Politica
I “cacicchi” che fanno vincere il Pd: da De Luca a Crisafulli, il voto riapre il dibattito nel partito di Schlein
Le vittorie elettorali di Vincenzo De Luca, Vladimir Crisafulli e Matteo Biffoni riaprono nel Partito Democratico il dibattito sul ruolo dei leader territoriali. Figure spesso criticate dalla segreteria di Elly Schlein continuano a raccogliere consenso locale, alimentando il confronto tra rinnovamento del partito e radicamento nei territori.
C’era una promessa che aveva accompagnato l’ascesa di Elly Schlein alla guida del Partito Democratico. Una promessa pronunciata con enfasi durante la campagna congressuale: basta “capibastone e cacicchi”, basta notabili territoriali, basta dirigenti capaci di controllare pacchetti di voti e consenso locale.
A distanza di qualche anno, però, il risultato delle ultime elezioni amministrative sembra raccontare una storia diversa.
Perché proprio quei leader territoriali che la nuova leadership democratica considerava un retaggio del passato sono tornati protagonisti della scena politica locale. E soprattutto hanno dimostrato di conservare una capacità di mobilitazione elettorale che il partito nazionale fatica spesso a replicare.
Il caso De Luca e il modello Salerno
Tra i protagonisti più ingombranti resta certamente Vincenzo De Luca.
Lo “Sceriffo”, come viene soprannominato da anni, continua a rappresentare uno dei fenomeni politici più particolari del centrosinistra italiano. Uno stile diretto, spesso ruvido, una forte personalizzazione della leadership e una capacità di parlare a un elettorato trasversale che va ben oltre i confini tradizionali del Pd.
A Salerno il suo peso politico continua a essere determinante e il risultato elettorale ha inevitabilmente riacceso il dibattito interno al partito.
Da una parte chi vede nel modello De Luca un esempio di amministrazione efficace e di radicamento territoriale. Dall’altra chi considera quella esperienza distante dall’impostazione politica e culturale della segreteria Schlein.
Crisafulli e il ritorno del consenso personale
Analoga la vicenda di Vladimir Crisafulli a Enna.
Nonostante rapporti complicati con il partito nazionale, l’esponente siciliano ha dimostrato ancora una volta che il consenso personale può prevalere sulle dinamiche delle segreterie romane.
Il risultato ottenuto ha alimentato una riflessione che attraversa ormai tutto il centrosinistra: quanto pesa oggi il simbolo di partito e quanto invece conta la forza del candidato sul territorio?
Il caso Prato e la questione del radicamento
Anche a Prato il successo di Matteo Biffoni viene letto da molti come il segnale di una politica che continua a premiare figure riconoscibili e fortemente radicate nelle comunità locali.
Un fenomeno che non riguarda soltanto il Pd ma che nel Partito Democratico assume una valenza particolare, perché si intreccia con il progetto di rinnovamento lanciato da Schlein.
La domanda è semplice: è possibile costruire un partito nazionale forte senza valorizzare quei dirigenti locali che continuano a raccogliere consenso?
La contraddizione del Partito Democratico
Le ultime amministrative hanno evidenziato una contraddizione politica che il Pd non può ignorare.
Molti dei dirigenti considerati espressione di un modello politico superato continuano infatti a vincere le elezioni nei loro territori.
Non sempre rappresentano la linea della segreteria nazionale.
Non sempre incarnano il profilo politico immaginato dal gruppo dirigente romano.
Ma continuano a ottenere consenso.
Ed è proprio questo il punto che alimenta il confronto interno.
Tra leadership nazionale e consenso locale
Il dibattito non riguarda soltanto persone o correnti.
Riguarda la natura stessa del Partito Democratico.
Da un lato c’è l’ambizione di costruire una forza politica più omogenea, coerente e riconoscibile a livello nazionale.
Dall’altro emerge la realtà di un partito che continua a vincere soprattutto dove esistono amministratori fortemente radicati e capaci di interpretare bisogni concreti delle comunità locali.
Le urne delle ultime settimane non hanno risolto questa tensione.
L’hanno semmai resa ancora più evidente.
E per la segreteria Schlein rappresentano un promemoria politico difficile da ignorare: i “cacicchi” che dovevano essere archiviati continuano a raccogliere voti, mentre il Pd resta alla ricerca di una sintesi tra identità nazionale e forza dei territori.
