Cronache
I verbali segreti del Csm, Borsellino prima di essere ucciso chiese spiegazioni su un dossier mafia e appalti
Il 14 luglio del 1992, cioè appena cinque giorni prima di essere ucciso nella strage di via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino, nel corso di una infuocata riunione della Procura diretta da Pietro Giammanco, prima delle vacanze estive, “chiese spiegazioni” sul dossier mafia e appalti, una inchiesta coordinata dai pm Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte. “Borsellino chiese spiegazioni su un procedimento riguardante Angelo Siino e altri” e “capisco che qualcosa non va evidentemente perché mi sembra insolito che si discuta così coralmente con dei colleghi assegnatari dei processi”. A raccontare quanto accadde in quella riunione è stato, il 31 luglio di 30 anni, il giudice Luigi Patronaggio, nel corso di una audizione del Csm, i cui verbali sono stati resi pubblici solo oggi. Ma perché Borsellino era così arrabbiato? Patronaggio prova a spiegarlo così ai colleghi del Csm: “Paolo Borsellino chiese spiegazioni su questo processo contro Siino”, l’ex ‘assessore dei Lavori pubblici’ di Cosa nostra, “perché lui aveva percepito che vi erano delle lamentele da parte dei carabinieri verosimilmente e chiese delle spiegazioni che non erano tanto di carattere tecnico, cioè se era stata fatta o meno una cosa, ma più che altro era il contorno generale del procedimento. Chi c’era o chi non c’era, perché poi, in buona sostanza, la relazione sul processo Siino fu fatta unicamente, esclusivamente per dire che non vi erano nomi di politici rilevanti all’interno del processo o che se vu erano nomi di politici rilevanti all’interno del processo di un certo peso entravano soltanto per un mero accidente che comunque, insomma, ecco, allora la spiegazione di Borsellino fu che chiese spiegazione, fu di carattere estremamente generale, chi erano i politici, ma perché. Insomma, cose di questo genere, non erano singoli fatti, atti istruttori”. Ma cosa è il dossier mafia e appalti? Tutto nasce da una delega conferita nel 1989 dalla Procura di Palermo ai Ros avente quale principale obiettivo quello di accertare ”la sussistenza, l’entità e le modalità di condizionamenti mafiosi nel settore degli appalti pubblici nel territorio della provincia di Palermo”. Il risultato di questa attività è il rapporto dei Ros del febbraio ’91.

Il Procuratore di Agrigento. Luigi Patronaggio
Giovanni Falcone è ormai in procinto di trasferirsi a Roma, al Ministero della Giustizia. Il fascicolo finisce così sulla scrivania del procuratore Pietro Giammanco che, a maggio, ne affida l’esame ai sostituti Sciacchitano, Morvillo, Carrara, De Francisci e Natoli. Il 25 giugno 1991 viene presentata una richiesta di custodia cautelare nei confronti di Angelo Siino, Giuseppe Li Pera, Cataldo Farinella, Alfredo Falletta e Serafino Morici, accolta dal GIP il 9 luglio. Più o meno nello stesso periodo, il 26 luglio 1991, viene contestualmente delegata ai Ros un’ulteriore attività investigativa riguardante la società regionale Sirap Spa. Un rapporto che creerà una frattura tra la Procura e i Carabinieri del Ros, sul mercato degli APPALTI in Sicilia. Subito dopo la morte di Borsellino, la Procura chiese l’archiviazione dell’inchiesta su mafia e APPALTI. Che fu accolta poco dopo. “Ma in quell’incontro del 14 luglio 1992 il pm Guido Lo Forte nascose al giudice di avere firmato, appena il giorno prima, l’archiviazione dell’inchiesta”, ha detto, di recente, nel corso dell’arringa del processo depistaggio Borsellino, l’avvocato Fabio Trizzino.
Cronache
Interdittiva annullata, l’imprenditore resta bloccato: «Sono alla disperazione»
Il Consiglio di Stato ha annullato l’interdittiva antimafia del 2023 contro l’impresa agricola di Michele Quitadamo. Il trentenne denuncia però di essere ancora escluso da contributi e autorizzazioni indispensabili per lavorare.
L’interdittiva antimafia è stata annullata definitivamente, ma Michele Quitadamo sostiene di non essere ancora riuscito a recuperare la piena operatività della propria impresa agricola.
