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Il Governo Conte ottiene la fiducia al Senato ma senza Renzi é minoranza

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Il governo ottiene la fiducia del Senato ma manca l’obiettivo politico che consisteva nel rendere non determinante Italia viva, cosa che si sarebbe verificata se il divario tra voti favorevoli e contrari fosse stato superiore alla consistenza del gruppo di Renzi, composto da 18 senatori. Alla fine il voto proclamato é stato  156 voti a favore, 140 contrari, 16 astenuti. É rimasto in sospeso il voto di Lello Ciampolillo, poi riammesso ha votato sí. Cosí come ha votato si a Conte anche Nencini.

In ogni caso nel partito di Renzi le astensioni, tutte alla seconda chiama, sono state 16. Cosi’ la differenza tra i voti favorevoli al governo e i no, sono stati meno di 18, che rappresenta la consistenza del gruppo di Renzi. Cio’ significa che se i renziani avessero votato contro la fiducia, invece di astenersi o non votare, il governo non avrebbe ottenuto la fiducia. L’eventuale apporto di Responsabili dovra’ aumentare il divario tra i voti di cui il governo puo’ disporre e quelli contrari. Tra i senatori che hanno votato la fiducia ci sono anche due esponenti di Forza Italia. Immediata la loro espulsione.

“Chi ha votato a favore del governo Conte, è fuori dal partito”, ha tagliato corto Anna Maria Bernini, capogruppo azzurro al Senato, commentando il sì alla fiducia degli azzurri Maria Rosaria Rossi  e Andrea Causin. ”I miei senatori -dice Bernini- sono stati straordinariamente compatto e coerente, sono orgogliosa di loro, ma chi ha votato per questo governo, è fuori da Forza Italia”.

Sul dato della fiducia al Senato (156 voti a favore e 140 contrari) occorre pesare il voto positivo dei senatori a vita e i due voti di esponenti di Fi, oltre che di un drappello di responsabili o costruttori come ama definirli il premier.

 

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Stallo nel Pd, Zingaretti chiede chiarezza

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La settimana che si chiudera’ con l’assemblea Pd si e’ aperta senza schiarite. Le varie anime del partito sono alla ricerca di una soluzione unitaria alla crisi, dopo le dimissioni del segretario Nicola Zingaretti. Ma, al momento, il cerchio e’ tutt’altro che chiuso. Dei vari scenari che si profilano, nessuno pare abbia la forza di imporsi sugli altri. Fra i dem c’e’ chi auspica che sia Zingaretti a togliere le castagne dal fuoco, tornando sui suoi passi. Ma gli “uomini dell’ (ex) segretario” ritengono che un suo ripensamento sia proprio difficile. Allora dall’assemblea di sabato e domenica potrebbe uscire il nome del nuovo numero uno o di un reggente. In questa situazione di incertezza, c’e’ anche chi ritiene che tanto valga convocare il congresso. Potrebbe affacciarsi l’idea di un’assise on line ma, statuto alla mano, non sembra una soluzione di facilmente praticabile. Senza considerare che non tutte le componenti del partito sono pronte a digerire questa ipotesi. Sembra invece sfumare l’eventualita’ che, nell’attesa di trovare una via di uscita, l’assemblea venga rinviata. Proprio per domani e’ in programma una riunione dell’organismo incaricato di gestirla, guidato dalla presidente del Pd, Valentina Cuppi. A margine di una iniziativa a Roma, Zingaretti ha chiesto di nuovo uno stop alle polemiche. “C’e’ stato in questi mesi un gruppo dirigente vicino a me, a cominciare da Orlando, Franceschini, D’Elia, Cuperlo, Zanda, Cuppi, Bettini, De Micheli, Oddati e Chiara Braga e tanti altri e tanti sindaci amministratori e dirigenti nei territori – ha detto – Ho fiducia che ci sara’ la forza e l’autorevolezza per fare chiarezza dove io non sono riuscito e a rilanciare insieme un progetto per l’Italia”. Malgrado i continui “non faro’ passi indietro”, fra i suoi c’e’ chi spera che Zingaretti possa tornare a guidare il partito. “Da tanti circoli e da tante federazioni – ha detto il dirigente Pd Stefano Vaccari – sono arrivati atti politici e documenti in cui a Nicola viene chiesto un ripensamento”. Non sarebbe una retromarcia. L’auspicio di chi lo vorrebbe di nuovo in sella e’ che questo orientamento si imponga in assemblea e che Zingaretti accetti. A tentarlo – e’ il ragionamento – potrebbe essere la forza che gli darebbe una soluzione del genere, che spegnerebbe quelle polemiche interne che lo hanno indotto a lasciare, comprese le richieste di un congresso. Non pare pero’ che si tratti di una prospettiva su cui il partito scommette. Le varie correnti stanno quindi dialogando alla ricerca di una personalita’ che possa andare bene a tutti. Fra i nomi che circolano, i piu’ quotati sono quelli di Roberta Pinotti e Anna Finocchiaro – anche in risposta alle polemiche sulla rappresentanza di genere – e di Piero Fassino. Ma c’e’ anche quello del vicesegretario Andrea Orlando. E in giornata e’ circolato quello dell’ex ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Oltre al fatto che qualcuno ha buttato la’ l’ipotesi Walter Veltroni. La soluzione sarebbe nelle mani della corrente franceschiniana, sia per il ‘peso’ nel partito, sia nelle vesti di mediatrice fra l’anima zingarettiana e la minoranza interna piu’ corposa, quella di Base Riformista. In questi giorni, quindi, oltre ai continui contatti telefonici, dovrebbero esserci riunioni tra i capicorrente. A rendere piu’ complessa la vicenda ci sono poi due considerazioni. La prima riguarda la “gravita’” del momento, con il governo di larghe intese appena nato e l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica alle porte. La seconda si riferisce all’organizzazione di un’assemblea che dovra’ riunire da remoto un migliaio di persone. Ecco, anche l’aspetto “virtuale” dell’incontro rende piu’ difficile l’approdo a un accordo: le chiacchiere nei corridoi e i faccia faccia dietro le quinte di solito aiutano non poco.

