Cronache
Il caso Minetti e la fake news diventata scandalo: quando il frullatore mediatico travolge i fatti
La vicenda della grazia a Nicole Minetti mostra come una ricostruzione suggestiva possa trasformarsi in caso politico e mediatico prima delle verifiche. Dopo gli accertamenti della Procura generale di Milano, molte accuse sono risultate non confermate.
Doveva essere il grande scandalo della grazia a Nicole Minetti. È diventato, dopo le verifiche chieste alla Procura generale di Milano, un caso esemplare sul modo in cui una notizia può finire nel frullatore mediatico prima ancora di essere accertata.
Per settimane il racconto pubblico ha costruito una trama perfetta per la televisione, per i social, per la polemica politica. C’erano l’ex “Olgettina”, il Quirinale, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, l’Uruguay, un bambino malato, un’adozione, avvocati morti, allusioni a scenari internazionali, suggestioni esotiche e ombre gettate su una decisione di clemenza presidenziale.
Poi è arrivata la realtà. Meno spettacolare, meno cinematografica, ma più rispettosa dei fatti. La Procura generale di Milano ha confermato il parere favorevole alla grazia e ha chiarito che, dagli accertamenti svolti, le notizie dalle quali era nato il supplemento di verifiche non corrispondono al vero.
La verifica che rimette ordine
Il Quirinale era intervenuto chiedendo al Ministero della Giustizia di acquisire con urgenza le informazioni necessarie a verificare la fondatezza delle notizie di stampa sulla grazia concessa a Nicole Minetti. Il passaggio istituzionale era inevitabile, perché le ricostruzioni pubblicate avevano messo in discussione i presupposti stessi dell’atto di clemenza.
Dopo gli accertamenti, la Procura generale di Milano ha confermato il proprio parere positivo. Non sono emerse irregolarità nel procedimento di adozione riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti investigativi in Uruguay e in Spagna a carico di Nicole Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani. È stato inoltre confermato il grave quadro sanitario del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, con necessità della presenza della madre per controlli e terapie.
È un passaggio che cambia il senso della vicenda. Non cancella il diritto della stampa a indagare, né impedisce di porre domande su un atto di grazia. Ma impone una riflessione severa su ciò che accade quando il sospetto viene presentato come verità, quando l’allusione sostituisce la prova, quando la suggestione diventa condanna pubblica.
Il palco e la realtà
Questa è stata una storia di palco e realtà. Sul palco c’era un racconto appassionante, quasi letterario: un po’ thriller, un po’ fiction politica, un po’ realismo magico sudamericano. Dentro quel racconto entravano Silvio Berlusconi, l’Uruguay, Punta del Este, il ranch, Jeffrey Epstein, un ministro costretto a difendersi pubblicamente, il Quirinale trascinato nella polemica e una donna già segnata da una lunga esposizione mediatica.
La realtà, invece, appare diversa. Secondo le risultanze comunicate dalla Procura generale, al centro della vicenda c’è una procedura di adozione riconosciuta in Italia, un minore con gravi problemi di salute e una richiesta di grazia fondata anche sulla necessità di garantire assistenza familiare.
Il contrasto è enorme. Da una parte lo scandalismo senza scandalo. Dall’altra una storia privata delicatissima, nella quale entrano la salute di un bambino, la vita di una famiglia, la discrezione che dovrebbe accompagnare qualunque vicenda minorile.
Il limite smarrito dell’informazione
La domanda è semplice: davvero era necessario trasformare tutto questo in una corrida mediatica prima delle verifiche? Davvero non si poteva contare fino a cinque prima di mettere nello stesso calderone una grazia presidenziale, il nome di Minetti, l’eredità politica di Berlusconi, i sospetti sull’adozione, i fantasmi internazionali e il giudizio sommario dei social?
La libertà di stampa è un pilastro della democrazia. Lo è sempre, anche quando disturba, anche quando sbaglia bersaglio, anche quando costringe le istituzioni a chiarire. Ma la libertà di stampa non è libertà dall’obbligo di responsabilità. Soprattutto quando si parla di minori, salute, adozioni, vita privata e atti istituzionali delicati.
In questa vicenda, il problema non è soltanto l’errore. Il problema è il meccanismo. Una ricostruzione suggestiva è diventata notizia dominante, poi caso politico, poi processo pubblico. Il tutto prima che gli accertamenti completassero il loro percorso.