Il trentenne, coltivatore diretto di Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, denuncia di non poter accedere ai contributi agricoli e di non avere ottenuto neppure l’autorizzazione per il gasolio agevolato necessario alle attività nei campi.
La vicenda è ricostruita dal suo legale, l’avvocato Michele Sodrio, che sollecita un intervento della Prefettura di Foggia.
Le due interdittive
Il primo provvedimento risale all’aprile 2021. L’impresa venne successivamente ammessa al controllo giudiziario, proseguito per due anni e concluso, secondo quanto riferito dalla difesa, con una valutazione positiva.
Nel settembre 2023 arrivò però una seconda interdittiva antimafia. Il provvedimento è stato successivamente impugnato e annullato dal Consiglio di Stato con una sentenza dello scorso gennaio.
Le interdittive antimafia sono misure amministrative preventive e non equivalgono a una condanna penale. Servono a impedire che imprese ritenute esposte al rischio di condizionamenti criminali possano intrattenere rapporti economici con la pubblica amministrazione.
Secondo il legale, nel caso di Quitadamo avrebbe avuto un peso determinante la lontana parentela con persone indicate come vicine ad ambienti mafiosi della frazione Macchia. Una valutazione contestata dalla difesa e poi superata dalla pronuncia amministrativa.
Il frantoio chiuso e i dipendenti
Durante il lungo contenzioso Quitadamo sarebbe stato costretto a chiudere il proprio frantoio oleario, lasciando senza lavoro quindici dipendenti.
L’imprenditore, sempre secondo la ricostruzione del suo avvocato, non avrebbe potuto ricevere nuovi contributi agricoli e avrebbe dovuto restituire anche somme percepite negli anni precedenti.
Danni economici che la difesa considera particolarmente gravi e per i quali aveva già prospettato una possibile azione risarcitoria.
Il nodo delle autorizzazioni
Nonostante l’annullamento dell’interdittiva, il nome dell’imprenditore risulterebbe ancora inserito negli elenchi utilizzati dalle amministrazioni per verificare la posizione delle aziende.
Questa circostanza, denuncia il legale, impedirebbe a Quitadamo di ottenere anche l’assegnazione del gasolio agricolo agevolato, indispensabile per alimentare trattori e macchinari.
«Mi stanno portando alla disperazione. Non so più cosa fare e a chi rivolgermi», afferma l’imprenditore.
L’avvocato Sodrio parla di una situazione paradossale: «Anni di battaglie e pronunce dei tribunali non riescono a scalfire l’inerzia della Prefettura, che si ostina a non restituire a Quitadamo le sue libertà di operatore economico».
Al momento non risulta una replica pubblica della Prefettura di Foggia alle contestazioni della difesa. Resta quindi da chiarire se il mancato aggiornamento dipenda da ritardi amministrativi, da ulteriori verifiche o da altri provvedimenti non ancora resi noti.
Cronache
Caso Ranucci, il Comitato etico Rai prosegue dopo l’arresto di Lavitola
La Commissione stabile per il Codice etico della Rai prosegue autonomamente l’istruttoria su Sigfrido Ranucci. L’ordinanza sull’arresto di Valter Lavitola conferma il conduttore di Report come vittima della presunta macchinazione, mentre restano sotto esame i rapporti con le fonti e la costruzione di alcune inchieste.
L’arresto di Valter Lavitola come presunto mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci introduce nuovi elementi nel caso aperto all’interno della Rai, ma non interrompe formalmente l’istruttoria della Commissione stabile per il Codice etico.
Da Viale Mazzini precisano che l’organismo continuerà a operare «in piena autonomia» e dovrà completare la relazione da sottoporre all’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Non risulta però confermata ufficialmente una scadenza entro la pausa di Ferragosto.
Ranucci vittima della presunta macchinazione
L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Iole Moricca esclude qualsiasi partecipazione di Ranucci alla progettazione dell’attentato.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, Lavitola avrebbe organizzato autonomamente l’azione dinamitarda per aumentare la popolarità dell’amico, proteggerne la posizione alla guida di Report e favorirne una futura candidatura politica. Il conduttore viene indicato come vittima di una manipolazione.
Ranucci non è indagato e non emergono elementi che dimostrino una sua preventiva conoscenza dell’attentato.
Il giornalista era invece al corrente dell’idea di Lavitola di commissionare un sondaggio per misurarne il possibile consenso elettorale. La gip osserva che non aderì mai formalmente al progetto, pur mostrando progressivamente curiosità verso l’ipotesi prospettata dall’ex direttore dell’Avanti!.
