Cultura
Il luogo comune più retrivo da sfatare? La mafia non spara più: lo spiega Calleri nel suo libro “Manuale di sopravvivenza (alla mafia)”
In modo superficiale oggi in molti ritengono che la mafia moderna, a differenza di quella antica, non spari più perché dedita solo agli affari. Errore grave. La mafia non ha mai smesso di sparare o di fare e preparare attentati, o al momento giusto di vendicarsi. La mafia non dimentica anche a distanza di anni, come tristemente mostra la vicenda di Marcello Bruzzese, fratello di un collaboratore di giustizia, ucciso a Pesaro la notte di Natale 2018. Vanno letti così l’attentato subito da Giuseppe Antoci -l’ex presidente del Parco dei Nebrodi- e quello preparato per il giornalista Paolo Borrometi, o le frasi raffinate rivolte dal boss Giuseppe Graviano contro il senatore Mario Michele Giarrusso. La mafia spara da sempre, spara per utilità. Uccide per utilità. Minaccia per utilità. Chi cade nel luogo comune tende a sottovalutare il fenomeno. Sotto la sua giacca e la sua cravatta la mafia moderna nasconde le proprie armi. Luogo comune tratto dal libro “Manuale di sopravvivenza (alla mafia)” di Salvatore Calleri, per Diple Edizioni, con prefazione del magistrato Catello Maresca.
Cultura
Maurizio de Giovanni porta in tour “Il tempo dell’orologiaio”: debutto al Teatro Diana di Napoli
Maurizio de Giovanni presenta il nuovo romanzo “Il tempo dell’orologiaio” con uno spettacolo al Teatro Diana di Napoli e al Salone del Libro di Torino. Il libro affronta temi come il tempo, la memoria, gli anni di piombo e i poteri occulti attraverso la storia di un anziano orologiaio segnato dal passato.
Cultura
Aldo Grasso e l’“immunità mediatica”: quando tv e social trasformano l’opinione in assoluzione preventiva
In un editoriale pubblicato in prima pagina sul Corriere della Sera, Aldo Grasso critica la cosiddetta “immunità mediatica” di cui godrebbero molti protagonisti televisivi. Nel mirino del professore episodi che coinvolgono Sigfrido Ranucci e Massimo Giannini e il confine sempre più fragile tra informazione e opinione.
Cultura
Biennale di Venezia, il ritorno della Russia divide arte e politica: Buttafuoco sfida tutti
Alla Biennale di Venezia esplode il caso politico e culturale del ritorno della Russia. Tra polemiche, vodka gratis al padiglione russo, proteste pro Ucraina e tensioni con il governo italiano, Pietrangelo Buttafuoco rivendica autonomia culturale e libertà artistica.
Alla Biennale di Venezia quest’anno il vero spettacolo non è dentro le installazioni. È nell’aria. Nelle tensioni. Nei sospetti.
Nella sensazione che ogni padiglione nasconda una dichiarazione geopolitica più che un’opera d’arte.
E così, mentre Venezia si bagna sotto una pioggia sottile e lo scirocco trascina odore di laguna dentro l’Arsenale di Venezia, la Biennale numero 61 si apre come un gigantesco teatro diplomatico dove cultura, propaganda, vanità e potere si mescolano senza più confini chiari.
Il ritorno della Russia e il caso Buttafuoco
Al centro della tempesta c’è Pietrangelo Buttafuoco. Scrittore irregolare, provocatore raffinato, figura da sempre imprevedibile dentro il panorama culturale italiano, Buttafuoco ha scelto di riaprire le porte alla Russia.
Una decisione che ha acceso polemiche violentissime.
Non soltanto per la presenza del padiglione russo nel pieno della guerra in Ucraina, ma perché il ritorno di Mosca viene percepito da molti come una legittimazione culturale del potere putiniano.
Buttafuoco invece rivendica il principio opposto: l’autonomia della cultura dalla politica.
Ed è su questo terreno che si è consumato lo scontro con pezzi importanti del governo italiano e con il ministro della Cultura Alessandro Giuli.
La Russia della vodka e delle ambiguità
Il padiglione russo, raccontano i visitatori, appare come una miscela straniante di estetica imperiale, atmosfera da lounge orientale e soft power alcolico.
Vodka gratis già dal mattino.
Dj set.
Musica.
Fiori giganteschi.
E soprattutto un clima volutamente seduttivo, quasi anestetico.
Una presenza che molti osservatori leggono come perfetta metafora della strategia culturale russa: non convincere attraverso il dibattito, ma normalizzare attraverso l’abitudine.
Il problema però è politico.
Perché, come ricordano i critici più severi, questo non sarebbe il padiglione dell’arte russa indipendente o dissidente.
Sarebbe invece espressione di un sistema culturale vicino al potere di Vladimir Putin.
Le proteste di Pussy Riot e Femen
Fuori dal padiglione la tensione è diventata immediatamente visibile.
Le attiviste di Pussy Riot e Femen hanno organizzato proteste con fumogeni rosa, bandiere ucraine e slogan anti-Cremlino.
La presenza della polizia antisommossa attorno all’area racconta bene il clima di questa Biennale: meno esposizione artistica e più zona di frizione geopolitica.
Buttafuoco contro tutti
La sensazione è che Buttafuoco avesse previsto ogni polemica.
E forse, in parte, la desiderasse.
Perché tutta la sua storia culturale è costruita sul gusto della provocazione intellettuale, dell’irregolarità, del cortocircuito.
Nella conferenza stampa inaugurale ha persino ironizzato sul ministro Giuli, lasciando intravedere le tensioni interne alla destra culturale italiana.
Ma soprattutto ha difeso un principio preciso: la Biennale non può trasformarsi in un sistema di esclusioni politiche permanenti.
Una posizione che divide profondamente il mondo culturale europeo.
Arte, guerra e propaganda
La vera domanda che attraversa Venezia è però un’altra.
È ancora possibile separare arte e propaganda in tempo di guerra?
Perché oggi ogni padiglione nazionale viene inevitabilmente letto anche come rappresentazione politica del Paese che espone.
Vale per la Russia.
Vale per Israele, presente con un padiglione blindato e circondato da forti misure di sicurezza.
Vale perfino per gli Stati Uniti trumpiani raccontati attraverso estetiche kitsch e dorature da lusso mediorientale.
La Biennale finisce così per trasformarsi nello specchio perfetto del mondo contemporaneo: frammentato, polarizzato, incapace di distinguere davvero tra cultura, identità nazionale e potere.
Venezia come grande teatro del sospetto
E poi c’è il lato quasi romanzesco di tutto questo.
Mercanti d’arte che sembrano agenti segreti.
Diplomatici travestiti da curatori.
Oligarchi invisibili.
Attivisti.
Intellettuali narcisisti.
Fotomodelle e collezionisti.
La Biennale appare sempre più come una gigantesca scenografia dove tutti osservano tutti e nessuno è davvero ciò che dice di essere.
Ed è forse questa la vera opera d’arte di questa edizione: non le installazioni, ma l’atmosfera stessa.
Un luogo dove la geopolitica entra nei cocktail, nelle conversazioni, nei sorrisi, persino nei silenzi.
La cultura occidentale davanti alla sua contraddizione
Alla fine, la Biennale di Buttafuoco mette davanti a una contraddizione enorme tutta la cultura occidentale.
Difendere la libertà artistica significa accettare anche la presenza di Paesi autoritari?
Oppure ci sono momenti storici nei quali la neutralità culturale diventa impossibile?
Domande enormi.
Domande senza risposta semplice.
E intanto, sotto la pioggia veneziana, la vodka continua a scorrere nel padiglione russo.


