Cultura
Il libro di Martina, guerriera coraggiosa, con la prefazione di Maurizio Costanzo
Questo pezzo è un atto d’amore, quello di Daniela Di Fiore, brava giornalista e grande insegnante, verso Martina, una ragazzina che non c’è più, portata via da quella che in tanti chiamano una “brutta malattia” e che senza tanti giri di parole è un maledetto cancro. Ed è anche la storia di un sogno, quello di un’ adolescente che in un letto d’ospedale vuole scrivere un libro, ne immagina persino lo schema preciso e chiede alla sua prof di aiutarla a realizzarlo. Con qualcosa in più: la prefazione di Maurizio Costanzo che, contattato, legge il libro, si emoziona e scrive. Adesso non ci sono più. Martina e Maurizio e a noi piace pensare che lassù stanno penando al prossimo libro e guarderanno la presentazione di ‘Martina. La lotta coraggiosa di una guerriera sorridente’. J.
Venerdì 15 marzo alle ore 18.30, presso l’Aula consiliare del Comune di Mariglianella, si terrà la presentazione del libro di Martina Ciliberti “Martina. La lotta coraggiosa di una guerriera sorridente” (Infinito edizioni). Alla presentazione del libro parteciperanno il sindaco del comune di Mariglianella Arcangelo Russo, il consigliere comunale Giovanni Corbisiero e l’autrice Stella Cilberti. Modererà l’incontro Antonella Laudisi, vice redattore capo de “Il Mattino”. L’attrice Francesca Montuori, il poeta Elio Parascandolo ed il musicista Roberto Spera leggeranno le pagine più toccanti del libro, per descrivere nella maniera più autentica Martina.
Martina è stata una mia alunna e questo libro nasce proprio da un suo progetto. Scriverla, per me, è stato un obbligo morale. Un dovere. Perché è stata una promessa. Una promessa fatta ad una ragazzina di 17 anni e, nel caso di Martina, la promessa andava mantenuta anche se è stata dura, anche se ogni pensiero, ogni ricordo, ogni parola che ho scritto è stato un pugno in pieno viso. Perché Martina non c’è più. E se da una parte non avrei mai voluto raccontare la sua storia con un finale così tragico, dall’altra sono consapevole che andava scritta non solo perché glielo avevo promesso, ma soprattutto perché, in fondo in fondo, questa storia va raccontata. Perché è una storia che insegna tanto. Perché il messaggio che Martina ha lasciato è un messaggio di amore, di coraggio e di forza. È un messaggio di altruismo e generosità. Un messaggio urlato in faccia (come era nel suo stile) ai ragazzi della sua età sull’importanza dello studio, quello serio, che serve a crearsi un futuro. Lei che studiava in un letto di ospedale, un giorno mi disse “Prof, noi meritiamo un’istruzione come gli altri che vanno a scuola. Questo lo scriverò nel libro”.

Quello di scrivere un libro era il grande sogno di Martina. E quindi aveva incominciato a farlo. Perché tutto quello che Martina voleva fare avrebbe potuto farlo. Perché era tenace, coraggiosa, volitiva. Mi confessò questo suo sogno nel cassetto, un giorno, nel suo lettino d’ospedale con la chemio che le scorreva nelle vene. Mi disse anche che noi due, insieme, dovevamo raccontare la sua storia sotto forma di dialogo tra una alunna e la sua insegnante. Mi descrisse tutte le tappe da raccontare nel libro: l’incontro tra di noi il giorno del suo primo ricovero, le tappe della sua malattia, l’autotrapianto, la guarigione. Aveva addirittura scelto il titolo “Prof come titolo mi piacerebbe “La lotta di una guerriera sorridente”. Aveva anche disegnato la copertina. Un leone perché, in quel momento, lei si sentiva tale. Martina era un inno alla vita. Ecco perché la promessa andava mantenuta. Le avevo promesso, quel giorno, in quella stanza di ospedale, mentre la chemio che le scorreva nel braccio, che il libro lo avremmo scritto. E vederla così entusiasta, così emozionata e così impaziente di scriverlo mi fece capire che anche questo progetto poteva essere una cura per lei. Mi disse anche che sarebbe stato un onore per lei che la prefazione del libro la scrivesse il “dottor Costanzo”. Così contattai il mio amico giornalista Gabriele Manzo, che ha anche scritto l’introduzione al libro, che mi accompagnò nello studio in Prati di Maurizio Costanzo. Costanzo mi ascoltò attentamente per 10 minuti e mi disse che era lui ad essere onorato di scrivere la prefazione per un libro così intenso ed importante e di realizzare il sogno di Martina.
