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Cronache

Il legale di Impagnatiello, l’assassino confesso di Giulia, rinuncia al mandato

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Alessandro Impagnatiello, il barman che ha confessato di aver ucciso la sua fidanzata Giulia Tramontano, rimane senza avvocato. Sebastiano Sartori, il suo difensore, si è recato a San Vittore, dove Impagnatiello è detenuto, per comunicargli ufficialmente la sua rinuncia al mandato. “È stata una questione tra me e il mio assistito”, ha affermato Sartori, lasciando intendere che il rapporto di fiducia con il 30enne si è deteriorato, poiché quest’ultimo si trova in uno stato crescente di angoscia. Gli inquirenti stanno cercando di ottenere riscontri sulla confessione di Impagnatiello, analizzando le immagini delle telecamere raccolte tra Senago e Milano.

I video registrati mostrano il barman con un lenzuolo sotto il braccio, apparentemente poco dopo il delitto, e successivamente mentre carica due sacchi di plastica in macchina, uno dei quali sembra contenere indumenti sporchi di sangue. Secondo le ipotesi degli investigatori, l’uomo stava cercando di eliminare le prove del suo crimine e si era preparato per nascondere il corpo di Giulia, la quale per quattro giorni è stata oggetto di una finta scomparsa organizzata da Impagnatiello. Tuttavia, i genitori di Giulia non hanno mai creduto alla versione della scomparsa volontaria, poiché hanno notato la mancanza di risposte al telefono da parte della figlia e la vaghezza del convivente.

L’avvocato difensore ha sottolineato che i genitori di Giulia sono rimasti sospettosi fin dall’inizio e hanno temuto un epilogo tragico come quello che si è verificato. Giovanni Cacciapuoti, il legale della famiglia, ha descritto il gesto di Impagnatiello come imponderabile e ha affermato che se avessero avuto anche solo il sospetto di una simile evoluzione, sarebbero intervenuti immediatamente. La famiglia è attualmente in uno stato di prostrazione e desidera vivere il proprio dolore e lutto nel modo più sereno possibile.

Le indagini, condotte dai carabinieri e dalla polizia di Rho, coordinati dai pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella, sono state incentrate sulla raccolta di prove per confermare la ricostruzione fornita da Impagnatiello, concentrandosi principalmente sulle immagini delle telecamere di sorveglianza. Nei prossimi giorni, verranno effettuati rilievi scientifici nell’appartamento dove Giulia è stata assassinata e dove il suo corpo è stato successivamente nascosto tra le sterpaglie dopo due tentativi di bruciarlo. Durante questi accertamenti, verrà sequestrato il coltello (indicato da Impagnatiello come nascosto in un ceppo sopra il frigorifero) e saranno raccolti tutti gli elementi utili per ricostruire la cronologia degli eventi, compresa la fase di occultamento del cadavere, al fine di dimostrare la premeditazione.

Nell’ambito delle indagini, sono state interrogate diverse persone, tra cui il custode del palazzo in via Novella, che ha notato tracce di cenere sulle scale. Sono stati ascoltati anche la sorella e la madre di Giulia, al fine di ricostruire gli ultimi momenti di vita della giovane donna. Prima di essere uccisa, Giulia si era incontrata con una ragazza con cui Impagnatiello aveva una relazione parallela. La collega di lavoro, avendo intuito che qualcosa di terribile era accaduto, si è rifiutata di far entrare Impagnatiello a casa sua. Ha testimoniato di aver avuto paura e di non aver conosciuto fino a quel momento la vera natura dell’uomo.

L’autopsia sul corpo di Giulia è prevista per venerdì, mentre le indagini continuano a cercare prove concrete per stabilire la dinamica e i motivi che hanno portato a questo tragico evento. La famiglia di Giulia, intanto, si prepara a vivere un lungo periodo di sofferenza per elaborare il dolore e dare una degna sepoltura alla figlia e al suo bambino non ancora nato.

