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Il M5S testa il sistema SkyVote a Torino per scegliere il candidato sindaco

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Domani sara’ una giornata cruciale per il Movimento 5 Stelle di Torino. Dopo mesi di attesa e discussioni, decidera’ il suo candidato sindaco testando per la prima volta la nuova piattaforma SkyVote, erede di Rousseau. I pentastellati hanno infatti deciso di affidare al voto degli iscritti torinesi – circa 2mila i potenziali votanti – chi tra la capogruppo Valentina Sganga e il presidente della Commissione Commercio Andrea Russi tenterà di ricevere il testimone da Chiara Appendino alla guida dell’amministrazione comunale. Urne online aperte dalle 10 alle 22 per quello che Appendino definisce “un traguardo importantissimo con cui portiamo avanti il principio di democrazia diretta che ci ha sempre caratterizzato. La comunita’ del Movimento di Torino e’ orgogliosa di poter essere apripista con questa votazione. Torino – aggiunge – e’ sempre stata protagonista nelle varie fasi del M5S fin dalle origini e siamo in trepidante attesa della votazione e di poter presentare il nostro candidato”. E a Roma e’ il reggente Vito Crimi a presentare la nuova piattaforma, assieme al notaio Alfonso Colucci e all’ad di SkyVote Alfonso Di Sotto. Le votazioni che verranno, saranno “certificate, segrete e sicure”, sottolinea Crimi rimarcando come “la democrazia diretta” resti “il cuore pulsante” anche del M5S 2.0. Per il candidato Sganga “si chiude un percorso bellissimo e intenso, il cui ricordo- dice- mi accompagnera’ ogni volta che, girovagando per la nostra Torino, vedro’ con soddisfazione qualcosa che ha anche la mia firma. Ci ho sempre messo cuore, passione ed entusiasmo e non posso che sperare che oggi si chiuda un capitolo e domani se ne apra un altro ancora piu’ bello. Spero in un’ampia partecipazione, e’ una scelta importante, dobbiamo cercare di dare continuita’ alle cose fatte in questi anni”. “Per la prima volta i nostri iscritti – osserva Russi – saranno chiamati a votare sulla nuova piattaforma e ad esercitare la democrazia diretta per esprimere una scelta molto importante per la nostra citta’, che nel periodo post pandemia avra’ piu’ che mai bisogno di nuove opportunita’ di lavoro e di attrarre investimenti in ambito economico. Al centro della mia azione politica mettero’ il lavoro, inteso sia come ripartenza industriale sia come elemento di diritto e dignita’ di ogni singolo”.

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Brunetta e Giorgetti: serve Draghi per 7 anni

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Ci sono le amministrative ma tutti pensano al Quirinale e il dibattito non si sposta dall’asse Draghi-Mattarella. Lo strappo di Giancarlo Giorgetti non solo fa traballare la Lega ma riaccende le discussioni all’interno delle forze politiche in un florilegio di dichiarazioni che certo non seguono l’appello del segretario del Pd, Enrico Letta, per una moratoria dei commenti sul futuro inquilino del Colle. Oggi a ridare fuoco alle polveri ci ha pensato a sorpresa Renato Brunetta, ministro dal libero pensiero di Forza Italia, che senza mezzi termini ha detto la sua: “abbiamo bisogno di sette anni con il presidente della Repubblica nella figura di Mario Draghi”. Non e’ dato sapere quanti in Forza Italia siano cosi’ sicuri come Brunetta ma e’ certo che anche dall’opposizione si e’ mossa la leader di Fratelli d’Italia per far sapere invece che sulla possibile rielezione di Mattarella non ci sara’ l’unanimita’: “non voterei un bis di Mattarella, a parte il fatto che ha detto di non essere interessato, per cui non si pone il problema. Ma non si puo’ utilizzare come prassi la riconferma: sarebbe un grave errore. Significa ripetere una politica che abdica alle sue responsabilita’”. Se il Pd osserva la consegna del silenzio e tace sull’elezione del presidente della Repubblica – che e’ bene ricordare, avverra’ solo nel febbraio 2022 – oggi e’ Giuseppe Conte a tracciare l’identikit del futuro inquilino del Quirinale: “dobbiamo trovare la persona piu’ idonea, alla luce delle varie variabili. Una personalita’ che possa interpretare al meglio lo spirito di unita’ del Paese, possa essere rappresentativo di quante piu’ forze politiche possibile e’ senz’altro auspicabile”, argomenta il leader M5s. Fin qui tutto ovvio, ma Conte comprendendo la delicatezza del passaggio politico annuncia che la scelta del futuro presidente della Repubblica non passera’ per il voto online degli iscritti. E Salvini? Il leader della Lega cerca di ricoprire le carte fiutando quanto sia incandescente l’atmosfera sul tema in casa Lega. “Che prima o poi si vada al voto, e io mi sto preparando per essere all’altezza del Paese, lo dice la democrazia ma io non tiro per la giacchetta ne’ Draghi ne’ Mattarella. Mi sembra una mancanza di rispetto nei loro confronti e degli italiani”. Ma intanto tutti ne parlano.