La garlaschizzazione della vita pubblica
C’è una deriva ormai evidente: ogni caso diventa una serie, ogni sospetto una trama, ogni personaggio pubblico un imputato permanente davanti al tribunale dei social. È la garlaschizzazione della vita pubblica: il bisogno continuo di riaprire, insinuare, collegare, immaginare, forzare coincidenze, trasformare gli atti in misteri e i misteri in colpe.
In questo ambiente, qualunque utente può diventare giudice, investigatore, pubblico ministero, esperto di diritto internazionale, criminologo, moralista e inquisitore. Il risultato è un circuito che si autoalimenta: articoli, talk show, post indignati, editoriali, rilanci, commenti, accuse, richieste di dimissioni, telefonate istituzionali, smentite, nuove allusioni.
Alla fine, però, resta la domanda più scomoda: che cosa succede alla credibilità dell’informazione quando la realtà non conferma la fiction?
L’odio politico postumo e la persona reale
C’è anche un altro aspetto, più politico e più umano. Fino a che punto può spingersi l’odio politico postumo verso Silvio Berlusconi e verso chi, a vario titolo, gli è stato vicino? È legittimo criticare, indagare, ricordare processi, responsabilità e vicende pubbliche. Non è legittimo trasformare una persona in bersaglio permanente, negandole per sempre il diritto alla complessità, alla vita privata, al cambiamento, alla possibilità di essere giudicata sui fatti e non sulle suggestioni.
Nicole Minetti ha una storia pubblica nota, controversa, giudicata anche nelle aule di giustizia. Ma questo non autorizza a trattare ogni vicenda che la riguarda come se fosse automaticamente torbida. Il passato non può diventare una licenza permanente alla delegittimazione.
Quando poi dentro il racconto entra un minore malato, il dovere di cautela dovrebbe diventare ancora più forte. La salute di un bambino non può essere materia da spettacolo. L’adozione non può essere ridotta a ingrediente narrativo. La privacy familiare non può essere sacrificata sull’altare di qualche titolo efficace o di qualche minuto di indignazione televisiva.
Le responsabilità del sistema mediatico
Nessuno può dare lezioni definitive. Chi fa informazione sa che l’errore è possibile, che la verifica è difficile, che il potere va controllato, che le istituzioni non vanno trattate con deferenza cieca. Ma proprio per questo il metodo conta.
Una cosa è porre domande. Un’altra è costruire un’accusa sociale prima che i fatti siano accertati. Una cosa è chiedere trasparenza su un atto di grazia. Un’altra è trasformare una vicenda familiare e sanitaria in una fiction politico-giudiziaria.
La responsabilità non è di un solo giornale, di una sola trasmissione, di un solo commentatore. È più larga. Riguarda il modo in cui l’intero ecosistema dell’informazione amplifica ciò che è più rumoroso, più emotivo, più scandaloso. Riguarda i social, certo. Ma riguarda anche il giornalismo professionale, quando accetta di inseguire la viralità invece di governarla.
La lezione del caso Minetti
Il caso Minetti dovrebbe lasciare una lezione semplice. Prima di trasformare una vicenda in scandalo, bisogna verificare. Prima di colpire una persona, bisogna distinguere tra sospetti, documenti e prove. Prima di trascinare nel fango un atto del Quirinale, bisogna essere certi che il fango non sia soltanto una proiezione narrativa.
Le istituzioni hanno fatto ciò che dovevano: davanti a notizie gravi, hanno chiesto verifiche. La Procura generale ha svolto gli accertamenti e ha confermato il proprio parere. Ora tocca al sistema dell’informazione interrogarsi sul proprio ruolo.
Perché una democrazia ha bisogno di stampa libera, ma anche di stampa credibile. Ha bisogno di giornalisti che facciano domande scomode, ma non di fabbriche del sospetto permanente. Ha bisogno di controllo sul potere, ma non di processi mediatici costruiti sulla suggestione.
Quando la notizia diventa boomerang
Montare una storia suggestiva e poi vedere se è vera può garantire attenzione, clic, ascolti, like. Ma può trasformarsi in un boomerang. Per chi viene colpito ingiustamente, prima di tutto. Per le istituzioni trascinate in una tempesta senza fondamento. E infine per il giornalismo stesso, che perde autorevolezza ogni volta che la realtà smonta il racconto costruito intorno al sospetto.
