Esteri
I Brics mandano un messaggio a Trump: «Basta escalation e dazi unilaterali»
Gli undici Paesi Brics riuniti a New Delhi chiedono moderazione in Medio Oriente e criticano il ricorso a dazi unilaterali. Il vertice prova a mostrare compattezza nonostante le profonde differenze tra i Paesi membri e i diversi rapporti con gli Stati Uniti.
Un appello alla «massima moderazione» in Medio Oriente e un avvertimento contro il crescente ricorso a dazi e misure commerciali unilaterali. Dal vertice Brics di New Delhi parte un messaggio che, pur senza nominarlo direttamente, sembra avere come principale destinatario Donald Trump e la Casa Bianca.
Gli undici Paesi del gruppo hanno espresso «profonda preoccupazione per l’incessante escalation della tensione in Medio Oriente», mentre prosegue la guerra tra Stati Uniti e Iran.
Una formula attentamente calibrata, inevitabile per un’organizzazione che comprende Cina, Russia e Iran, ma anche Paesi che mantengono stretti rapporti politici, economici e militari con Washington.
Iran ed Emirati allo stesso tavolo
L’allargamento dei Brics ha reso il gruppo più importante, ma anche molto più difficile da tenere insieme.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sostenuto che il Medio Oriente non abbia bisogno degli Stati Uniti come «gendarme regionale». Dall’altra parte ci sono gli Emirati Arabi Uniti, che ospitano basi americane e sono stati più volte coinvolti nelle tensioni con Teheran.
Proprio per questo assume un particolare significato l’incontro avvenuto a margine del vertice tra Pezeshkian e il principe ereditario degli Emirati Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan.
Il summit diventa così anche un luogo nel quale Paesi schierati su posizioni molto distanti provano almeno a mantenere aperti i canali del confronto.
L’equilibrismo dell’India
Al centro della scena c’è il padrone di casa Narendra Modi, impegnato in un complesso esercizio diplomatico.
L’India mantiene rapporti con Israele, ma anche con l’Iran. Continua ad acquistare grandi quantità di petrolio dalla Russia, non avendo aderito alle sanzioni occidentali per l’invasione dell’Ucraina, e contemporaneamente cerca di preservare la relazione con gli Stati Uniti.
New Delhi sta inoltre ricostruendo gradualmente i rapporti con Pechino dopo gli scontri lungo la frontiera himalayana del 2020.
Xi torna in India dopo sette anni
A confermare il disgelo è stata la presenza di Xi Jinping, tornato in India dopo sette anni.
Il presidente cinese ha incontrato Modi e, secondo il governo indiano, i due leader hanno espresso l’impegno a raggiungere «una soluzione equa, ragionevole e reciprocamente accettabile» sulla controversa questione dei confini.
Un passaggio importante per due potenze asiatiche che restano concorrenti strategiche ma che, nel quadro Brics, condividono l’interesse a ridurre il peso dell’Occidente nella governance internazionale.
Nel mirino anche i dazi
Il vero convitato di pietra del vertice resta però Trump.
Nella dichiarazione comune, i Brics esprimono «seria preoccupazione per il crescente ricorso a misure tariffarie e non tariffarie unilaterali».
Anche Xi ha invitato il gruppo a «opporsi ai dazi arbitrari» e a respingere ogni forma di protezionismo.
Il riferimento arriva dopo la politica commerciale aggressiva adottata dall’amministrazione americana, che ha coinvolto con i dazi anche Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, India compresa.
Modi: «Il Sud globale diventi artefice delle regole»
Modi prova intanto a trasformare il vertice in qualcosa di più di una piattaforma di contestazione dell’ordine internazionale esistente.
«Il Sud globale deve diventare un artefice delle regole», ha dichiarato aprendo i lavori e proponendo dieci iniziative comuni per la riforma della governance mondiale.
L’immagine simbolo scelta dal premier indiano racconta bene il messaggio politico del summit: Modi tra Vladimir Putin e Xi Jinping, mentre tiene la mano a entrambi.
