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Ambiente

Idrogeno, 90 progetti di ricerca al Mite per i fondi Pnrr

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Il Ministero della Transizione Ecologica ha ricevuto oltre 90 proposte progettuali in ricerca e sviluppo sull’idrogeno, per un valore complessivo che supera i 240 milioni di euro, quasi 5 volte la dotazione finanziaria messa a disposizione dal PNRR. Lo rende noto il Ministero in un comunicato. L’Investimento 3.5 (M2C2) del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 30 milioni di euro alle imprese private e 20 milioni agli enti di ricerca pubblici con l’obiettivo di finanziare lo studio in materia di idrogeno da fonti rinnovabili, migliorando la conoscenza delle relative tecnologie in tutte le fasi (produzione, stoccaggio e distribuzione). I contratti di ricerca e sviluppo verranno aggiudicati entro la fine di giugno 2022. Il MiTE, in particolare, ha ricevuto 39 proposte di ricerca fondamentale in risposta al bando rivolto agli enti di ricerca e alle universita’, con una richiesta di 116 milioni di euro a fronte dei 20 milioni messi a disposizione dal PNRR. I progetti presentati in questo ambito puntano all’acquisizione di nuove conoscenze teoriche e sperimentali su temi di frontiera che spaziano dallo sviluppo di tecnologie per produzione di idrogeno verde alla sua trasformazione in derivati e combustibili green, dallo sviluppo di celle a combustibile ai sistemi di stoccaggio e trasporto dell’idrogeno. Per il bando rivolto alle imprese, invece, sono stati presentati 56 progetti di ricerca industriale, per 126 milioni di euro a fronte di una dotazione di 30 milioni di euro. “I dati – commenta il Mite – testimoniano il forte interesse a sviluppare la ricerca sull’idrogeno verde, strategico per la decarbonizzazione e fondamentale nel mutato contesto geopolitico per contribuire a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia e accelerare la transizione ecologica, obiettivi prioritari ribaditi dalla Commissione Europea con il piano REPowerEU”.

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Riscritta la data precisa dell’eruzione del Vesuvio: 24 e il 25 ottobre del 79 dC

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Un’esplosione violentissima, nella quale si e’ alzata dal Vesuvio una colonna di fumo e pomici alta otto chilometri, poi il materiale piroclastico ha travolto i centri vicini, da Ercolano a Pompei, Stabia e Oplontis, quindi la caldera del vulcano e’ collassata, dando origine a fiumi incandescenti e in seguito a colate di fango, mentre le ceneri si diffondevano su un’area vasta migliaia di chilometri, fino alla Grecia: e’ la cronaca di quanto e’ accaduto fra il 24 e il 25 ottobre del 79 dC. A ricostruire tutte le fasi dell’eruzione e a confermare la data esatta, finora solo ipotizzata sulla base di ritrovamenti archeologici, e’ la ricerca a guida italiana pubblicata sulla rivista Earth-Science Reviews. Coordinata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), la ricerca ha combinato informazioni storiche, archeologiche, geologiche, geofisiche e geochimiche, analisi di stratigrafie e sedimenti, modelli climatici e dei processi magmatici, fino a ottenere il quadro finora piu’ dettagliato di una delle eruzioni piu’ note, fornendo conoscenze che diventano la base per mettere a punto misure di mitigazione degli effetti di eventuali eruzioni future. “E’ stato come far leggere lo stesso libro a persone con culture diverse per riuscire a cogliere tutti gli aspetti, dal linguaggio ai contenuti, ai riferimenti ad altri libri”, dice all’ANSA il coordinatore della ricerca, il vulcanologo Mauro Antonio Di Vito, dell’Ingv. Lo studio e’ stato condotto in collaborazione con Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Igag), Centro interdipartimentale per lo studio degli effetti del cambiamento climatico (Cirsec) dell’Universita’ di Pisa, il francese Laboratoire Magmas et Volcans di Clermont-Ferrand e la School of Engineering and Physical Sciences (Eps) della Heriot-Watt University di Edimburgo. Finora evidenze archeologiche avevano indicato il 24-25 ottobre come la data piu’ probabile dell’eruzione, smentendo quella del 24 agosto fino a pochi anni fa considerata la piu’ attendibile. “Fin dal XIII secolo, la data del 24 agosto e’ stata oggetto di dibattito fra storici, archeologi e geologi perche’ incongruente con numerose evidenze”, osserva Biagio Giaccio, dell’Igag-Cnr e coautore dell’articolo. Per esempio, prosegue, restavano un punto interrogativo i “ritrovamenti, a Pompei, di frutta tipicamente autunnale o le tuniche pesanti indossate dagli abitanti che mal si conciliavano con la data del 24- 25 agosto”. L’indizio piu’ importante sull’inesattezza della data era emerso qualche anno fa: era, dice ancora il ricercatore del Cnr, “un’iscrizione in carboncino sul muro di un edificio di Pompei che tradotta cita ‘Il sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, si abbandonava al cibo in modo smodato’, indicando che l’eruzione avvenne certamente dopo il 17 ottobre”. Per i due giorni della violentissima eruzione del 79 d.C, la ricerca appena pubblicata ha distinto otto fasi, che ha ricostruito nei dettagli, Il risultato e’ una grande quantita’ di dati e informazioni utili per il futuro. E’ un esempio di “come un evento del passato possa rappresentare una finestra sul futuro, aprendo nuove prospettive per lo studio di eventi simili che potranno verificarsi un domani”, dice il vulcanologo Domenico Doronzo, dell’Ingv. Guarda al futuro anche Di Vito: “questa ricerca ci insegna molto sull’impatto che le eruzioni possono avere sul territorio. Ora tendiamo a riprodurre modelli che definiscano che cosa farebbe un’eruzione oggi, ma per dirlo dobbiamo conoscere i parametri che hanno governato eruzioni passate”. E’ quanto e’ stato fatto per l’eruzione del 79 dC e la ricostruzione arriva a simulare immagini da satelliti. “Sono elementi utili a capire che cosa dovremmo fare per proteggerci meglio da questi eventi, a capire quali infrastrutture potrebbero essere esposte, dalle autostrade alle linee ferroviarie, quale potrebbe essere l’impatto sul clima”. Essere preparati grazie a queste informazioni, conclude il vulcanologo, “ci puo’ aiutare a mitigare il rischio”.

