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Il Mossad puntò su Ahmadinejad per il dopo Khamenei: il piano segreto di Israele fallito in Iran

Secondo inchieste del New York Times e di Haaretz, il Mossad avrebbe cercato di reclutare l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ipotizzando per lui un ruolo nella guida dell’Iran dopo la caduta del regime. Il progetto, discusso anche con Donald Trump, non avrebbe prodotto i risultati sperati.

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Una delle operazioni politiche e di intelligence più sorprendenti progettate durante il conflitto contro l’Iran avrebbe avuto come protagonista Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano conosciuto per le sue durissime posizioni contro Israele e per le dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto.

Secondo due inchieste pubblicate dal New York Times e dal quotidiano israeliano Haaretz, il Mossad avrebbe cercato per anni di avvicinare Ahmadinejad, arrivando a considerarlo un possibile uomo di riferimento per la fase successiva a un eventuale crollo della Repubblica islamica. Le informazioni riportate dai giornali si basano prevalentemente su fonti anonime e non risultano confermate ufficialmente né da Israele né dall’ex presidente iraniano.

Da nemico di Israele a possibile interlocutore

Ahmadinejad, presidente dell’Iran dal 2005 al 2013, era stato per anni uno dei volti più radicali del sistema iraniano. Nel tempo, tuttavia, avrebbe assunto posizioni sempre più critiche verso la leadership religiosa e verso la gestione del Paese.

Questo progressivo allontanamento avrebbe attirato l’attenzione dei servizi israeliani. I primi contatti sarebbero cominciati nel 2022 e sarebbero proseguiti attraverso viaggi e incontri organizzati fuori dall’Iran.

Uno degli appuntamenti più delicati si sarebbe svolto nel 2024 a Budapest, formalmente in occasione di una conferenza sul clima. Secondo la ricostruzione, l’invito sarebbe stato utilizzato per consentire ad Ahmadinejad di incontrare rappresentanti del Mossad e, probabilmente, lo stesso direttore dell’agenzia, David Barnea.

Il capo del Mossad David Barnea

Il progetto per il dopo Khamenei

L’obiettivo non sarebbe stato soltanto quello di ottenere informazioni. Una parte della leadership israeliana avrebbe immaginato Ahmadinejad come possibile figura di transizione nel caso in cui gli attacchi militari avessero provocato il collasso delle istituzioni iraniane.

Il piano sarebbe stato sostenuto da Barnea e dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che avrebbe indicato l’ex presidente a Donald Trump come possibile alternativa alla leadership religiosa dopo l’eliminazione di Ali Khamenei.

La proposta avrebbe però provocato forti perplessità anche all’interno degli apparati israeliani. Affidarsi a un politico che per anni aveva costruito la propria immagine sulla contrapposizione radicale allo Stato ebraico appariva a molti funzionari una scelta rischiosa e difficilmente sostenibile davanti all’opinione pubblica iraniana.

L’ipotesi di armare i curdi

La strategia attribuita a Israele comprendeva anche un secondo fronte. Le forze curde presenti nel nord dell’Iraq avrebbero dovuto essere armate e addestrate per esercitare pressione sulle regioni occidentali dell’Iran e contribuire alla destabilizzazione del sistema.

Anche questa parte del progetto non avrebbe però trovato attuazione. Le formazioni curde non hanno aperto un fronte militare significativo e l’apparato iraniano, nonostante i durissimi attacchi subiti, è riuscito a mantenere il controllo del territorio e delle principali istituzioni.

Dopo la morte di Ali Khamenei, il potere è rimasto nelle mani dell’establishment politico, religioso e militare della Repubblica islamica, con la successione affidata al figlio Mojtaba Khamenei e con i Pasdaran ancora determinanti negli equilibri interni.

La misteriosa sorte di Ahmadinejad

Il destino dell’ex presidente resta avvolto nell’incertezza. Secondo alcune fonti citate dalle inchieste, Ahmadinejad sarebbe stato sorvegliato da uomini dei Guardiani della rivoluzione già prima dell’inizio dell’offensiva del 28 febbraio.