Una rappresentazione di unità che non cancella le profonde differenze interne ai Brics. Interessi strategici, alleanze e rapporti con Washington restano diversi e talvolta contrapposti. Ma davanti alla guerra in Medio Oriente, alla politica dei dazi e alla competizione con gli Stati Uniti, il gruppo prova almeno a mostrare di poter parlare con una voce comune.
Esteri
Glucksmann vince le primarie: sfida a Mélenchon e Le Pen
Raphaël Glucksmann conquista al primo turno la candidatura della sinistra socialdemocratica francese, distanziando Olivier Faure e Ségolène Royal. Rivendica una rottura con il macronismo e rifiuta alleanze con Mélenchon. Ora deve ampliare il consenso per competere alle presidenziali del 2027.
Raphaël Glucksmann conquista con oltre il 66% dei voti la candidatura della sinistra socialdemocratica alle presidenziali francesi del 2027. Una vittoria al primo turno che gli consegna un mandato netto: costruire un’alternativa al macronismo e alla linea di Jean-Luc Mélenchon, con l’obiettivo dichiarato di fermare l’estrema destra. Il successo nelle primarie, però, è soltanto il primo passaggio di una competizione nazionale ancora aperta.
Alla sala Solaris di Parigi, vicino al Père-Lachaise, i sostenitori lo accolgono scandendo «Raphaël président». Il leader di Place publique ed eurodeputato può festeggiare un risultato che evita il ballottaggio interno e ridimensiona nettamente gli avversari.
Faure e Royal distanti dal vincitore
Il segretario socialista Olivier Faure si ferma intorno al 14%, mentre Ségolène Royal, già candidata all’Eliseo nel 2007, raccoglie circa il 7,6%. Gli altri concorrenti, Emmanuel Maurel e Jérôme Guedj, restano entrambi sotto il 6%.
Il voto si è svolto attraverso una piattaforma digitale, aperta agli aderenti delle formazioni coinvolte e a cittadini iscritti secondo le condizioni stabilite dagli organizzatori. Circa 140 mila erano gli iscritti: una cifra da distinguere dal numero delle persone che hanno effettivamente votato.
Per Glucksmann, il risultato rafforza soprattutto una scelta politica: rappresentare una sinistra socialista, democratica ed europeista, autonoma da La France insoumise.
La rottura con Mélenchon e il macronismo
Durante la campagna interna, gli avversari hanno accusato Glucksmann di essere troppo vicino al centro e di proporre una versione aggiornata del macronismo. Il vincitore respinge questa lettura e rivendica una doppia discontinuità: con la politica di Emmanuel Macron e con l’egemonia di Jean-Luc Mélenchon sulla sinistra.
Nel discorso dopo il voto ha indicato giustizia sociale e fiscale, transizione ecologica e democrazia come assi della candidatura. Ha inoltre ribadito il rifiuto di un’alleanza con LFI.
È una linea che chiarisce il suo posizionamento, ma lascia aperta la questione del consenso: per raggiungere il secondo turno delle presidenziali dovrà attrarre elettori oltre il perimetro delle primarie.
Le tensioni con Ségolène Royal
Il confronto interno è stato segnato anche da attacchi personali. Royal aveva definito Glucksmann uno «stagista», mettendone in discussione l’esperienza politica e la capacità di guidare il Paese.
Dopo la sconfitta ha ripreso quell’espressione: «Ha vinto lo stagista, purtroppo».
Glucksmann, 46 anni, ha costruito il proprio percorso soprattutto sui temi europei e internazionali. Non ha ricoperto incarichi di governo in Francia: un elemento che gli avversari indicano come un limite e che i sostenitori considerano invece un’opportunità di rinnovamento.
La vittoria gli offre ora una legittimazione politica più ampia, ma rende necessario ricomporre le divisioni e mobilitare anche le strutture socialiste.