Il perimetro delle verifiche Rai
Il nuovo quadro giudiziario separa nettamente due piani. Da una parte esclude un coinvolgimento di Ranucci nell’attentato; dall’altra non cancella le valutazioni interne sull’opportunità dei rapporti intrattenuti con Lavitola e sulle modalità di gestione delle fonti giornalistiche.
La Commissione per il Codice etico deve verificare il rispetto delle regole aziendali, dei principi di indipendenza e imparzialità e delle procedure seguite nella realizzazione di alcune inchieste di Report.
Ranucci ha sempre negato che Lavitola abbia condizionato o ispirato servizi della trasmissione.
Le cinque ore di audizione
Il 4 agosto il giornalista è stato ascoltato per circa cinque ore dalla Commissione. Avrebbe consegnato una consistente documentazione, indicando anche testimonianze utili a ricostruire la genesi delle inchieste finite sotto esame.
Ranucci avrebbe risposto alle domande sui rapporti con Lavitola, sulla verifica delle informazioni e sull’eventuale influenza delle fonti nel lavoro della redazione.
La Commissione dovrà ora valutare il materiale acquisito e trasmettere le proprie conclusioni all’amministratore delegato. Sarà poi Rossi a stabilire se archiviare la verifica, disporre ulteriori approfondimenti oppure assumere altre decisioni di competenza aziendale.
L’ipotesi dell’audit
La Rai aveva chiesto alla Procura di Roma un parere preventivo sull’apertura di un audit interno, con l’obiettivo di evitare interferenze con l’inchiesta giudiziaria.
Non risulta al momento una comunicazione ufficiale dell’azienda sull’esito di quella richiesta. La Commissione per il Codice etico può comunque proseguire le attività di propria competenza, che sono distinte dall’eventuale audit.
Le indiscrezioni su un’imminente sostituzione di Ranucci alla guida di Report non hanno trovato conferma nei comunicati ufficiali della Rai.
La nuova stagione di Report
La redazione sta intanto lavorando alla nuova stagione. Le inchieste sarebbero già state assegnate e l’avvio del prossimo ciclo è indicato per l’8 novembre, anche se la data dovrà essere confermata definitivamente dalla programmazione Rai.
Sul sito ufficiale della trasmissione Ranucci continua a essere indicato come autore e conduttore.
«Dopo una bomba, vedere infangato un padre fa male»
Ranucci non ha commentato nel merito gli ultimi sviluppi giudiziari. Ha però espresso amarezza per le ricadute personali della vicenda.
«Vedere che dopo una bomba e trent’anni di sacrifici c’è chi infanga il padre, per i miei figli non è bello», ha dichiarato al Corriere della Sera. Il giornalista ha inoltre mostrato i dati di un proprio post con la fotografia della madre, che avrebbe superato 1,2 milioni di visualizzazioni.
Sui social ha ringraziato quanti gli hanno inviato messaggi di solidarietà, annunciando il prossimo appuntamento con lo spettacolo Diario di un trapezista, previsto il 29 agosto ad Agrigento: «In questo momento siete la mia forza».
Lavitola, detenuto in via cautelare, ha respinto l’accusa di essere il mandante dell’attentato. Deve essere considerato non colpevole fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Cronache
Attentato a Ranucci, Tavares dal Camerun: «Non ho fatto nulla»
Dal Camerun Gomes Clesio Tavares respinge le accuse relative all’attentato contro Sigfrido Ranucci. Destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare, è indicato dal gip come il collegamento tra Valter Lavitola e i presunti esecutori dell’azione dinamitarda.
«So che hanno chiesto il mio arresto, ma i pubblici ministeri si sbagliano. Io non ho fatto niente». Dal Camerun Gomes Clesio Tavares, 47 anni, respinge le accuse relative all’attentato contro Sigfrido Ranucci.
L’uomo è destinatario, insieme con Valter Lavitola, di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Attualmente si trova in Africa ed è ricercato dalle autorità italiane.
Secondo la ricostruzione del gip di Roma Iole Moricca, Tavares avrebbe rappresentato il collegamento operativo tra Lavitola, indicato come presunto ideatore dell’attentato, e le quattro persone arrestate come esecutori materiali.
Le accuse sono fondate su un quadro indiziario ancora da verificare nel processo. Tavares e gli altri indagati devono essere considerati non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva.