La libertà di espressione resta intoccabile. Ma la responsabilità sociale dell’informazione dovrebbe essere altrettanto intoccabile. Il caso Minetti dimostra che non basta essere veloci, brillanti, aggressivi, indignati. Bisogna essere giusti. E, soprattutto, bisogna essere veri.
Cronache
Rai, Rossi difende lo stop alle repliche di Report: «Scelta per tutelare il programma»
L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi spiega che le repliche estive di Report sono state sospese per proteggere il programma dal clima generato dall’inchiesta giudiziaria e dalle polemiche mediatiche. Rossi giudica legittima la lettera di Urso sulla Vigilanza Rai e apre un confronto a distanza con Milo Infante.
L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi interviene direttamente sulla sospensione delle repliche estive di Report e difende la decisione assunta dai vertici di Viale Mazzini.
«È stato fatto per tutelare un brand che è fondamentale per l’azienda», ha spiegato Rossi durante un’intervista ad AdnKronos Talk. L’amministratore delegato ha precisato che non sono state cancellate nuove puntate, ma soltanto repliche che restano comunque disponibili sulla piattaforma RaiPlay.
«Una cautela per proteggere Report»
Secondo Rossi, la sospensione è stata determinata da due elementi: l’inchiesta giudiziaria relativa all’attentato contro Sigfrido Ranucci e la durezza del dibattito mediatico sviluppatosi intorno al conduttore e ai suoi rapporti con alcune fonti.
Una discussione che, secondo l’amministratore delegato, avrebbe finito per coinvolgere anche l’immagine e l’autorevolezza del programma. La Rai aveva già spiegato che la scelta sarebbe rimasta limitata alle repliche estive, mentre la nuova stagione di Report è prevista regolarmente a novembre.
La decisione era stata definita «sconcertante» da Ranucci, che aveva contestato l’opportunità di sospendere la trasmissione proprio mentre il giornalista e la redazione erano al centro di attacchi e polemiche.
La lettera di Urso e la Vigilanza Rai
Rossi ha giudicato «totalmente legittima» anche la lettera inviata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ai presidenti delle Camere e ai vertici della Rai.
Urso ha chiesto che venga ricostituita rapidamente la Commissione parlamentare di Vigilanza e che siano garantite l’affidabilità delle fonti e la qualità del giornalismo d’inchiesta realizzato dal servizio pubblico. Il ministero è titolare del contratto di servizio della Rai.
Per Rossi, l’assenza della Commissione non compromette il funzionamento operativo dell’azienda, ma determina un problema politico e istituzionale. La Vigilanza ha infatti il compito di controllare il rispetto del pluralismo e degli obblighi del servizio pubblico.
Resta aperto il tema dei possibili controlli sulle fonti giornalistiche. La verifica della correttezza delle informazioni rientra nelle responsabilità editoriali, mentre l’identità delle fonti riservate è tutelata dalle norme professionali e dalla libertà di stampa.
Il passaggio di Milo Infante a Mediaset
Nel corso dell’intervista Rossi ha affrontato anche l’addio alla Rai di Milo Infante, passato a Mediaset dopo l’esperienza alla guida di Ore 14.
L’amministratore delegato si è detto «spiacevolmente colpito» da alcune dichiarazioni con cui Infante aveva criticato l’azienda e alcuni colleghi. «Quando si va via non si dovrebbe parlare male di un’azienda che ti ha tutelato», ha affermato Rossi.
Infante ha replicato chiedendo se il riferimento fosse al periodo compreso tra il 2012 e il 2015, quando affrontò una causa contro la Rai per dequalificazione professionale. In quella vicenda un giudice riconobbe il ridimensionamento subito dal giornalista.
Fonti Rai hanno successivamente precisato che Rossi si riferiva invece al 2020, quando Infante era rimasto senza incarico e l’attuale amministratore delegato avrebbe favorito il suo ritorno su Rai2.
Un confronto che investe il servizio pubblico
Le parole di Rossi confermano la volontà dei vertici Rai di presentare lo stop alle repliche non come una sanzione nei confronti di Ranucci, ma come una misura temporanea destinata a proteggere il programma.