La sfida per il consenso a sinistra
Il rapporto con Mélenchon sarà uno dei nodi principali della campagna. Il leader di LFI mantiene una presenza rilevante nella mobilitazione sociale e cerca di consolidare il proprio seguito, anche tra i giovani.
Glucksmann dovrà mostrare come la sua proposta possa rispondere alle preoccupazioni su salari, servizi pubblici, scuola e costo della vita. Il risultato delle primarie dimostra un consenso nel campo socialdemocratico; non consente ancora di misurare la sua capacità di imporsi nell’intero elettorato francese.
La competizione a sinistra rischia inoltre di dividere voti decisivi per l’accesso al ballottaggio.
Le Pen, Philippe e l’incognita Hollande
L’obiettivo dichiarato resta battere Marine Le Pen e impedire l’arrivo dell’estrema destra all’Eliseo. Le rilevazioni disponibili indicano una posizione forte del Rassemblement national, ma il risultato delle presidenziali non può essere considerato già acquisito.
Glucksmann deve confrontarsi anche con la concorrenza nell’area centrale, dove Édouard Philippe punta a intercettare elettori moderati.
Nel campo socialista resta sullo sfondo François Hollande. L’ex presidente ha salutato la vittoria di Glucksmann come un chiarimento della linea politica, mentre il suo entourage continua a evocare una possibile funzione di riferimento per la famiglia socialdemocratica. Questo non equivale all’annuncio di una candidatura.
Dalle primarie alla corsa per l’Eliseo
Le presidenziali francesi del 2027 sono previste il 18 aprile, con il secondo turno il 2 maggio.
Per Glucksmann, la priorità è trasformare il successo interno in una campagna nazionale: riunire i sostenitori delle diverse candidature, consolidare l’organizzazione e ampliare il consenso.
Le primarie gli hanno consegnato una candidatura forte e una linea riconoscibile. La corsa all’Eliseo dipenderà dalla capacità di farne una proposta credibile per un elettorato molto più ampio.
Esteri
Houthi, aeroporti e petrolio nel mirino: la pressione su Riad
Gli Houthi estendono agli aeroporti sauditi la pressione già esercitata sulle rotte del Mar Rosso. L’attacco a Riad ha causato dodici morti secondo le autorità saudite. La minaccia alle infrastrutture energetiche mette alla prova le difese del regno, mentre gli alleati rafforzano il sostegno e Washington valuta un intervento.
Colpire aeroporti e infrastrutture energetiche per rendere sempre più costoso il conflitto all’Arabia Saudita: la strategia degli Houthi estende alla navigazione aerea la pressione già esercitata sulle rotte marittime. L’attacco del 10 ottobre all’aeroporto internazionale di Riad, attribuito dalle autorità saudite al movimento yemenita, ha provocato dodici morti e oltre trecento feriti, aggravando una crisi che investe trasporti, sicurezza ed economia.
Il movimento Ansar Allah, comunemente conosciuto come Houthi, presenta le proprie azioni come una risposta all’offensiva sostenuta da Riad e alle restrizioni imposte ai territori sotto il suo controllo. Il meccanismo ricorda quello adottato dall’Iran: minacciare infrastrutture strategiche per aumentare il costo delle operazioni avversarie e ottenere concessioni.
La somiglianza non dimostra, tuttavia, che ogni attacco sia deciso da Teheran. Gli Houthi mantengono obiettivi propri, legati al conflitto yemenita e al controllo del territorio.
Dagli attacchi alle navi alla minaccia sugli aeroporti
La posizione geografica dello Yemen offre al movimento una leva rilevante. Lo stretto di Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden ed è un passaggio strategico per il commercio internazionale.
Gli attacchi e le minacce contro le navi hanno già indotto numerosi operatori a modificare le rotte, aumentando tempi e costi dei trasporti. Ora la pressione si estende agli aeroporti sauditi e allo spazio aereo del regno.