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L’Italia dei giorni roventi, tre morti per il caldo

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Non ci sono buone notizie per chi soffre il caldo: le temperature, già insopportabili nelle ore centrali della giornata, cresceranno ancora e resteranno molto alte fino a fine luglio, ma è dalla prossima settimana che saranno battuti diversi record. Ne sono sicuri i meteorologi che analizzano l’arrivo dell’anticiclone africano: sarà lui a portare temperature fino a 40 gradi e bollino rosso in 11 città. Ed è con molta probabilità per il caldo rovente che tre persone, tutti anziane, sono morte una a Roma e due in Puglia, mentre nel nord si fa la conta dei danni provocati dal maltempo.

Nella periferia della Capitale un uomo è stato trovato morto in strada in un’area campestre utilizzata come scorciatoia tra due strade: si tratta di un 68enne italiano e il personale medico del 118, non avendo riscontrato segni di violenza sul cadavere, ha riferito come causa del decesso un presunto arresto cardiocircolatorio per le alte temperature. Un uomo di più di 70 anni è morto sulla spiaggia di Pane e pomodoro a Bari dopo aver accusato un malore forse dovuto al gran caldo. Infine un 70enne è morto mentre era al lido Tabù a Porto Cesareo, in provincia di Lecce.

La vittima, originaria di Brindisi, era in acqua in cerca di un po’ di sollievo dal caldo torrido quando si è sentita male e si è accasciata. Inutili i tentativi di rianimarlo col defibrillatore in dotazione allo stabilimento balneare. Il caldo sarà dunque da record anche in quota con temperature fino a 24 gradi a 1.500 metri, maggiori dei 20 gradi registrati durante il passaggio dell’anticiclone africano del 2012.

E si prevedono 42 gradi a Foggia e Taranto, 41 a Benevento, Siracusa e Firenze e Terni, 40 ad Agrigento, Caserta e Ferrara. Tra il 18 e il 19 luglio si attendono temperature vicine a 40 gradi a Roma e 35 gradi a Milano. Lungo le coste della Campania sono attesi fino a 38 gradi.

E resta alto il pericolo incendi: in Sicilia, già nella morsa della siccità, i vigili del fuoco son stati impegnati a spegnere in 21 roghi. Caldo anche in Sardegna dove le temperature toccano i 38-39 gradi. Non va meglio in Abruzzo: dopo le temperature record registrate ieri e giovedì, anche oggi il termometro raggiunge valori alti sia sulla costa che nell’entroterra.

A farla da padrone è l’afa, con le spiagge prese d’assalto. Clima torrido anche nelle grandi città del centro sud dove i turisti passeggiano boccheggiando, indossando cappellini e aprendo ombrelli per proteggersi dal sole. A Roma il Campidoglio corre ai ripari intensificando le operazioni di lavaggio e spazzamento in tutti i municipi: l’obiettivo è migliorare la qualità dell’aria e ridurre gli effetti delle ondate di calore con l’impiego di automezzi dotati di innaffiatrici a elevato getto di acqua e l’utilizzo di enzimi biologici per sanificare le grandi vie trafficate.

Ad Ancona la Croce Gialla ha aperto gratuitamente locali climatizzati alle persone fragili nei giorni più caldi. Di tutt’altro tenore la situazione al nord, flagellato dal maltempo. Le forti raffiche di vento e una bomba d’acqua hanno provocato il distacco della pesa pubblica situata alla periferia di Borgo Vercelli, al confine con il Novarese, che è finita sulla provinciale. Disagi anche in Friuli e Ronchi dei Legionari dove molti alberi sono caduti e finiti sulle strade.

La tempesta che ieri sera ha interessato parte di Alessandria ha colpito anche il presidio regionale della protezione civile; una quindicina di volontari sono intervenuti con vigili del fuoco e polizia locale per la rimozione di alberi caduti e la messa in sicurezza di alcune aree, soprattutto nelle zone di Valle San Bartolomeo e San Michele. Ed è bloccata, a causa di una importante frana vicino ai binari, la linea ferroviaria che collega Lecco a Colico.

Chiusa, sempre per un cedimento del terreno, la strada provinciale che collega Lierna a Varenna. Intanto il centro di Breuil-Cervinia è stato riaperto al traffico pedonale. Riaperte anche alcune attività della rinomata località turistica colpita dall’alluvione del 29 e 30 giugno.