Politica
Castellammare di Stabia, il Consiglio dei ministri scioglie il Comune per infiltrazioni camorristiche
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Si interrompe l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza. Il Comune sarà affidato a una commissione straordinaria.
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Il provvedimento, adottato su proposta del Ministero dell’Interno, pone fine all’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza e apre una nuova fase di gestione commissariale dell’ente.
Il provvedimento del Governo
La decisione arriva al termine dell’iter avviato dopo il lavoro della commissione d’accesso nominata dalla Prefettura di Napoli, incaricata di verificare l’eventuale presenza di condizionamenti della criminalità organizzata sull’attività amministrativa del Comune. Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta di scioglimento prevista dall’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.
Con lo scioglimento decadono sindaco, giunta e Consiglio comunale. La gestione dell’ente sarà affidata a una commissione straordinaria, che amministrerà il Comune per un periodo di 18 mesi, salvo eventuali proroghe previste dalla normativa.
È il secondo scioglimento consecutivo
Per Castellammare di Stabia si tratta del secondo scioglimento consecutivo per infiltrazioni mafiose. Il precedente risale al 2022 e riguardò l’amministrazione comunale allora in carica.
Il nuovo provvedimento rappresenta un duro colpo per la città e interrompe anticipatamente il mandato dell’amministrazione eletta nel 2024.
Attese le motivazioni del decreto
Al momento il Governo ha deliberato lo scioglimento, mentre le motivazioni dettagliate saranno contenute nel decreto del Presidente della Repubblica e nella relativa relazione ministeriale che accompagnerà il provvedimento.
Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non costituisce un giudizio penale nei confronti dei singoli amministratori, ma è una misura di carattere amministrativo prevista dall’ordinamento per tutelare il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione quando emergano elementi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.
Politica
Corte dei conti, il governo chiede nuovi chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati
Il Consiglio dei ministri non conclude l’esame delle promozioni di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione. Dopo la riunione del 4 giugno e una nota del Consiglio di presidenza della magistratura contabile, il governo ha deciso di chiedere ulteriori chiarimenti.
Il governo chiede ulteriori chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione.
La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri dopo avere esaminato la nota informativa trasmessa dal Consiglio di presidenza della magistratura contabile, l’organo di autogoverno della Corte.
L’esame iniziato il 4 giugno
La questione era stata affrontata per la prima volta nella riunione del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026. In quella sede il governo aveva esaminato dieci provvedimenti riguardanti la promozione di consiglieri della Corte dei conti alla qualifica superiore di presidente di sezione.
Dopo avere acquisito la successiva nota informativa del Consiglio di presidenza, Palazzo Chigi ha ritenuto necessario approfondire alcuni aspetti prima di assumere una decisione definitiva.
Nessuna bocciatura delle promozioni
Il comunicato del governo non parla di rigetto o annullamento delle proposte. La deliberazione riguarda esclusivamente la richiesta di nuovi elementi informativi.
L’iter delle promozioni resta quindi aperto e potrà proseguire dopo la trasmissione dei chiarimenti richiesti dal Consiglio dei ministri.
Il confronto istituzionale sulle nomine
La scelta segnala la volontà dell’esecutivo di svolgere ulteriori verifiche sui provvedimenti adottati dall’organo di autogoverno della Corte dei conti.
Non sono stati resi pubblici, nel comunicato, i nomi dei magistrati interessati né la natura specifica delle questioni sulle quali Palazzo Chigi ha chiesto approfondimenti. La valutazione definitiva viene dunque rinviata a una successiva riunione del governo.
Politica
Preferenze bocciate alla Camera, telefoni accesi e caccia ai franchi tiratori: a Montecitorio torna il clima da Prima Repubblica
La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze trasforma Montecitorio in un teatro di tensioni, accuse e sospetti. Deputati fotografano il proprio voto, le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni, mentre nella maggioranza parte la caccia ai franchi tiratori.
Telefoni accesi per certificare il voto, riunioni improvvisate nei corridoi, accuse sussurrate, urla in Aula e lunghe passeggiate sconsolate nel cortile di Montecitorio. Per un giorno alla Camera è sembrato di tornare ai riti e ai sospetti della Prima Repubblica.