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Recovery da 191 miliardi, il Governo Draghi ha 2 mesi per cambiare piano

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Tempi stretti, strutture da rafforzare e piano da rivedere, pur senza buttare la “grande mole di lavoro” fatto fin qui: al suo debutto in Parlamento il ministro dell’Economia, Daniele Franco spiega il metodo con cui il nuovo governo sta affrontando la stesura del Piano di ripresa e resilienza, chiarisce che bisogna correre e non c’e’ spazio per “battute d’arresto” e illustra la governance immaginata per il Recovery Plan italiano, che fara’ perno sul coordinamento del ministero dell’Economia ma avra’ diramazioni in tutti i ministeri. L’obiettivo e’ quello di arrivare pronti entro la fine aprile con un piano “ambizioso” ma “credibile e dettagliato”, che potra’ avere un impatto anche superiore al 3% del Pil se saranno realizzate le riforme, a partire da giustizia e P.a. Mentre la riforma del fisco, pur essendo tra le priorita’, non sara’ affrontata “nell’ambito” del Pnnr. L’Italia, avverte subito il nuovo titolare di via XX settembre, potra’ contare su un po’ meno risorse di quante ipotizzate finora, 191,5 miliardi di fondi Recovery invece di 196, con la revisione della quota di prestiti sulla base dei dati riferiti, come da regolamento europeo, al 2019. Una cifra che potrebbe peraltro essere ancora rivista quando nel 2022 si chiudera’ la valutazione sulla seconda tranche di finanziamenti, il 30% del totale, che sara’ calcolata sull’andamento del Pil del 2020 e 2021. I progetti andranno quindi “tarati sulle risorse effettivamente disponibili” e bisognera’ “riflettere” se rivedere la “distribuzione” tra progetti nuovi e gia’ a bilancio. Nessun accenno al programma Cashback, pur nel mirino di quasi tutte le forze politiche che, a eccezione del M5S, iniziano a chiedere di spostare le risorse verso le imprese o verso le famiglie piu’ in difficolta’. Il Recovery e’ la priorita’ “per il Mef, per il governo, per il Paese” esordisce Franco prima di essere interrotto, tra le proteste in particolare di Fdi, per difficolta’ di collegamento: nonostante i problemi tecnici, e le polemiche del weekend sulla consulenza di McKinsey, l’audizione scorre via lisca, con toni pacati e domande non troppo provocatorie. Certo, le richieste di spiegazione sulla chiamata della multinazionale arrivano ma senza accenti bellicosi. Non c’e’ “nessuna intromissione nelle scelte” assicura Franco, solo un “supporto tecnico-operativo”, nessuna struttura privata “ha accesso a informazioni privilegiate o riservate”. Mckinsey, insomma, dara’ una mano su “produzione di cronoprogrammi, aspetti metodologici nella redazione del piano, aspetti piu’ editoriali che di sostanza”, su cui invece si stanno esercitando fin dall’insediamento tutti i ministeri coinvolti a partire da quelli della Transizione, digitale ed ecologica, e dal ministero del Sud. Innovazione, ambiente e coesione restano infatti le linee guida del Piano che manterra’, spiega Franco, le 6 missioni individuate dal governo Conte: ora e’ in corso una valutazione “di quello che va conservato, perche’ fatto bene” e di quello che va invece “integrato e sviluppato”, a partire dal dettaglio delle riforme. Quelle prioritarie sono giustizia e Pubblica amministrazione, insieme a una azione di “semplificazione trasversale”, e vanno affrontate “con pragmatismo”, parola che Franco ripete piu’ volte, bilanciando l’obiettivo di “ridisegnare in modo organico la cornice regolamentare” con i “tempi molto molto serrati”, non solo per scrivere, ma anche per realizzare i progetti. Per questo va rafforzata subito la struttura che se ne dovra’ occupare, mettendo in piedi “in tempi rapidi” anche un sistema di reclutamento “di giovani nella Pa”. Franco non entra nei dettagli, rinviando alle audizioni dei singoli dicasteri, scelta che lascia un po’ delusi i parlamentari che si aspettavano maggiori integrazioni da parte del ministro. “Notizie nessuna”, commenta qualche senatore, che teme come i colleghi della Camera di non poter incidere in alcun modo e di ritrovarsi a dare, nelle prossime settimane, un parere su un testo superato. Non bastano, insomma, le rassicurazioni sul fatto che le risoluzioni, che dovrebbero essere votate alla fine di marzo, saranno tenute in grande considerazione per la revisione del piano. Assicurando un dialogo “durevole e intenso” con le Camere, Franco ammette pero’ che ad aprile ci sara’ “una fase molto rapida e concitata” e che ancora non si e’ deciso, quindi, se il testo finale passera’ di nuovo per un voto, come vorrebbero i partiti.