Durante uno dei primi raid, le guardie che lo controllavano sarebbero state uccise. Il Mossad lo avrebbe quindi trasferito in un luogo sicuro, ma Ahmadinejad avrebbe successivamente lasciato il rifugio, forse perché convinto che il piano per rovesciare il sistema fosse ormai fallito.

Da quel momento sarebbe stato preso in custodia dai Pasdaran o sottoposto a una forma di arresto domiciliare. Non esistono tuttavia conferme ufficiali sulla sua condizione.

L’ex presidente è riapparso brevemente durante le cerimonie funebri per Ali Khamenei, alimentando ulteriormente interrogativi sui suoi rapporti con il regime e sulla reale natura dei suoi contatti con Israele.

Un’operazione rimasta senza esito

Il progetto attribuito al Mossad mostra quanto Israele avesse puntato non soltanto alla distruzione delle infrastrutture militari iraniane, ma anche a un cambiamento politico interno.

La mancata insurrezione popolare, l’assenza di un’offensiva curda e la capacità dell’apparato iraniano di riorganizzarsi avrebbero però reso impraticabile il piano.

Resta una vicenda costruita su informazioni riservate, fonti anonime e operazioni clandestine, i cui particolari non possono essere verificati in modo indipendente. La storia dei presunti rapporti tra Ahmadinejad e il Mossad potrebbe quindi essere soltanto all’inizio. La sua conclusione dipenderà anche dalla sorte dell’ex presidente, oggi nuovamente scomparso dalla scena pubblica.

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Trump: «Hormuz diventerà territorio Usa». Nuova sfida all’Iran

Trump rivendica il controllo americano dello Stretto di Hormuz e aumenta la pressione sull’Iran. In arrivo nuove sanzioni mentre resta incerto il futuro della tregua.

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Donald Trump alza ulteriormente il livello dello scontro con Teheran e annuncia l’intenzione di dichiarare lo Stretto di Hormuz «territorio degli Stati Uniti».

Parlando all’accademia di polizia di Garden City, nello Stato di New York, il presidente americano ha descritto l’Iran come un Paese «pesantemente sconfitto» e rivendicato il controllo statunitense sul passaggio marittimo: «Abbiamo imposto il blocco. Nessuna nave passa se non lo vogliamo noi».

Trump non ha spiegato attraverso quali strumenti giuridici o diplomatici intenderebbe procedere. Lo Stretto di Hormuz si trova tra Iran e Oman ed è disciplinato dalle norme internazionali sul transito negli stretti utilizzati per la navigazione. Una dichiarazione unilaterale di Washington non sarebbe quindi sufficiente a modificarne la sovranità.

Minacce militari e nuove sanzioni

Il presidente ha minacciato una risposta «cento volte superiore» nel caso di un attacco iraniano e ha definito la guerra contro Teheran un servizio reso alla comunità internazionale, ribadendo che Washington non consentirà all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Alla pressione militare si aggiungerà quella economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato per la prossima settimana misure di isolamento finanziario «mai viste prima». Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invece sostenuto che il blocco navale dei porti iraniani potrà proseguire a tempo indeterminato attraverso la rotazione delle unità statunitensi.

La portaerei USS George Washington è diretta verso la regione per sostituire la USS Abraham Lincoln, impegnata da oltre 250 giorni. Trump ha respinto le preoccupazioni sulle difficili condizioni dell’equipaggio, sostenendo che il dispiegamento non sia stato eccessivamente lungo.

La tregua in scadenza

Le dichiarazioni arrivano alla vigilia della scadenza della finestra di 60 giorni prevista dal memorandum di Islamabad, fissata per il 17 agosto. Fonti governative pakistane hanno parlato di un’intesa per una proroga, ma Teheran ha negato che siano in corso trattative formali sull’estensione.