La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto per un solo voto, ha trasformato una seduta parlamentare in una resa dei conti politica. Da una parte i volti soddisfatti delle opposizioni, dall’altra le facce scure della maggioranza e la ricerca affannosa dei franchi tiratori.
Aula al completo per il voto decisivo
Fin dalla mattina a Montecitorio si respirava un clima di forte tensione. Dopo le ultime riunioni dei gruppi parlamentari, i partiti si sono presentati quasi al completo per l’avvio, alle 14, dell’esame degli emendamenti alla legge elettorale.
I lavori sono proceduti rapidamente fino alla discussione dei subemendamenti alla proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, considerata il cuore della riforma sostenuta da Giorgia Meloni.
A scaldare gli animi è stato soprattutto l’intervento della deputata leghista Laura Ravetto, che ha chiesto di eliminare il principio dell’alternanza di genere, rivolgendosi direttamente alle colleghe.
La replica della capogruppo del Partito democratico Chiara Braga è stata immediata: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Una frase accolta dagli applausi delle opposizioni, con Elly Schlein tra le prime ad alzarsi, e da segnali di approvazione arrivati anche da alcuni banchi della Lega.
I telefoni per dimostrare la fedeltà
Intorno alle 18.30 si è arrivati alla votazione dell’emendamento firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.
Durante le operazioni di voto, dai banchi di FdI e delle altre forze della maggioranza sono comparsi alcuni telefoni cellulari. Deputati avrebbero fotografato o registrato il proprio voto, probabilmente per dimostrare di avere rispettato l’indicazione del partito.
Un comportamento che racconta il clima di sospetto già presente prima dell’esito e il timore che lo scrutinio segreto potesse favorire defezioni interne.
Il silenzio e poi l’esplosione dell’Aula
Alla chiusura della votazione, nell’Aula è calato il silenzio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che aveva chiesto che ogni passaggio fosse formalmente ineccepibile, ha letto il risultato: 187 favorevoli e 188 contrari.
La frase «la Camera respinge» è stata immediatamente coperta dagli applausi e dalle grida delle opposizioni. Dai banchi sono partiti i cori «dimissioni» ed «elezioni», mentre i leader e i deputati del centrosinistra si abbracciavano.
Nella maggioranza, invece, i capigruppo hanno richiamato i parlamentari all’ordine, nel tentativo di capire dove si fossero nascosti i voti contrari.
Tabulati e capannelli per scoprire i tradimenti
Il voto segreto rende impossibile identificare con certezza i franchi tiratori. Per cercare indizi, il capogruppo leghista Riccardo Molinari avrebbe consultato i tabulati di precedenti votazioni, confrontando presenze e comportamenti parlamentari.
In Forza Italia, il vicepremier Antonio Tajani, rimasto seduto ai banchi del governo, ha riunito alcuni dei suoi collaboratori più fidati per un capannello d’emergenza.
Tra i deputati di Fratelli d’Italia sono cominciate a circolare accuse sottovoce. «Sono stati Lega e Forza Italia», sosteneva un parlamentare meloniano dirigendosi verso la buvette. Si tratta, però, di sospetti impossibili da verificare proprio per la segretezza del voto.
La sorpresa delle opposizioni
Fuori dall’Aula, le opposizioni non hanno nascosto la soddisfazione, ma anche lo stupore per un risultato che in pochi avevano previsto.
«Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro», ha commentato sorridendo il deputato del Pd Lorenzo Guerini. «Non ce lo aspettavamo» è stata la frase più ripetuta dai parlamentari dell’opposizione davanti ai giornalisti in Transatlantico.
Ben diverso il clima tra i deputati del centrodestra, molti dei quali hanno lasciato l’Aula in silenzio, con il volto teso e lo sguardo basso.
Lupi: tensioni e alternanza di genere decisive
Tra le analisi più nette c’è stata quella di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati e tra i firmatari dell’emendamento.
«Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi», ha osservato Lupi, indicando due possibili cause della sconfitta: le tensioni interne alla maggioranza e il contrasto nato sulla questione dell’alternanza di genere.
La votazione ha così restituito l’immagine di una coalizione formalmente unita ma attraversata da dissensi e diffidenze. La riforma potrà proseguire il proprio percorso parlamentare, ma la giornata di Montecitorio lascia dietro di sé una frattura politica che difficilmente potrà essere archiviata come un semplice incidente.