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Conte e Grillo lavorano al nuovo M5s, c’è però il nodo Casaleggio da sciogliere

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Da una parte i “vertici” che cercano la ricomposizione tra Movimento e Rousseau, dall’altra i gruppi parlamentari e i seguaci di Casaleggio e di Alessandro Di Battista che non ne vogliono sapere, che non si accontentano di separazioni consensuali ma puntano ad un vero e proprio divorzio. E’ sostanzialmente questa l’impasse che hanno provato a sciogliere Beppe Grillo e Giuseppe Conte nell’incontro che hanno tenuto nel fine settimana a Marina di Bibbona, la villa sul mare del fondatore del Movimento che doveva essere teatro del precedente vertice pentastellato, andato a monte per una fuga di notizie. Questa volta il primo e il futuro capo politico del Movimento sono riusciti a mantenere il riserbo sul loro incontro, svelato solo dal Fatto Quotidiano e da una foto pubblicata sui social da una passante che li ha immortalati mentre conversavano sulla spiaggia, davanti al cancello della villa. Sul tavolo della discussione ci sono stati, ovviamente, tutti i dossier M5s: dal profilo del nuovo Movimento al simbolo, che dovra’ richiamare l’obiettivo della transizione al 2050, dal nodo degli “espulsi” ai ricorsi pendenti in Tribunale e nelle Commissioni regolamentari di Camera e Senato, dalla questione della “segreteria” che il futuro leader vuole decidere mentre il Movimento ha votato per una leadership collegiale, e poi il tema del doppio mandato, dello Statuto, della chiusura o trasformazione dell’attuale associazione politica. Tutti temi intrecciati tra di loro ma che hanno, in aggiunta, una variabile imprescindibile: quella del legame tra il Movimento e l’associazione Rousseau.

Beppe Grillo. Fondatore del M5S

 

Il presidente della piattaforma, erede dell’altro fondatore, Gianroberto Casaleggio e’ sugli scudi, ed ha minacciato seriamente la secessione. E’ questo a cui puntano molti degli espulsi, quelli che hanno detto No a Draghi e che ora guardano alla ricostituzione di un Movimento delle origini, lontano da quella che definiscono la “deriva” impressa da Luigi Di Maio. Vogliono la scissione e vogliono Casaleggio jr e Di Battista dalla loro: “basta compromessi, abbiamo mandato giu’ troppi rospi” tagliano corto. Dall’altra ci sono i parlamentari rimasti nel M5s che chiedono anche loro di rompere il legame con Rousseau che ora vedono come un partito nel partito. E non vogliono piu’ sostenere economicamente la piattaforma. Ma questo e’ il punto: andare alle vie legali costerebbe troppo, per tutti. Per questo la via dell’accordo e’ l’unica via, anche per il futuro leader del M5s, perseguibile. Senza contare che c’e’ un altro soggetto finito nel mirino degli espulsi: Vito Crimi. A lui, in quanto capo politico, potrebbero chiedere i danni nelle cause civili: “oneri ed onori” sibilano i “cacciati”. Casaleggio, intanto, sembra “aprire” ad un compromesso. Dopo i messaggi piu’ battaglieri, ora Rousseau smorza un po’ i toni: il Manifesto che annuncera’ mercoledi’ “vuole essere un codice etico di riferimento, ma anche un perimetro solido e ben definito di termini e condizioni di utilizzo dell’ecosistema Rousseau”. La porta, insomma, e’ mezza aperta e mezza chiusa: solo mercoledi’ si sapra’ se le strade con il Movimento si separeranno. A fine mese anche Conte potrebbe svelare finalmente quale sara’ il suo piano per tirare fuori i 5 Stelle dall’impasse, anche burocratica, e rilanciarlo. Per l’avvocato Lorenzo Borre’, precursore delle cause al M5s, da anni difensore della moltitudine di “espulsi” e fine conoscitore dell’intrigato sistema di regole, statuti ed associazioni di cui il Movimento si e’ via via dotato negli anni, e’ “concretamente impossibile sciogliere l’associazione per crearne una nuova, assai arduo modificare nuovamente lo Statuto a misura di leadership monocratica senza passare per l’elezione”. Insomma, sentenzia, “grande e’ la confusione sotto il cielo…”.

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