Nella prefazione Maurizio Costanzo scrive : “Ho letto questo libro tutto d’un fiato. Non poteva essere altrimenti quando, sin dalle prime pagine, mi sono accorto che si trattava di un racconto di emozioni e di voglia di farcela. Come un pugno in pieno viso, è subito svelato il vero protagonista di questo racconto: il tumore. Ed ecco il paradosso, due adolescenti, nel pieno della loro vita scoprono di essersi ammalate e di dover mettere tutto ciò che avevano in programma, in una sorta di bolla sospesa. Sogni, progetti, desideri, tutto da rimandare. Ora c’è qualcosa di più importante da fare: lottare per riconquistare la propria vita. E’ strabiliante scoprire come i ragazzi, dai quali ci si aspetta fragilità, vulnerabilità, siano capaci di insegnare a noi adulti, cosa sia il senso del vivere. Nei loro sogni non ci sono grandi imprese ma solo la forte speranza che le passeggiate con gli amici, le risate con i compagni di scuola, l’addormentarsi nel proprio letto, un giorno, ritorneranno a far parte delle loro giornate. La malattia di un adolescente è un dolore grandissimo e anche fortemente ingiusto perché anche se è duro accettarlo, a volte, per guarire non basta volerlo. È stato emozionante leggere la voglia e la determinazione di voler essere loro i più forti e il portar avanti la loro lotta, giorno dopo giorno, con dignità senza dare alcuno spazio alla commiserazione o alla pietà ma solo alla speranza che nel loro domani, le corsie degli ospedali saranno solo un ricordo”.

Dedicata a Martina dalla Fondazione Thun

La postfazione del libro è stata scritta da Benilde Naso Mauri, Presidente dell’AGOP Onlus, Associazione genitori oncologia pediatrica, un’associazione di rilevanza nazionale che si prende cura dei giovani malati di tumore e delle loro famiglia (www.agoponlus.it). Martina aveva un rapporto speciale anche con questa associazione, era una delle loro mascotte. A Martina non si poteva non volerle bene, bastava un suo sorriso e riusciva a farti fare qualunque cosa volesse. Dovevamo fare tante cose io e Martina una volta che lei fosse uscita dall’ospedale. Lo shopping nel negozio di una delle mie più care amiche per acquistare insieme il vestito per i suoi 18 anni, una gita a Napoli per vedere una partita del Napoli (di cui era tifosissima) allo stadio, un giro in macchina per le vie del centro a Roma con mio marito che le doveva fare da autista. Nessuna di queste promesse è stata mantenuta. La malattia non le ha dato scampo. Il cancro non lo ha concesso. E anche il libro era rimasto a metà. Ma una promessa è una promessa. E così la terza parte del libro è stata scritta da Stella, la sorella di Martina, che, come mamma Michela, ha condiviso con lei l’isolamento, il trapianto, e l’ultima fase della sua vita. Martina ha fatto un vero miracolo. Ha unito persone sconosciute, ha rafforzato legami di affetto, perché lei era puro amore. Un grande cuore, che non ha retto perché il mostro maledetto, alla fine, l’ha trascinata via con sé. Non doveva andare così. Il mondo ha perso una grande persona. E poi, nessuna promessa è stata mantenuta, è vero. Ma una cosa è certa. La promessa del libro, del suo libro, non potevo non mantenerla. “Prof sto scrivendo. Sta venendo una bella cosa. A volte però mi viene l’ansia che non vada bene ciò che scrivo, anche se a me piace. Sembra che stia prendendo forma tutto. Sono emozionata”. Ed è nel preciso istante in cui ho riletto questo suo messaggio mi sono convinta, sempre di più, che glielo dovevo.
Cultura
Oplontis, pane e cereali nella dieta delle vittime
Lo studio sui resti delle vittime di Oplontis rivela una dieta basata soprattutto su cereali, legumi e altre risorse terrestri.
Pane, cereali e legumi costituivano la base dell’alimentazione delle persone morte a Oplontis durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.
La ricerca è stata condotta dal Laboratorio di Ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei con il DiSTABiF dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli.