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Vivara ancora off limits, sos da Procida al Ministero Ambiente

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“Fate presto per Vivara” e’ l’appello che parte da Procida diretto al Ministero dell’Ambiente per accelerare l’iter di nomina del presidente del comitato di gestione che permetterebbe di riaprire l’isolotto e restituirlo alla fruizione di isolani e turisti. A lanciarlo e’ Antonio Carannante, assessore del comune procidano con delega a Vivara che in un comunicato stampa sollecita gli organi ministeriale alla nomina del vertice della riserva naturale, ultimo ostacolo burocratico che si frappone alla riapertura dell’isolotto, di fatto una proprieta’ privata divenuta nel 2002 riserva naturale statale, sito di importanza comunitaria e zona di protezione speciale nell’ambito della rete Natura 2000 ma che da tre anni e’ chiuso al pubblico. Carannante ha dichiarato che per la riapertura e’ stato trovato l’accordo con i proprietari ed e’ stato affidato l’incarico per i lavori di manutenzione sul percorso delle visite guidate ma che le dimissioni dello scorso aprile del presidente del comitato di gestione della riserva hanno stoppato l’iter burocratico per riaprire: “Vivara e’ un piccolo gioiello, essenziale nella storia e per l’offerta turistica della nostra isola che vogliamo poter tornare a far ammirare; tra l’altro la sua riapertura sarebbe fondamentale anche per Procida 2022. Regione e Comune hanno fatto la loro parte ora tocca al ministero” ha concluso Carannante.

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In Italia raddoppiano i nidi delle tartarughe marine

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Sono 108 i nidi delle tartarughe ‘mamma’ che hanno scelto l’Italia per deporre le loro uova, dandone cosi’ alla luce 5mila: un raddoppio rispetto ai 46 dell’anno precedente. E’ l’ultimo dato positivo contenuto nel rapporto elaborato dal Wwf per il World Sea Turtle Day. Un bilancio che pero’ contiene anche pagine scure. Rimane alto anche il fenomeno delle tartarughe marine catturate dalle reti a strascico. Ne rimangono intrappolate 25.000 ogni anno in Italia. C’e’ poi il problema dei rifiuti di plastica. L’80% delle Caretta Caretta nel mediterraneo ne ha ingerito almeno uno, scambiandolo per cibo. I nostri mari sono un habitat scelto da questi animali. Il Mediterraneo ospita tre specie di tartaruga marina: la tartaruga comune (Caretta caretta), la tartaruga verde (Chelonia mydas) e, sebbene piu’ rara, la tartaruga liuto (Dermochelys coriacea). Queste nidificano soprattutto sulle coste orientali del bacino, mentre la tartaruga comune Caretta caretta e’ l’unica che nidifica regolarmente lungo le coste italiane (soprattutto nelle regioni meridionali). “Negli ultimi cinque anni (2016-2021) – spiega il Wwf nel report “Italia Penisola delle tartarughe” – e’ stato registrato un aumento nel numero dei nidi che, tuttavia, rappresentano solo alcune decine di unita’ dei circa 8 mila dell’intero Mediterraneo”. Gli ultimi dati sono del 2020 e segnano un raddoppio: gli operatori e volontari del WWF Italia sono intervenuti su 108 nidi da cui sono emersi piu’ di 5.000 piccoli che hanno raggiunto il mare. La maggior parte dei nidi sono stati identificati in Sicilia, ben 81, seguita dalla Calabria con 26 e dalla Basilicata con 1 nido. Il risultato e’ da considerarsi particolarmente significativo se si pensa che nel 2019 i nidi ritrovati erano stati 46 mentre erano solo 26 nel 2018. Il Mediterraneo e’ zona chiave per le tartarughe e hotspot di biodiversita’, ma – segnala il wwf – anche di minacce che arrivano dalle attivita’ umane. E’ il mare che si sta scaldando piu’ velocemente ed e’ “invaso” dai rifiuti: ogni anno, 570 mila tonnellate di plastica finiscono in mare. Questi due fattori, insieme alle attivita’ da pesca intensiva e all’impatto con i natanti, agiscono su tutte le fasi del ciclo vitale delle specie di tartarughe marine, che nella lista Rossa della IUCN, compaiono come a rischio di estinzione (tranne la tartaruga a dorso piatto, Natator depressus, ancora classificata come Carente di Dati). I dati sono drammatici: nel Mediterraneo oltre 150.000 tartarughe ogni anno vengono catturate accidentalmente da ami da pesca, lenze e reti e oltre 40.000 muoiono. Solo in Italia, ogni anno 25.000 tartarughe marine vengono catturate da reti a strascico. Wwf ha avviato una serie di azioni: dall’attivita’ di monitoraggio alla tutela dei nidi, al recupero e riabilitazione di tartarughe.

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