Dopo le incursioni, diverse compagnie hanno sospeso collegamenti, mentre altri voli sono stati cancellati o dirottati. Secondo il bilancio delle autorità saudite, le dodici vittime dell’attacco del 10 ottobre comprendono quattro cittadini sauditi e otto stranieri.
Gli Houthi hanno avvertito le compagnie di evitare lo spazio aereo saudita. Una minaccia che espone passeggeri e lavoratori a rischi e può produrre conseguenze anche senza nuovi attacchi, attraverso la sospensione precauzionale dei servizi.
Missili e droni, il sostegno iraniano
La capacità di pressione degli Houthi si fonda su missili balistici, missili da crociera e droni d’attacco. L’impiego di sistemi differenti permette di minacciare più bersagli e mettere sotto pressione le difese.
Il sostegno iraniano al movimento comprende assistenza militare e tecnologica. Restano invece da distinguere il rapporto strutturale con Teheran e l’eventuale coordinamento delle singole operazioni.
Le indiscrezioni su informazioni d’intelligence russe trasmesse attraverso l’Iran non costituiscono un elemento accertato e richiedono riscontri indipendenti.
Petrolio e infrastrutture, la pressione sull’economia
La minaccia riguarda anche le infrastrutture petrolifere saudite, dai depositi agli impianti di lavorazione e alle reti di trasporto.
La direttrice verso Yanbu, sul Mar Rosso, ha particolare valore perché permette di trasferire parte delle esportazioni sulla costa occidentale, riducendo la dipendenza dalle rotte attraverso lo stretto di Hormuz.
Colpire questa rete può provocare interruzioni immediate e aumentare i costi di sicurezza, assicurazione e ripristino. La possibilità di nuovi attacchi può inoltre incidere sulle decisioni degli investitori.
Per il principe ereditario Mohammed bin Salman, l’instabilità rappresenta un ostacolo ai programmi di diversificazione economica: turismo, grandi eventi e nuovi insediamenti richiedono collegamenti affidabili e condizioni di sicurezza.
Le difese saudite e l’aiuto degli alleati
L’Arabia Saudita dispone di forze armate equipaggiate con sistemi moderni, tra cui caccia F-15 e Typhoon, e ha investito ingenti risorse nella difesa aerea.
La protezione di aeroporti, impianti energetici e centri urbani resta però complessa. Attacchi ripetuti possono mettere sotto pressione radar, batterie e scorte di intercettori, imponendo di distribuire le risorse tra numerosi obiettivi.
Riad cerca quindi il sostegno dei partner. L’accordo di difesa con Pakistan e Turchia, firmato ad agosto, prevede una risposta collettiva agli attacchi contro uno dei membri. Ankara ha annunciato soprattutto assistenza tecnica e difensiva, mentre Islamabad ha ribadito il proprio impegno a proteggere il regno.
L’esistenza del patto non chiarisce automaticamente quali operazioni saranno condotte: modalità e portata dell’intervento dipendono dalle decisioni dei governi e dall’attuazione degli impegni comuni.
Washington valuta un nuovo intervento
Donald Trump ha lasciato aperta la possibilità che gli Stati Uniti partecipino alle operazioni contro gli Houthi dopo l’attacco a Riad.
Le precedenti campagne americane hanno mostrato quanto sia difficile eliminare la capacità offensiva del movimento attraverso i soli bombardamenti. La dispersione delle strutture militari e la possibilità di conservarne o ricostituirne una parte complicano il raggiungimento di risultati duraturi.
Un intervento può danneggiare arsenali e postazioni, ma il suo effetto sulla sicurezza delle rotte e degli aeroporti dipende anche dagli sviluppi politici del conflitto.
Mar Rosso e Hormuz, due pressioni sulle rotte energetiche
La minaccia degli Houthi sul Mar Rosso si affianca alla crisi che coinvolge l’Iran e lo stretto di Hormuz. Sono due passaggi distinti, entrambi essenziali per gli scambi e le forniture energetiche.
