’opera concepita in questi mesi di sospensione forzata. In un tempo storico in cui il mondo è stato irrimediabilmente ridisegnato, importante è la visione di chi il mondo lo ridisegna per mestiere e vocazione. Arrivati alla 5° edizione, LAZZARO continua dunque a mostrare l’arte che non dorme, l’arte che risveglia, l’arte che solleva, l’arte che non ha paura di mostrare la paura e che aiuta a comprendere meglio una condizione collettiva inedita. Anche a Napoli si potrà vedere questa proiezione dai tetti di via Solitaria a Pizzofalcone, dove l’artista Aurora Destro ha posizionato il suo videoproiettore, scegliendo questa location particolare, dopo aver proiettato la scorsa edizione in uno storico cortile della Pignasecca, il cuore del quartiere Montesanto nel centro della città.    Questa edizione di LAZZARO ha una novità, è stato selezionato un gruppo di fotografi internazionali a cui è stato affidato il compito di introdurre la mostra con delle immagini da loro scattate nelle città in cui gli artisti hanno prodotto le loro opere: una panoramica urbana sensazionale attraverso scenari molto diversi ma accomunati da un fenomeno a scala globale. Fotografie che accompagneranno le opere degli artisti in un dialogo che nasce dall’incontro di linguaggi e strumenti artistici diversi, ma pronti allo scambio di percezioni e sensibilità. Si incontreranno cosi, in un virtuale abbraccio e condivisione di momenti nelle varie città scelte come ALBA Valerio Berruti [Fotografia Letizia Cigliutti]  BELGRADO Biserka Petrovic [F. Marko Rupena]  LATINA Annarita D’Anolfo [F. Marcello Scopelliti]   LIMA Nicolas Gjivanovic – Malaki [F. Alejandra Devescovi] e poi a LOS ANGELES Daniel Gerwin – Mark Steven Greenfield – Rema Ghuloum [F. Andrew Graham] MAASTRICHT Bryan Claessen [F. Laurent Stevens] MILANO El Gato Chimney – Simone Fugazzotto – Alfredo Rapetti Mogol [F. Margherita De Angelis] MONTREAL Stella & Stikki Peaches [F. Jean-Fran ois Savaria] CITTÀ DEL MESSICO Elina Chauvet [F. Luis Antonio Rojas] insieme a  NAPOLI Aurora Destro – Jorit [F. Mario Laporta] NEW YORK Angelica Bergamini – Chris Klapper & Patrick Gallagher – Nicky Nodjoumi – Michele Palazzo/streetfauna – Stefan Sagmeister [F. Eva Mueller] NOVI SAD Monika Sigeti [F. Ljubica Denkovic] ROMA Davide Dormino – Alessandro Ferraro – Francesca Fini – Luca Padroni – Monica Pirone – Pietro Ruffo [F. Giovanni De Angelis] TEHRAN Narges Mohammadi. Artisti e fotografi affiancati in questo progetto e in una fase storica dove l’incertezza dei tempi per la fruizione dell’arte è segnata dalle continue chiusure e riaperture parziali dei musei e delle gallerie. In questo contesto LAZZARO_art doesn’t sleep continua dunque a non dormire per illuminare ancora i palazzi cittadini di tutto il mondo. “un progetto che nasce dall’oscurità del primo lockdown di un anno fa, dalla voglia di abbattere le barriere fisiche e psicologiche delle nostre case, attraverso i mezzi tecnologici a disposizione, cercando di connettere le persone a tutte le latitudini, di mobilitare la cittadinanza, e di permettere a chiunque voglia di “giocare” responsabilmente con l’arte al di fuori del sistema dell’arte”, e ciò che dichiarano le fondatrici Laura Mega, artista visiva italiana e Claudia Pecoraro, curatrice e ricercatrice. Questa forma di aggregazione e divulgazione che usa la video proiezione su spazi cittadini comuni per arrivare al grande pubblico ha già coinvolto più̀ di 100 artisti internazionali e 40 città in tutto il mondo, sin dal suo inizio nel maggio 2020 a questa 5° edizione altre ne seguiranno, perché l’insonnia dell’arte è una patologia cui nessuno dovrà mai trovare rimedio e cura.