I rapporti tra Stati Uniti e Iran restano bloccati sui principali punti del negoziato: riapertura dello Stretto, sospensione del blocco navale, sanzioni, beni iraniani congelati e futuro del programma nucleare.

Petrolio e voto di novembre

La crisi energetica pesa anche sulla politica interna statunitense. Il vicepresidente JD Vance ha indicato nella riduzione dei prezzi di petrolio e benzina la priorità immediata dell’amministrazione, seguita dall’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Prima del conflitto attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Le forti limitazioni alla navigazione hanno ridotto drasticamente i flussi, mantenendo elevati i prezzi dell’energia.

Alla Casa Bianca cresce la preoccupazione per le elezioni di metà mandato di novembre. I repubblicani temono che una guerra prolungata e il caro-carburanti possano compromettere il controllo del Congresso. L’annuncio di Trump appare così rivolto contemporaneamente a Teheran, ai mercati e all’elettorato americano.

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Piogge record in Giappone: otto morti, Chiba sommersa e migliaia bloccati a Narita

Un’alluvione provocata da precipitazioni eccezionali ha colpito Chiba, nell’area metropolitana di Tokyo. Il bilancio provvisorio è di otto morti e un disperso. Trasporti paralizzati, evacuazioni e migliaia di passeggeri costretti a trascorrere la notte all’aeroporto di Narita.

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Almeno otto persone sono morte e una risulta dispersa dopo le piogge torrenziali che hanno investito la prefettura di Chiba, a est di Tokyo. Il bilancio resta provvisorio mentre proseguono le ricerche e gli interventi nelle zone isolate.

Il nubifragio ha paralizzato trasporti e servizi nel pieno dell’Obon, la festività buddhista durante la quale milioni di giapponesi tornano nei luoghi d’origine per ricordare gli antenati.

Più di 360 millimetri in un giorno

Nella città di Chiba sono caduti oltre 360 millimetri di pioggia in 24 ore, più di tre volte la media dell’intero mese di agosto. Diverse stazioni meteorologiche della prefettura hanno superato i precedenti record.

L’Agenzia meteorologica giapponese ha diramato l’allerta di livello 5, il massimo previsto, in numerosi comuni interessati da inondazioni e rischio di frane. Nonostante l’attenuazione delle precipitazioni, il terreno saturo e i corsi d’acqua ingrossati continuano a rappresentare un pericolo.

Alcune vittime sono rimaste intrappolate in veicoli sommersi dalle acque. Oltre trenta persone sono rimaste ferite, mentre centinaia di abitazioni risultano allagate o danneggiate.

Settemila passeggeri bloccati a Narita

All’aeroporto internazionale di Narita circa settemila passeggeri hanno trascorso la notte nei terminal. Il personale ha distribuito sacchi a pelo e generi di prima necessità dopo la cancellazione dei voli e l’interruzione dei collegamenti ferroviari e stradali.

Migliaia di pendolari hanno trovato riparo nelle stazioni, negli uffici pubblici e nei municipi. Autostrade e linee ferroviarie sono state chiuse per allagamenti e smottamenti, mentre decine di migliaia di abitazioni sono rimaste temporaneamente senza elettricità.

Oltre 400mila persone hanno ricevuto indicazioni o ordini di evacuazione. Il governo ha mobilitato anche le forze di autodifesa per sostenere i soccorritori.

Il governatore: «Mai visto un disastro simile»

Il governatore di Chiba, Toshihito Kumagai, ha descritto l’evento come una situazione senza precedenti nella propria esperienza amministrativa.

L’impatto è stato aggravato dall’elevata urbanizzazione della regione. Strade asfaltate, superfici impermeabili e sistemi di drenaggio sopraffatti dalla quantità d’acqua caduta in poche ore hanno favorito l’allagamento di quartieri, sottopassi e arterie di collegamento.