Gli studiosi hanno riesaminato i resti recuperati nell’ambiente 10 della cosiddetta Villa B, complesso commerciale situato nell’attuale Torre Annunziata. Qui un gruppo di persone aveva cercato riparo, probabilmente in attesa di fuggire via mare. Le nuove analisi hanno permesso di riconoscere almeno 60 vittime, rispetto alle 54 precedentemente conteggiate.

Il pesce aveva un ruolo marginale
Le analisi isotopiche indicano una dieta fondata prevalentemente su risorse terrestri. Tra gli alimenti più probabili figurano grano, orzo, legumi e prodotti agricoli locali, accompagnati da quantità moderate di proteine animali, riconducibili a carne e latticini.
Il pesce poteva essere consumato, ma avrebbe avuto un peso marginale nonostante la vicinanza dell’insediamento alla costa. Le analisi isotopiche non permettono di ricostruire un menù preciso, ma misurano il contributo relativo delle diverse categorie alimentari.
Non sono emerse differenze marcate tra l’alimentazione degli uomini e quella delle donne. «La maggioranza della popolazione mangiava principalmente pane e cereali», osserva il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, richiamando il significato concreto dell’espressione evangelica “pane quotidiano”.
La ricerca proseguirà sui resti delle vittime degli altri siti compresi nella Grande Pompei.
Cultura
Tra soldati e briganti, le ferite della storia
Oltre duecento persone al Centro ricerche Neuromed di Pozzilli per la presentazione di Tra soldati e briganti di Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli. Il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo: «La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
POZZILLI (ISERNIA) – La storia non è mai soltanto quella dei vincitori o degli sconfitti. È anche la storia di chi non ebbe voce, di chi rimase ai margini delle decisioni, di chi si trovò schiacciato tra la violenza delle bande e la durezza della repressione. È da questa prospettiva che nasce Tra soldati e briganti, il volume scritto da Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli, presentato nella sala congressi del Centro ricerche Neuromed di Pozzilli davanti a oltre duecento persone.

Una partecipazione imponente, con i vertici delle forze di polizia, rappresentanti delle istituzioni militari, sindaci, consiglieri e assessori regionali. La sala gremita ha restituito la dimensione non soltanto culturale, ma anche civile dell’incontro.
A moderare il confronto è stata la giornalista di Mediaset Anna Maria Chiariello. Con gli autori sono intervenuti il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Salvatore Luongo, autore della prefazione, e il presidente nazionale della LILT, professor Francesco Schittulli.
L’intero ricavato del volume, al netto delle spese, sarà devoluto alla Lega italiana per la lotta contro i tumori e destinato alle attività di prevenzione oncologica sul territorio.
Il lungo applauso per l’Arma
Quando è stato pronunciato il nome del generale Luongo, dalla sala si è levato un applauso lungo e intenso. Non soltanto un omaggio al Comandante Generale, ma il segno di un legame profondo con l’Arma dei Carabinieri, percepita ancora oggi come una presenza vicina alle comunità, soprattutto nei centri più piccoli e nelle aree interne.
Quel sentimento ha attraversato l’intero dibattito. Il libro, infatti, non ricostruisce soltanto il fenomeno del brigantaggio, ma illumina il ruolo svolto dai Carabinieri in territori difficili, segnati dalla povertà, dall’isolamento, dalla fragilità delle istituzioni e da una violenza che investiva tanto le bande quanto le popolazioni civili.
Una valigia di cuoio e le carte di Domenico Fuoco
Aldo Patriciello ha raccontato l’origine della ricerca. Tutto cominciò con il ritrovamento, in una casa, di una valigia di cuoio contenente documenti appartenuti a Domenico Fuoco, uno dei protagonisti del brigantaggio nell’area molisana.
«Provai a capire se quei documenti fossero originali, perché raccontavano il brigantaggio in un territorio, il Molise, che ebbe un ruolo importante. Partendo da quelle carte ne abbiamo trovate altre».
Da quel primo nucleo documentale la ricerca si è allargata, portando gli autori a ricostruire vicende familiari, istituzionali e politiche capaci di collegare la storia locale alla storia nazionale.
Tra queste emerge quella della famiglia Cimorelli, presente nelle istituzioni prima monarchiche e successivamente repubblicane. Tra i suoi discendenti figura anche il presidente della Repubblica Giovanni Leone.
«Non è una storia del brigantaggio. È un racconto dei fatti, anche di quelli criminali e sanguinari commessi dai briganti. Proviamo a rileggere uno spaccato di storia attraverso le carte di Fuoco».