La vicenda, tuttavia, resta politicamente delicata. Da una parte vi sono il dovere dell’azienda di tutelare la propria credibilità e di verificare la qualità dell’informazione; dall’altra l’autonomia delle redazioni, la protezione delle fonti e il rischio che controlli esterni possano trasformarsi in pressioni sul giornalismo d’inchiesta.
Il futuro di Report non appare formalmente in discussione. Ma lo scontro sul programma, sulle sue fonti e sul ruolo della politica nella Rai è destinato a proseguire.
Cronache
Urso chiede controlli sulle fonti di Report, scontro sulla libertà di stampa e sui dossieraggi
Il ministro Adolfo Urso ha chiesto alla Rai verifiche sulla qualità delle fonti e dei consulenti utilizzati da Report. L’iniziativa, maturata nel clima delle inchieste sui presunti dossieraggi, provoca la reazione delle opposizioni, che denunciano un attacco alla libertà di informazione.
Le inchieste su Equalize, sulla cosiddetta Squadra Fiore e sugli accessi abusivi contestati all’ex ufficiale della Guardia di Finanza Pasquale Striano sono diventate uno dei terreni principali dello scontro politico intorno a Report.
Una parte del centrodestra sospetta da tempo che informazioni provenienti da reti investigative private, banche dati consultate illecitamente o ambienti vicini ai servizi possano essere finite nelle mani di giornalisti e utilizzate per costruire dossier contro esponenti del governo. Sono ipotesi politiche e investigative che, per quanto riguarda la trasmissione Rai, non risultano tradotte in responsabilità giudiziarie accertate.
La lettera di Urso all’amministratore delegato Rai
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha scritto all’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, chiedendo iniziative per garantire l’affidabilità dell’informazione del servizio pubblico e sollecitando anche la ricostituzione della Commissione parlamentare di Vigilanza.
Nella lettera, secondo quanto pubblicato dal Corriere della Sera, si propone di valutare forme di controllo qualitativo e verifiche, anche saltuarie, sulla veridicità delle fonti, sull’affidabilità deontologica dei consulenti e sulla natura dei rapporti intrattenuti con autori e protagonisti delle trasmissioni.
La richiesta apre una questione delicata. Il controllo della correttezza e della qualità dell’informazione rientra nelle responsabilità editoriali della Rai; la tutela delle fonti confidenziali rappresenta però uno dei principi essenziali del giornalismo e non può tradursi automaticamente nell’obbligo di rivelarne l’identità.
Il caso Lavitola e la puntata su Urso
L’iniziativa del ministro arriva mentre l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci ha riportato al centro dell’attenzione i rapporti tra il conduttore di Report e Valter Lavitola.
Urso ha annunciato un’azione legale nei confronti dell’ex direttore dell’Avanti! in relazione ai suoi presunti rapporti con la redazione del programma. Il ministro collega la vicenda a una puntata del 2023 nella quale Gioele Magaldi lo aveva indicato come appartenente alla massoneria internazionale, affermazione respinta da Urso e per la quale la trasmissione aveva successivamente espresso le proprie scuse.
Il ministro ipotizza che Lavitola possa avere ispirato quella ricostruzione. Si tratta, allo stato, di una deduzione contestata e non di una circostanza accertata.
Le accuse di Fazzolari contro Report
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari aveva già criticato duramente Ranucci dopo le dichiarazioni del giornalista su un presunto interessamento dei servizi segreti nei suoi confronti e sulle insinuazioni relative all’attentato subito.
Fazzolari aveva definito quelle accuse gravissime e aveva annunciato iniziative giudiziarie, sostenendo che la “macchina del fango” non possa essere confusa con il giornalismo di qualità. La parte secretata dell’audizione di Ranucci sul presunto pedinamento è stata successivamente trasmessa dalla Commissione di Vigilanza alla Procura di Roma e al Copasir.
Equalize e la Squadra Fiore
L’inchiesta milanese su Equalize riguarda una società investigativa accusata di avere raccolto illegalmente informazioni su politici, imprenditori, personaggi dello spettacolo e grandi aziende.