Il ruolo del riscaldamento globale

Il riscaldamento globale aumenta la quantità di vapore acqueo che può essere trattenuta nell’atmosfera e crea condizioni favorevoli a precipitazioni più intense. È quindi coerente con l’aumento del rischio di eventi estremi osservato in diverse regioni del pianeta.

Non è però scientificamente corretto attribuire automaticamente un singolo nubifragio al cambiamento climatico senza uno specifico studio di attribuzione. Nel caso di Chiba, gli esperti indicano tra le cause immediate l’incontro tra aria calda e molto umida e masse più fredde presenti in quota.

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Farage rieletto a Clacton, ma riparte l’inchiesta sui suoi finanziamenti

Nigel Farage ha riconquistato il seggio di Clacton con 22.239 voti. Secondo il candidato satirico Count Binface. Con il ritorno alla Camera dei Comuni riprende l’indagine parlamentare su un contributo da cinque milioni di sterline che il leader di Reform UK avrebbe omesso di dichiarare.

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Nigel Farage è stato rieletto deputato nel collegio di Clacton, nell’Inghilterra sudorientale, al termine dell’elezione suppletiva da lui stesso provocata con le dimissioni dalla Camera dei Comuni.

Il leader di Reform UK ha ottenuto 22.239 voti, pari al 63,34%, migliorando la percentuale del 46,2% raccolta alle elezioni politiche del 2024. La consultazione è stata però disertata dai principali partiti britannici, che l’avevano definita un’iniziativa propagandistica destinata a distogliere l’attenzione dall’inchiesta parlamentare sulle finanze di Farage.

Count Binface secondo con il 26,9%

Al secondo posto si è classificato Count Binface, personaggio satirico interpretato dal comico Jonathan Harvey, con 9.455 voti e il 26,93% dei consensi. Alla competizione hanno partecipato complessivamente 34 candidati, molti dei quali indipendenti o appartenenti a formazioni minori.

L’affluenza si è fermata al 44,4%, in calo rispetto al 58,7% registrato nel collegio alle politiche del 2024. Farage ha presentato il risultato come una sfida vinta contro l’establishment politico, mentre Count Binface si è proclamato ironicamente «vincitore morale».

L’assenza alla proclamazione

Farage non ha partecipato alla cerimonia di proclamazione. Reform UK ha motivato l’assenza facendo riferimento a una minaccia alla sicurezza del leader. La polizia dell’Essex ha tuttavia precisato di non avere consigliato ad alcun candidato di disertare lo scrutinio e ha riferito che non si sono verificati incidenti.

Farage ha successivamente spiegato di avere temuto contestazioni e iniziative organizzate per metterlo in imbarazzo durante la proclamazione.

Sul tema della sicurezza pesa anche il clima seguito all’uccisione dell’ex ministra Ann Widdecombe. Gli investigatori dell’antiterrorismo stanno verificando un’eventuale connessione tra quell’omicidio e un precedente episodio incendiario avvenuto nell’abitazione londinese di Farage. Il possibile collegamento resta un’ipotesi investigativa.

Riprende l’inchiesta parlamentare

Con il ritorno di Farage alla Camera dei Comuni riparte l’indagine del commissario parlamentare per gli standard, sospesa quando il leader di Reform aveva lasciato il seggio. Gli accertamenti riguardano la mancata dichiarazione di un contributo da cinque milioni di sterline ricevuto dall’imprenditore delle criptovalute Christopher Harborne.

Farage respinge le contestazioni e sostiene di non avere commesso irregolarità. Al termine dell’inchiesta potrebbe essere proposta una sanzione parlamentare. Un’eventuale sospensione che rientrasse nei casi previsti dalla legge potrebbe aprire la strada a una petizione di revoca: per provocare una nuova elezione suppletiva sarebbe necessaria la firma del 10% degli elettori del collegio.

Labour e Conservatori hanno sottolineato che la rielezione non chiude il caso. La presidente laburista Bridget Phillipson ha affermato che il risultato non cancella le questioni ancora aperte sui finanziamenti di Farage.

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