Il libro, ha sottolineato Patriciello, poggia su una documentazione che consente di ricostruire una vicenda terribile, proseguita anche dopo le fasi più intense della repressione. Il brigantaggio non scomparve immediatamente, ma continuò a manifestarsi come fenomeno criminale in diverse aree del Mezzogiorno, dal Molise alla Basilicata.

La storia senza ideologia
Il generale Salvatore Luongo ha individuato nella fedeltà alle fonti il principale valore dell’opera.
«È un testo che racconta paesaggi, pietre e tradizioni di questa terra in un determinato momento storico. C’è sempre il tentativo di raccontare la storia con l’ideologia, ma questo testo non lo fa».
Nella prefazione, Luongo descrive Venafro come un luogo che porta con sé la storia senza esibirla. Una storia custodita nelle case, nei palazzi, negli archivi, nei verbali e nelle memorie familiari.
Il volume parte infatti dalla dimensione concreta dei territori per allargare lo sguardo alla caduta del Regno borbonico, all’unificazione italiana e agli equilibri delle potenze europee. Non una lettura calata dall’alto, ma una ricostruzione che procede dalla microstoria verso la storia nazionale.
«Questo libro è bello perché è uno studio delle fonti. Rappresenta in maniera chiara quel periodo. Venafro è una comunità che merita rispetto».
Non c’è, nell’impostazione proposta, la volontà di assolvere o condannare in blocco. Il brigante non viene trasformato in un ribelle romantico, il soldato non è rappresentato automaticamente come un oppressore, il rappresentante delle istituzioni non diventa per definizione un eroe. I protagonisti sono restituiti alla complessità delle loro azioni e del tempo nel quale vissero.

I Carabinieri e la prossimità alle comunità
Luongo ha approfondito il ruolo dell’Arma negli anni successivi all’Unità d’Italia, quando i Carabinieri venivano inviati in territori che spesso non conoscevano.
Molti provenivano dal Nord e si trovavano a operare in paesi nei quali lo Stato unitario non era ancora pienamente riconosciuto. Dovevano comprendere comunità differenti, costruire rapporti e affermare la legge in una realtà segnata da complicità, paura e silenzi.
«Eravamo già caratterizzati da una mentalità che ancora oggi ci identifica: la prossimità ai problemi della gente».
Era stata costituita la Guardia nazionale, impegnata sotto la guida del generale Emilio Pallavicini nel contrasto al brigantaggio. In quel contesto, ha ricordato Luongo, i Carabinieri mostrarono una vocazione distinta: non soltanto la repressione, ma la presenza quotidiana e la costruzione di credibilità.
Un passaggio particolarmente significativo riguarda proprio Domenico Fuoco, che definiva i Carabinieri “nemici onesti”.
«I briganti avevano rispetto dei Carabinieri. Lo spirito di sacrificio dei militari dell’epoca era e rimane esemplare. La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
Il generale ha quindi rivolto un pensiero ai caduti dell’Arma, uomini che persero la vita mentre l’Italia cercava ancora di diventare uno Stato effettivamente presente nei territori.
Il popolo tra incudine e martello
Pasquale Passarelli ha indicato nel popolo il vero protagonista del libro.
Non il popolo idealizzato, ma quello concreto: contadini, braccianti, donne, analfabeti, persone prive di rappresentanza e quasi completamente escluse dalle decisioni pubbliche.
«Era un popolo senza voce e senza possibilità di ascesa sociale, schiacciato tra un potere che non riconosceva e briganti che erano criminali e che commisero anche fatti irriferibili».
Gli autori hanno studiato i rapporti tra i cosiddetti cafoni e i galantuomini, tra le masse rurali e le élite locali. Hanno analizzato i dati elettorali di una società nella quale le donne non votavano e l’analfabetismo escludeva una parte enorme della popolazione dalla partecipazione politica.
«Ci ha colpito il protagonismo di un popolo che, in realtà, contava poco o nulla».
È proprio qui che il volume acquista profondità. La nascita dell’Italia unita non viene osservata soltanto dalle stanze del potere o attraverso gli spostamenti degli eserciti, ma dalle campagne, dalle masserie e dai paesi nei quali le persone comuni subivano le conseguenze di decisioni prese altrove.
Soldati, Carabinieri e rispetto della legge
Passarelli ha distinto il ruolo dei soldati da quello dei Carabinieri.