 

 

 

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Culto e devozione popolare per San Gennaro patrimonio immateriale dell’umanità, un’altra tappa verso il riconoscimento

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Un’altra tappa è in programma domani a Napoli verso il riconoscimento da parte dell’Unesco del culto e della devozione popolare per San Gennaro come patrimonio immateriale dell’umanita’. Si terra’, infatti, alle 10:30, un incontro con le ‘comunita’ patrimoniali’ del mondo in diretta facebook dalla Basilica di San Gennaro extra moenia alla Sanita’-Catacombe. Per volere del neo arcivescovo Domenico Battaglia, l’incontro verra’ aperto da un videomessaggio del cardinale Crescenzio Sepe che il 4 luglio dello scorso anno presiedette e benedisse, nella Chiesa Cattedrale, il progetto di candidatura per il riconoscimento Unesco. Come fu sottolineato in quella circostanza, l’iniziativa e’ stata gia’ iscritta nell’Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano (IPIC) della Regione, ed e’ stata promossa dall’Universita’ Federico II, in collaborazione con diversi organismi legati a San Gennaro. Con l’incontro di domani (presentazione della costituenda rete mondiale di comunita’ di fedeli sangennaroworldwidenetwork.com) il progetto viene condiviso anche dalla Fondazione San Gennaro che cura il Complesso Catacombe e tende al coinvolgimento di altri enti e chiese in Italia e nel mondo impegnati nel culto di San Gennaro, i cui fedeli si stima siano circa 25milioni. Il progetto e’ coordinato dal prof. Maurizio Di Stefano e domani si avvarra’ del sostegno e della testimonianza di artisti e studiosi. Nel progetto sono coinvolti insieme col Centro Lupt (Laboratorio di urbanistica e pianificazione territoriale) della Federico II, altre istituzioni, con il supporto dell’ICOMOS Italia. Parteciperanno, tra gli altri, alle assise di domani Guglielmo Trupiano, direttore del Centro LUPT. Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione per Il Sud, Mariano Bruno, segretario generale del Corpo Consolare di Napoli, Antonio Loffredo parroco del Rione Sanita’-Fondazione di Comunita’ San Gennaro, Cettina Lenza, coordinatrice CTS Comitato Promotore “Culto e Devozione di San Gennaro a Napoli e nel mondo”,Rosanna Romano, Direzione generale per le politiche culturali e il turismo della Regione Campania, monsignor Adolfo Russo, vicario episcopale per la Cultura-Chiesa di Napoli.

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Webinar “Le donne fanno la differenza”: così la pandemia ha inasprito le disparità di genere preesistenti  

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“Obbligati a crescere – le donne fanno la differenza” è il titolo del webinar organizzato dal Messaggero ed ospitato stamattina dalla piattaforma Zoom. Il seminario ha messo in evidenza le mancanze e gli ostacoli che ancora impediscono una piena e reale parità di genere nel mondo del lavoro e nei diversi ambiti della società. Una strada ancora lunga da percorrere per il nostro Paese, una disparità che la pandemia ha drammaticamente contribuito ad accentuare. I relatori hanno però sottolineato pure le peculiarità e gli elementi positivi che si registrano nei casi – ancora troppo pochi – in cui la leadership è al femminile. 

Ne “La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia”, il sociologo Luca Ricolfi evidenzia come alcuni dei Paesi che meglio hanno gestito la pandemia siano guidati da donne: è il caso di Jacinda Arden, primo ministro della Nuova Zelanda, dove il virus è stato di fatto estirpato; oppure la Germania di Angela Merkel, in cui la prima ondata fu gestita in modo molto più efficace rispetto ad altri Paesi europei; ancora, si guardi ai risultati ottenuti dai Paesi scandinavi dove – ad eccezione della Svezia – i capi del governo sono donne. 

Due le possibili spiegazioni suggerite da Ricolfi. La prima guarda alla differenza dei tratti del carattere fra uomo e donna. “Le donne – asserisce Ricolfi – tendono ad essere più determinate e concrete e meno afflitte da meccanicismi narcisistici e di autoinganno: se c’è una decisione difficile da prendere, non tergiversano illudendosi che la situazione migliori da sé”. Il sociologo cita a tal proposito il caso danese, in cui la premier Mette Frederisken è intervenuta drasticamente quando sorse il problema dei visoni, facendone abbattere venti milioni. Una decisione non facile, che è stata da molti giudicata eccessiva ed affrettata, ma che dà la misura della determinazione di una donna al comando. La seconda lettura si rifà invece alla questione della discriminazione sul lavoro. “Una donna, per arrivare in una posizione apicale, deve superare molti più ostacoli rispetto ad un uomo. Per questo motivo, quando ci arriva, è di solito più preparata e strutturata”. 