Al centro dell’indagine figurano, tra gli altri, l’ex poliziotto Carmine Gallo e l’esperto informatico Samuele Calamucci. Le accuse devono ancora essere sottoposte al vaglio definitivo dei giudici.
Report ha dedicato una puntata ai presunti rapporti tra Equalize e un’altra struttura indicata come Squadra Fiore, descritta come composta anche da soggetti legati agli ambienti dell’intelligence e interessata a operazioni di pressione su imprenditori.
In alcune conversazioni intercettate Calamucci avrebbe parlato di contatti con l’inviato di Report Giorgio Mottola. Ranucci e Mottola hanno negato qualsiasi scambio illecito di documenti, pur non escludendo l’esistenza di contatti giornalistici.
Il semplice rapporto con una fonte, anche controversa o indagata, non dimostra di per sé la provenienza illecita delle informazioni utilizzate né la responsabilità del giornalista.
Il procedimento su Pasquale Striano
Un altro capitolo riguarda Pasquale Striano, già ufficiale della Guardia di Finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, accusato di numerosi accessi non autorizzati alle banche dati e della diffusione di informazioni riservate.
Nel novembre 2025 la Procura di Roma ha chiuso le indagini nei confronti di Striano e di altre persone per ipotesi di reato che comprendono accesso abusivo a sistemi informatici, rivelazione di segreto d’ufficio e falso. Nel maggio 2026 è stata chiesta la celebrazione del processo per Striano, per l’ex magistrato Antonio Laudati e per altri indagati, compresi alcuni giornalisti. Tutti devono essere considerati innocenti fino a sentenza definitiva.
Le opposizioni: «Attacco alla libertà di informazione»
La richiesta di Urso ha provocato la reazione delle opposizioni. Esponenti del Movimento 5 Stelle nella Commissione di Vigilanza hanno accusato il ministro di volere spingere la Rai a violare la tutela delle fonti giornalistiche.
Anche Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha definito la lettera un attacco diretto alla libertà di informazione.
Il nodo politico e giuridico riguarda il confine tra il dovere della Rai di garantire correttezza, verifica e pluralismo e il rischio che controlli sulle fonti possano trasformarsi in un’ingerenza del governo nell’autonomia delle redazioni.
Le inchieste sui dossieraggi meritano di essere chiarite fino in fondo. Ma anche in questo caso è necessario distinguere i contatti professionali con le fonti, fisiologici nel giornalismo investigativo, dall’acquisizione consapevole di materiale ottenuto illegalmente. Una distinzione che potrà essere stabilita soltanto attraverso fatti verificabili e accertamenti giudiziari, non attraverso sospetti o appartenenze politiche.
Cronache
Caso Ranucci, i pm acquisiscono le interviste di Lavitola e Tavares: sotto esame dichiarazioni e messaggi
La Procura di Roma acquisisce le interviste rilasciate da Valter Lavitola e Gomes Clesio Tavares per verificare se contengano messaggi diretti all’esterno o tentativi di interferire con l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Intanto proseguono gli accertamenti sui dispositivi sequestrati e le polemiche sui rapporti tra il giornalista e l’ex direttore dell’Avanti!.
Le numerose interviste rilasciate negli ultimi giorni da Valter Lavitola e da Gomes Clesio Tavares sono entrate nell’inchiesta sull’attentato compiuto davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci.
I magistrati della Procura di Roma avrebbero disposto l’acquisizione delle dichiarazioni pubbliche dei due indagati per valutarne il contenuto e verificare se possano contenere messaggi destinati ad altre persone coinvolte nella vicenda o tentativi di condizionare, anche indirettamente, l’attività investigativa.
Si tratta, al momento, di un approfondimento investigativo. Lavitola e Tavares devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Le interviste dopo l’iscrizione nel registro degli indagati
Lavitola, indagato nell’ambito dell’inchiesta che ipotizza il reato di strage aggravata dal metodo mafioso, ha respinto ogni coinvolgimento nell’attentato. Durante la convocazione in Procura si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei pubblici ministeri, rendendo però dichiarazioni spontanee con le quali ha negato le accuse.
Nei giorni successivi ha continuato a parlare con quotidiani e telegiornali, affrontando anche il rapporto con Tavares, indicato dagli investigatori come possibile intermediario tra il presunto mandante e gli esecutori materiali dell’attentato.