L’azione dell’esercito fu determinante nella repressione militare. L’Arma, invece, incarnava una funzione differente, legata alla tutela della legge e alla presenza permanente sul territorio.
«I Carabinieri combattevano coloro che non rispettavano la legge. Non odiavano e non privilegiavano nessuno. Erano impegnati a far rispettare la legge».
Anche la figura di Domenico Fuoco è stata affrontata evitando qualsiasi mitizzazione. Gli autori ne ricostruiscono la dimensione umana, le passioni e le fragilità, senza cancellarne la responsabilità per delitti e violenze.
«Lo abbiamo studiato come uomo e senza maschere ideologiche, per evitare di trasformarlo in un eroe negativo».
La Legge Pica e la repressione
Patriciello ha ricordato anche la durezza delle misure adottate dallo Stato per estirpare il brigantaggio.
Il generale Pallavicini applicò la Legge Pica, che introdusse strumenti straordinari di controllo e repressione. Una legislazione concepita come temporanea, ma i cui effetti si protrassero molto più a lungo.
Il libro ricostruisce una stagione nella quale furono imposti controlli sugli spostamenti, limitazioni alla circolazione e misure drastiche contro le reti di sostegno alle bande. Masserie isolate vennero murate o demolite, le comunità furono sottoposte a una forte pressione e anche i semplici sospetti potevano produrre conseguenze pesanti.
La repressione rispose a una violenza criminale reale, ma lasciò a sua volta ferite profonde nei territori e nelle popolazioni.
La prevenzione come investimento sociale
Il professor Francesco Schittulli ha legato il valore culturale dell’iniziativa alla sua finalità solidale.
Prima di entrare nel merito, ha sottolineato la presenza di Anna Maria Chiariello, unica donna sul palco, ricevendo un applauso dalla platea.
Schittulli ha ringraziato gli autori e la Fondazione Vincenzo e Mimosa Patriciello per avere scelto di destinare il ricavato alla LILT, precisando che le risorse resteranno sul territorio.
«Più investiamo nella prevenzione e nell’anticipazione della diagnosi, più sarà curabile quella che un tempo definivamo una malattia incurabile».
Il presidente della LILT ha posto una questione che riguarda il futuro dell’intero sistema sanitario: l’allungamento della vita richiede politiche capaci di garantire non soltanto più anni, ma una migliore qualità della vita.
«Dobbiamo investire in salute, non nella malattia. Occorre costruire più poliambulatori per la prevenzione e riconvertire gli ospedali dismessi, invece di pensare soltanto a nuovi ospedali».
Le persone prima delle contrapposizioni
Tra soldati e briganti non propone una nuova verità ideologica da contrapporre alle precedenti. Offre documenti, nomi, vicende e luoghi attraverso i quali osservare la nascita dello Stato unitario nella sua dimensione più concreta e dolorosa.
Il brigantaggio emerge come una reazione disperata, ma anche criminale. La repressione appare necessaria per ristabilire la legalità, ma fu condotta attraverso strumenti eccezionali e spesso durissimi. In mezzo rimasero le popolazioni, costrette a convivere con la paura delle bande e con il peso delle misure dello Stato.
Il merito dell’opera è riportare al centro proprio queste persone: i contadini che continuarono a lavorare la terra, le donne rimaste ai margini della storia ufficiale, i militari inviati lontano da casa, i Carabinieri caduti mentre cercavano di rendere reale la presenza dello Stato.
Non una celebrazione né un processo, dunque. Ma il tentativo di comprendere come una nazione sia nata attraverso conflitti, errori, sacrifici e vite rimaste troppo a lungo senza nome.
Cultura
Uffizi, parte il maxi restyling da 50 milioni: nuovi spazi espositivi, Boboli rinasce e cambia Palazzo Pitti
Le Gallerie degli Uffizi avviano un piano di interventi da 50 milioni di euro. Entro due anni nuovi spazi espositivi, restauri a Boboli e Palazzo Pitti, servizi potenziati e un museo sempre più moderno per oltre 5,2 milioni di visitatori.
Le Gallerie degli Uffizi si preparano a vivere una delle più importanti trasformazioni della loro storia recente. Un piano di investimenti da 50 milioni di euro cambierà il volto dell’intero complesso museale fiorentino, con restauri, nuovi allestimenti, spazi espositivi, interventi tecnologici e servizi destinati a migliorare l’esperienza dei visitatori.