 

Segretaria generale della CISL,  ha invece approfondito l’impatto della crisi economica sull’occupazione femminile. L’Istat restituisce un quadro angosciante: è donna il 98% di chi ha perso il lavoro nel mese di dicembre, 99mila su circa 101mila unità. “La pandemia ha colpito soprattutto i servizi, il settore terziario, dove molto alta è l’occupazione femminile – spiega Furlan -; le donne più giovani hanno poi spesso contratti precari, a tempo determinato: i modelli contrattuali che sono saltati per primi durante la pandemia. Questi due fattori hanno contribuito in modo significativo a questa drammatica condizione, in un Paese in cui già prima del Covid il tasso di occupazione femminile era nettamente inferiore alla media europea. Dopo anni di analisi e studi, è tempo di iniziare a prendere misure concrete”. 

Un aspetto diventato centrale nelle nostre vite durante questi ultimi dodici mesi è stato il ricorso al lavoro da remoto, un mezzo mediante il quale sopperire alla chiusura obbligata degli uffici. “Nella dimensione da remoto si è perpetrato un antico vizio italiano: quello di chiedere tantissimo alle donne riconoscendo loro molto poco. Le statistiche ci dicono che l’occupazione femminile è calata sui luoghi fisici di lavoro, ma al contempo, dentro le mura domestiche, la cura dei figli è stato un tema anzitutto femminile”. È l’analisi di Michel Martone, professore ordinario di diritto del lavoro e relazioni industriali alla facoltà di economia della Sapienza. 

Il Recovery Fund diventa quindi un’occasione irripetibile per ripensare il sistema lavorativo in una chiave più equa, un obiettivo che può essere perseguito rivedendo i modi di lavorare e vivere la famiglia e al contempo potenziando i servizi di assistenza. Secondo Martone “la cura dei figli non deve essere più solo una prerogativa femminile, è una cultura che va cambiata ripensando il welfare. Un Paese come il nostro, in cui il welfare è tutto improntato sulle pensioni e molto poco alla cura di figli, disabili e anziani, è destinato a rimanere indietro sotto il profilo dell’occupazione femminile. Abbiamo carenza di asili nido e ogni 1000 lavoratori solo 79 che si dedicano all’assistenza, contro una media europea di 116. Quel lavoro di assistenza – sostiene Martone –  è tutto svolto dalle donne in casa senza alcun tipo di compenso o di riconoscimento”. 

L’assenza di adeguati servizi di cura e assistenza e una legislazione che considera ancora la cura del figlio come un compito esclusivamente materno, finiscono per incidere negativamente sulle carriere delle giovani donne, non appena queste entrano in maternità. “Se guardo ai miei laureati, la maggior parte dei 110 e lode è delle ragazze, non c’è paragone – racconta il docente -. Le ragazze vengono assunte, incominciano la propria carriera, ma arrivate a trenta-trentacinque anni, nel momento clou per la loro affermazione professionale, arriva la maternità che si traduce troppo spesso in un rallentamento se non addirittura in un’interruzione della carriera. Una ragazza su cinque lascia il lavoro dopo il primo figlio; le statistiche peggiorano dopo il secondo. E se rientrano a lavoro, accumulano un ritardo rispetto ai colleghi maschi che non verrà più colmato”. 

La pandemia ha inoltre prodotto un drammatico incremento dei reati di violenza domestica ai danni delle donne, un dato in controtendenza rispetto a quello degli altri reati, che hanno visto invece una contrazione. E per quanto riguarda i reati informatici? Anche qui per le donne il 2020 è stato un anno nefasto, come spiega la dottoressa Nunzia Ciardi, direttore della Polizia Postale. “In generale i reati cyber sono esplosi, perché con l’uso massivo della rete abbiamo sensibilmente allargato la superficie di attacco per i criminali. Le donne in rete hanno sempre pagato il prezzo più alto; i reati d’odio, quando colpiscono le donne, assumono un’orrenda connotazione di genere: dall’immancabile commento sull’aspetto fisico, all’invocazione frequente dello stupro, fino ai gruppi di giovani e giovanissimi che, tradendo il patto di fiducia con la partner, gettando in pasto alla rete immagini intime delle fidanzate. Tante giovani donne finiscono così in un inferno difficilmente gestibile. Le donne hanno sempre rischiato di più – conclude Ciardi -, ma durante la pandemia anche i reati d’odio nei loro confronti hanno subito un’impennata”.  

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