La scelta di rilasciare ripetute dichiarazioni avrebbe provocato la reazione del suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, che gli avrebbe chiesto maggiore prudenza, prospettando la rinuncia al mandato in caso di ulteriori interviste.
Tavares prima annuncia il ritorno, poi cambia versione
Anche Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola attualmente in Camerun, ha rilasciato diverse interviste. A un quotidiano aveva dichiarato di voler tornare in Italia il 5 agosto per chiarire la propria posizione e aveva respinto le accuse, sostenendo di non avere alcun ruolo nell’attentato.
Intervistato successivamente dal Tg1, ha però affermato di non voler rientrare, almeno per il momento. «Non sono fuggito, ma per ora non rientro», ha dichiarato, confermando la propria permanenza all’estero.
Il mutamento di posizione è uno degli elementi che gli investigatori starebbero valutando, insieme ai rapporti personali ed economici tra Tavares e Lavitola.
La cena sul progetto dei carbon credit
L’inchiesta giudiziaria si intreccia con il dibattito sui rapporti tra Ranucci e Lavitola. Il Fatto Quotidiano ha rivelato la partecipazione del giornalista a una cena con l’ex direttore dell’Avanti! e con alcuni potenziali investitori interessati a un progetto africano legato ai carbon credit.
Tra i presenti sarebbero comparsi anche esponenti della società pubblicitaria Urban Vision. Secondo la ricostruzione del quotidiano, la presenza e l’autorevolezza del conduttore di Report avrebbero potuto contribuire ad accreditare Lavitola davanti agli interlocutori imprenditoriali. Si tratta però di un’interpretazione giornalistica, non di un fatto accertato dagli investigatori.
Ranucci ha spiegato di avere cercato di “governare” il rapporto con una fonte complessa come Lavitola e di avergli dato suggerimenti proprio per metterlo in guardia sui rischi del settore dei carbon credit. Ha inoltre escluso categoricamente che l’ex faccendiere abbia mai condizionato le inchieste di Report.
L’analisi dei cellulari sequestrati
Gli accertamenti proseguono sui telefoni cellulari, sulle memorie informatiche e sulle pen drive sequestrate a Lavitola. Gli investigatori cercheranno contatti, conversazioni, documenti e dati utili a ricostruire i rapporti tra gli indagati e le eventuali fasi preparatorie dell’attentato.
Sono stati sequestrati dispositivi anche nell’abitazione di Tavares. L’obiettivo è verificare la ricostruzione secondo cui l’uomo avrebbe svolto una funzione di collegamento con il gruppo accusato di avere materialmente organizzato l’attacco.
L’esposto di Ranucci sul segreto investigativo
Parallelamente, la Procura dovrà esaminare l’esposto presentato da Ranucci attraverso il suo legale Roberto De Vita. Il giornalista chiede di accertare se vi siano state violazioni del segreto investigativo nella pubblicazione di atti, ricostruzioni e indiscrezioni riguardanti l’inchiesta.
Ranucci ha inoltre annunciato querele per diffamazione contro chi avrebbe diffuso congetture e insinuazioni sul suo comportamento e sui rapporti con Lavitola.
Il conduttore ha definito «sciacallaggio» anche le accuse sulla gestione di alcune fonti e su presunte vicende private diffuse da piattaforme social. Si tratta di affermazioni e allusioni non verificate, respinte dal giornalista e non collegate, allo stato, a contestazioni giudiziarie.
Il ministro Urso annuncia azioni legali
Un ulteriore fronte riguarda il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che ha annunciato iniziative legali contro Lavitola.
La vicenda riguarda una puntata di Report nella quale un intervistato aveva sostenuto che Urso appartenesse a organizzazioni massoniche internazionali. Il ministro contesta radicalmente tale ricostruzione e chiede che siano chiariti l’origine delle dichiarazioni e l’eventuale ruolo svolto da Lavitola nei rapporti con la trasmissione.
Il caso continua così a svilupparsi su più livelli: l’inchiesta penale sull’attentato, gli accertamenti sui rapporti tra fonti e giornalisti, le iniziative legali dei protagonisti e uno scontro politico sempre più acceso attorno a Report. Saranno però gli elementi raccolti dalla Procura, e non le interviste o le polemiche mediatiche, a stabilire responsabilità e moventi.