Ad illustrare il programma è stato il direttore Simone Verde, che insieme al suo staff ha fatto il punto sui cantieri già conclusi, su quelli in corso e su quelli che partiranno nei prossimi mesi. L’obiettivo è completare tutti gli interventi entro il 2028, mentre alcune opere saranno terminate già nei prossimi due anni.
Nel 2025 le Gallerie degli Uffizi hanno registrato oltre 5,2 milioni di ingressi, confermandosi tra i poli museali più visitati al mondo.
Nuovi Uffizi, ingresso rinnovato e nuovi percorsi espositivi
Tra gli interventi più significativi figura la realizzazione della nuova area di accoglienza dei visitatori, che sarà ospitata nella monumentale Sala Magliabechiana, destinata ai controlli di accesso e ai servizi di ingresso.
Prenderà forma anche una nuova sezione dedicata alla Storia delle Collezioni, pensata per raccontare ai visitatori la nascita e l’evoluzione di uno dei patrimoni artistici più importanti del mondo.
Prosegue inoltre il rinnovamento museografico del secondo piano: saranno riallestite le sale dedicate ai pittori fiamminghi con un nuovo progetto illuminotecnico, mentre verranno aperti al pubblico la sala con i celebri “Uomini illustri” di Andrea del Castagno e il Ricetto delle antiche iscrizioni.
Palazzo Pitti apre il “Piano degli Occhi”
Una delle principali novità riguarda Palazzo Pitti.
L’ultimo livello dell’edificio, conosciuto come “Piano degli Occhi”, sarà recuperato e trasformato in una nuova area espositiva di circa 1.000 metri quadrati, ampliando sensibilmente gli spazi disponibili per mostre e percorsi permanenti.
Sono inoltre previsti importanti lavori al Tesoro dei Granduchi, con interventi sugli impianti, manutenzione edilizia e un nuovo allestimento museale.
Anche la Galleria Palatina sarà interessata da un profondo intervento di valorizzazione che comprenderà il restauro dei parati tessili storici, una nuova illuminazione e il miglioramento complessivo dell’esposizione delle opere.
Boboli torna protagonista
Il programma di investimenti coinvolge anche il Giardino di Boboli, autentico museo all’aperto e patrimonio storico della città di Firenze.
L’Anfiteatro sarà sottoposto a un importante restauro conservativo e a un recupero funzionale che consentirà di ospitare nuovamente spettacoli e manifestazioni culturali.
Interventi sono previsti anche sulla Fontana del Nettuno e sulla grande vasca dell’Isola, due tra gli elementi più rappresentativi del celebre giardino mediceo.
Tecnologia e sicurezza dietro le quinte
Accanto agli interventi più visibili, il piano comprende una lunga serie di opere infrastrutturali fondamentali per la conservazione delle collezioni.
Saranno installati nuovi sistemi di climatizzazione con torri di raffreddamento e gruppi frigoriferi di ultima generazione, mentre proseguiranno i lavori per completare la climatizzazione del Corridoio Vasariano, recentemente riaperto al pubblico.
È inoltre in corso il completo rifacimento della segnaletica e dell’apparato didascalico dell’intero complesso museale, con l’obiettivo di rendere la visita più intuitiva e accessibile.
I Nuovi Uffizi verso il traguardo
Il grande progetto dei Nuovi Uffizi continua a procedere.
Dopo la rimozione della storica gru nel giugno 2025, un altro simbolo del lungo cantiere è destinato a scomparire: nella prima metà del 2027 saranno eliminate anche le impalcature che ancora interessano il piazzale principale.
La conclusione definitiva del cantiere dei Nuovi Uffizi è prevista nel 2028, chiudendo un percorso di trasformazione iniziato molti anni fa.
Simone Verde: «Un’operazione senza precedenti»
«Grazie al grande impegno di tutto il personale è in corso un’operazione di vastità e profondità senza precedenti: il complesso museale ne emergerà ancora più bello e sempre più icona fondamentale dell’Italia nel mondo», ha dichiarato il direttore Simone Verde.
Le Gallerie degli Uffizi puntano così a rafforzare il proprio ruolo internazionale, con un museo sempre più moderno, accessibile e capace di coniugare tutela del patrimonio storico, innovazione tecnologica e qualità dell’accoglienza, mantenendo Firenze al centro dei grandi itinerari culturali mondiali.