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Trovata morta in casa a Napoli, si indaga per omicidio colposo

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Ipotizza l’omicidio colposo nei confronti di ignoti la Procura di Napoli in relazione alla morte di una donna di 64 anni trovata senza vita nella sua abitazione di via Don Guanella, a Napoli, lo scorso 9 luglio. A fare luce sulle cause del decesso saranno probabilmente i risultati dell’autopsia disposta dal sostituto procuratore Luigi Landolfi. La polizia ha lungamente ascoltato il figlio della donna, un 24enne che nell’inchiesta risulta persona offesa, come suo padre, marito della vittima, un 57enne della Tanzania detenuto per spaccio di droga nel carcere di Secondigliano (entrambi sono difesi dall’avvocato Fabrizio De Maio del foro di Lagonegro). Sulla vicenda della morte della donna sono in corso indagini da parte dei poliziotti. A trovare il corpo senza vita della donna è stato il figlio che ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine con forte ritardo.

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Assolti per botte ai figli: nei campi rom c’è violenza

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Un paio di sculacciate e qualche ceffone alle figlie non sono reato. Ma solo se il “contesto” e le tue esperienze di vita ti spingono a credere che siano “l’unico strumento disponibile per garantire ordine e disciplina in famiglia”. E’ per questo motivo che la Corte di appello di Torino ha assolto dall’accusa di maltrattamenti una coppia di origine romena proveniente da un campo nomadi (lui di 54 e lei di 44 anni) nei confronti delle tre figliolette. Una sentenza che chiude un processo dove si sono mescolati riferimenti continui alla cultura, alla mentalità, alla psicologia delle persone coinvolte. “Una sentenza aberrante e paradossale” secondo la senatrice Paola Ambrogio (Fdi), che ha chiesto al Ministero della giustizia di mandare gli ispettori. Ad insorgere è anche l’assessore regionale Maurizio Marrone: “E’ inaccettabile la resa istituzionale alla violenza insita nello stile di vita nomade, con il rischio di ufficializzare l’impunità di chi picchia, maltratta e delinque”.

La storia comincia nel 2016 quando, nell’ambito di un progetto del Comune, la madre e i quattro figli (tre bimbe e un bimbo) lasciano il campo e vanno a stabilirsi in un alloggio del capoluogo piemontese. Il padre li va a trovare di tanto in tanto. Poche settimane dopo un’operatrice sociale vede che la donna ha “un occhio nero” e raccoglie la confidenza di una delle bambine: “papà ha di nuovo picchiato mamma”. E partono gli accertamenti. I coniugi finiscono in tribunale perché le figlie, oltre allo stress di vedere papà e mamma litigare furiosamente (cosa che di per sé è già considerata reato), sono costrette a ricevere la loro brutta razione di schiaffi e di calci. Da parte di entrambi. In primo grado, nel 2021, la coppia è condannata a due anni e sei mesi.

In appello, però, tutto si ribalta. La Corte ha preso atto che nessuno ha mai visto sulle bimbe dei segni di violenza e ha concluso che “l’intensità delle percosse non fosse elevata”. Le maestre, poi, hanno dichiarato che a scuola si presentavano vestite e pulite come tante altre bambine. Ma l’accusa di maltrattamenti è caduta per l’aspetto psicologico. E’ stata la difesa a evocare “l’abituale contesto violento” dei campi rom. I giudici hanno evitato di parlare di “degrado” (la famiglia era seguita dal Comune) e si sono limitati a richiamare “le peculiari condizioni del contesto familiare” per sostenere che ci sono “notevoli dubbi sulla coscienza e la volontà degli imputati” di commettere un reato. Hanno visto una donna che stava crescendo un nugolo di figli praticamente senza il marito. E hanno visto un padre e una madre che “sapevano assumere anche quel ruolo di genitori amorevoli che, in quanto tale, non è compatibile con la consapevolezza di sottoporre le bambine a un regime di vessazioni”. Due persone che, per formazione e impostazione mentale, “consideravano il metodo delle percosse come l’unico disponibile”. Del resto, senza volerlo, l’imputata aveva confessato: “Io le sculacciavo quando erano discole, ma non perché sono una mamma cattiva: è per quello che facevano”.

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