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Tensione Salvini-Giorgetti, governatori all’attacco

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Matteo Salvini rimarca la linea della Lega e replica a tono al suo vice Giancarlo Giorgetti, tra scintille e distinguo. Cosi’ smonta l’endorsement a Carlo Calenda – il candidato sindaco che potrebbe vincere a Roma se intercettasse i voti della destra in uscita, secondo i pronostici del ministro leghista dello Sviluppo economico – e ricorda che e’ Enrico Michetti il nome scelto dalla coalizione per il Campidoglio. Lui “ha la competenza per ripartire dalle periferie, e non dai salotti di Calenda”, dice caustico Salvini in tv. Tensione alta pure con i governatori del nord, che sposano la linea prudente del governo sulle nuove aperture e capienze per sport e spettacolo. Piu’ impaziente il segretario, che invoca: “Apriamo tutto” perche’ “se il green pass ti rende sicuro e puoi andare allo stadio e al teatro, puoi farlo a piena capienza”, e’ il suo ragionamento. Sotto pressione e accerchiato da piu’ fronti, il ‘capitano’ prova a tenere insieme un partito sempre piu’ in subbuglio, che oscilla tra incredulita’ e irritazione. A fare da detonatore e’ stata ieri l’intervista alla Stampa di Giorgetti, ribattezzato da qualche leghista “Giancarlo Fini” per le sue uscite inaspettate. Del resto non ha mai smentito in modo netto quelle parole. Il ‘capitano’ invece le liquida cosi’: “Non ho molto tempo per leggere le interviste”. E chiude anche all’ipotesi di Mario Draghi al Quirinale che Giorgetti ha ‘candidato’ di fatto, e che porterebbe dritti a elezioni anticipate. “Che prima o poi si vada al voto, e io mi sto preparando per essere all’altezza del governo del Paese, lo dice la democrazia”, e’ la sua premessa. Poi, l’affondo: “A differenza di altri, io non tiro per la giacchetta ne’ Draghi ne’ Mattarella. E’ una mancanza di rispetto nei loro confronti”. La conclusione e’ che “a febbraio ne riparleremo”, insiste Salvini. Intanto Giorgia Meloni con Salvini condivide il sostegno a Michetti in chiave anti Giorgetti: “Se sapesse qualcosa di Roma, saprebbe che Calenda non arrivera’ mai al ballottaggio, per cui non capisco il senso”, punzecchia dal salotto di Vespa. Tornando al partito di via Bellerio si consumano ormai prove tecniche di scontro, in attesa della resa dei conti. Potrebbe arrivare con il test delle amministrative di domenica e lunedi’, anche se il match maturera’ fra due settimane con i ballottaggi. In piu’ c’e’ da gestire la ‘grana’ di Luca Morisi, l’ex guru della campagna social della Lega indagato per detenzione e cessione di droga. Salvini difende ancora l’amico che “ha sbagliato” e distingue tra chi si droga e chi spaccia. “Per me chi vende droga, vende morte”. Ma rimarca: “Tenere in ballo un discorso politico che non c’entra nulla con la vita di una persona, e’ un attacco gratuito alla Lega a 5 giorni dal voto”. Intanto il segretario continua a girare come una trottola da nord a sud per il rush finale della campagna elettorale. Ultima tappa sara’ venerdi’ a Catanzaro, per le regionali in Calabria. E nel frattempo prova a parare i colpi che vengono dai vertici delle regioni guidate dal Carroccio. Succede ad esempio con il governatore friulano Massimiliano Fedriga che condivide la decisione del Comitato tecnico scientifico sulle aperture e la definisce “equilibrata”. E sottolinea: “La proposta delle Regioni e’ stata recepita perfettamente dal Cts anche nelle percentuali che avevamo, con ragionevolezza, suggerito”. Ma Salvini non cede, convinto della necessita’ di un ritorno alla vita e alla normalita’ al 100%.