«Tornerò, ma non so quando»
In un primo colloquio Tavares assicura di voler rientrare in Italia.
«Certo che tornerò. C’è la mia famiglia e mi manca», afferma, spiegando di vivere abitualmente in Italia e di spostarsi periodicamente tra Roma e il Camerun. Alla richiesta di indicare una data, però, non risponde: «Ci sono alcune questioni sulle quali non posso parlare».
Poche ore dopo, intervistato dal Tg1, appare più prudente. Racconta che il ritorno, inizialmente programmato per la settimana successiva, sarebbe diventato «complicato».
Tavares sostiene inoltre di avere avuto alcune trombosi e di aver ricevuto dal cardiologo l’indicazione di non affrontare il viaggio. Non risultano al momento verifiche indipendenti sulle condizioni sanitarie riferite.
Le accuse sull’attentato
Alla domanda sul presunto coinvolgimento nell’organizzazione dell’attentato del 16 ottobre 2025, Tavares replica: «Non ne so nulla, non ho mai fatto qualcosa del genere».
Mantiene invece il silenzio sui rapporti con Ranucci. «È un aspetto del quale vorrei parlare, ma per ora preferisco non farlo», dichiara.
Dalle carte emerge che il conduttore di Report conosceva Tavares almeno dal gennaio 2022. Agli atti è stata acquisita una fotografia che ritrae insieme Ranucci, Lavitola e il cittadino camerunense.
In una conversazione dell’ottobre 2024 Ranucci, lamentando difficoltà professionali, rispose scherzosamente all’offerta di aiuto di Lavitola: «Mi dovresti prestare Gomes». Il giornalista resta la persona offesa dell’attentato e non è indagato: quella conversazione documenta esclusivamente una precedente conoscenza tra i tre.
L’uomo di fiducia di Lavitola
Tavares viene descritto dagli investigatori come collaboratore e uomo di fiducia di Lavitola. I due si sarebbero conosciuti durante un periodo trascorso nel carcere di Secondigliano e avrebbero successivamente mantenuto rapporti personali e professionali molto stretti.
Secondo l’inchiesta, Tavares avrebbe curato per conto dell’ex direttore dell’Avanti! diverse attività in Camerun, compreso un progetto imprenditoriale legato ai crediti di carbonio.
Gli investigatori lo indicano anche come prestanome in alcuni affari, definizione che dovrà essere dimostrata. Lavitola ha negato di averlo inviato o aiutato ad allontanarsi dall’Italia dopo l’attentato.
Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno inoltre ipotizzato passati contatti di Tavares con persone legate al gruppo Wagner. Interpellato sull’argomento, il quarantasettenne ha scelto di non rispondere. Allo stato non risultano accertamenti definitivi che consentano di considerare provata un’affiliazione all’organizzazione paramilitare russa.
Il rapporto con Pellegrino D’Avino
Per il gip, Tavares avrebbe reclutato le persone incaricate di procurare l’esplosivo e realizzare l’attentato dimostrativo davanti all’abitazione di Ranucci.
Particolare rilievo viene attribuito al rapporto con Pellegrino D’Avino, uno dei quattro arrestati il 30 giugno. D’Avino ha confermato di conoscere Tavares e di avere lavorato con lui nella sicurezza di locali e cerimonie in Campania.
Secondo l’ordinanza, il contenuto dei messaggi tra i due indicherebbe la partecipazione di Tavares a un sopralluogo e il suo ruolo nell’organizzazione delle attività preparatorie. Avrebbe inoltre messo a disposizione un’automobile utilizzata per raggiungere la zona dell’abitazione del giornalista.
Le intercettazioni dopo gli arresti
Dopo l’arresto dei quattro presunti esecutori, gli investigatori hanno registrato alcune conversazioni in carcere. D’Avino avrebbe manifestato rabbia per essere stato coinvolto in una vicenda che lo costringeva a «prendere la galera come uno scemo».
Per i magistrati, quelle parole dimostrerebbero l’esistenza di un livello superiore al gruppo materialmente impegnato nell’attentato. La catena di comando ipotizzata dagli inquirenti vedrebbe Lavitola come ideatore, Tavares come intermediario e i quattro arrestati come esecutori.
Tavares nega integralmente questa ricostruzione. Se e quando rientrerà in Italia, potrà essere sottoposto all’interrogatorio di garanzia e fornire formalmente la propria versione davanti all’autorità giudiziaria.