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Draghi in Abruzzo,da Pnrr 1,78 mld per ricostruzione

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Il terremoto del 2009 “appartiene alla memoria collettiva e del mondo”, “noi non possiamo dimenticare, non dobbiamo dimenticare”. Con queste parole il presidente del Consiglio, Mario Draghi, si e’ rivolto agli aquilani che lo attendevano stamattina nello spazio dove, a dodici anni dalla terribile notte del 6 aprile, quando il capoluogo abruzzese fu devastato dal sisma, e’ stato realizzato e inaugurato il Parco della Memoria, omaggio alle 309 vittime. “Il Governo e’ al vostro fianco nella ricostruzione” ha rassicurato, rilevando che la ricostruzione “procede dappertutto, ma con velocita’ diversa tra un territorio e l’altro”. Arrivato insieme al ministro per il Sud e la Coesione territoriale Mara Carfagna, e accolto dal sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi e dal vicepresidente della Giunta regionale d’Abruzzo Emanuele Imprudente, presente anche il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, soffermandosi sul tema ricostruzione Draghi ha ricordato la decisione di “destinare un’apposita linea di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” alle zone dei terremoti del 2009, 2016 e 2017. Un pacchetto che “ha un valore di 1,78 miliardi e finanzia la ricostruzione sicura e sostenibile, il recupero ambientale e iniziative a sostegno di cittadini e imprese”. Ma le risorse “da sole non bastano”, ha sottolineato Draghi, elogiando la “capacita’ progettuale e amministrativa” dimostrata, a partire dall’Aquila, dai casi di maggior successo nella ricostruzione. “Abbiamo costruito per gli investimenti del Pnrr e del Fondo Complementare un modello di governance che punti sulla semplificazione delle procedure e sullo stretto coordinamento delle amministrazioni centrali e territoriali. Si tratta di un lavoro di collaborazione paziente per il rilancio di questo territorio, di cui il Governo e l’Italia tutta vi sono grati”. Poi le parole per il Parco della Memoria, scelto dalla citta’ invece di “un tradizionale monumento”. Per Draghi “uno spazio aperto che e’ simbolo del vuoto lasciato da chi e’ morto”, ma anche “simbolo di pienezza. Sara’ riempito da tutte le famiglie e i bambini che giocheranno tra queste aiuole e tra queste fontane – ha detto – E’ il simbolo della vita che deve rinascere traendo forza dalla memoria di una tragedia. Oggi ci sono finalmente le condizioni per farlo”. In quello che una volta era il piazzale Paoli e che da oggi e’ il Parco della Memoria, c’erano solo alcuni familiari delle vittime. Nei giorni scorsi, come ribadito ieri da Vincenzo Vittorini, che nel sisma del 2009 ha perso la moglie e la figlia, molti avevano parlato di “grave sgarbo istituzionale perche’ non si possono invitare solo una parte dei familiari quattro giorni e mezza prima. Ci sono 55 ragazzi giovani non aquilani morti i cui familiari non sono stati invitati”. “Nessuna polemica politica e nessuna opposizione alla visita del premier Draghi – aveva precisato Vittorini – ma avevamo chiesto che con l’inaugurazione del Parco ci fosse una riconciliazione collettiva e in questo senso bisognava invitare prima i familiari delle vittime, poi la citta’ e successivamente le istituzioni”.

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