Questa sovrapposizione amplia le conseguenze della guerra: armatori, compagnie aeree e investitori devono valutare rischi che superano i confini yemeniti.
La capacità del movimento di condizionare traffici e collegamenti gli offre una leva negoziale. La questione centrale è se la risposta militare e diplomatica riuscirà a ridurre questa minaccia, proteggendo i civili e impedendo un’ulteriore estensione del conflitto.
Esteri
Diesel russo, Putin celebra l’accordo ma la guerra resta aperta
Il Cremlino presenta l’accordo sul diesel con gli Stati Uniti come un successo diplomatico. La cordialità tra Trump e Putin non coincide però con una svolta di pace. Gli attacchi ai centri dati di Yandex e la controffensiva ucraina nel settore di Lyman evidenziano le difficoltà russe e l’incertezza dell’esito militare.
Mosca presenta l’accordo sul diesel russo come una vittoria diplomatica, ma l’intesa con Donald Trump non equivale a una svolta nei negoziati di pace. Mentre il Cremlino celebra il riavvicinamento con Washington, gli attacchi alle infrastrutture russe e la controffensiva ucraina nel settore di Lyman mostrano che la guerra resta aperta, anche sul terreno.
A promuovere la «diplomazia del diesel» è soprattutto Kirill Dmitriev, inviato di Vladimir Putin e figura centrale nei contatti economici con gli Stati Uniti. Nella sua lettura, la cooperazione energetica tra i due Paesi porterà benefici internazionali. È la posizione del negoziatore russo, che attribuisce all’accordo un significato politico oltre che commerciale.
La telefonata tra Trump e Putin
Il colloquio del 9 ottobre tra Trump e Putin ha accompagnato l’intesa sulle forniture di diesel al mercato americano e internazionale, con un temporaneo allentamento delle restrizioni statunitensi.
Il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov ha descritto una conversazione lunga e cordiale, raccontando che nessuno dei due presidenti voleva essere il primo a riagganciare. Una rappresentazione che Mosca utilizza per sottolineare la disponibilità al dialogo tra i leader.
La cordialità del colloquio, tuttavia, non dimostra un avanzamento equivalente sul dossier ucraino. Lo stesso Ushakov ha mantenuto una posizione prudente sulle prospettive dei negoziati, attribuendo a Kiev la responsabilità dello stallo: un’accusa che riflette la posizione russa.
Melania Trump e l’emergenza di Oleshky
Accanto al negoziato energetico emerge un canale umanitario collegato a Melania Trump. Secondo quanto comunicato dalla parte russa, l’ufficio della first lady resterà in contatto con la commissaria per i diritti umani Jana Lantratova sulla situazione di Oleshky, nella regione ucraina di Kherson occupata dalla Russia.
La città affronta una grave emergenza, con difficoltà nell’accesso a cibo, medicinali e servizi essenziali. Le parti forniscono ricostruzioni contrapposte sulle responsabilità e sugli ostacoli all’assistenza e alle evacuazioni.
Il contatto annunciato rappresenta un possibile strumento di interlocuzione. La sua efficacia dovrà essere valutata attraverso risultati concreti per i civili: consegne di aiuti, cure e possibilità di lasciare le aree più pericolose.
La comunicazione russa concentra gli attacchi su Zelensky
L’accordo ha offerto ai media russi favorevoli al Cremlino un’occasione per rilanciare la narrazione di un’Ucraina isolata e di un presidente prossimo alla sconfitta.
Le critiche di Trump a Volodymyr Zelensky sono state valorizzate come un segnale di convergenza con Mosca. Dmitriev ha celebrato in particolare la richiesta americana di una nuova leadership ucraina, presentandola come un passaggio storico.
Sono messaggi politici, non elementi sufficienti a dimostrare un imminente collasso di Kiev.
Una delle interpretazioni circolate tra i commentatori russi è che l’intesa possa aumentare il costo diplomatico degli attacchi ucraini alle raffinerie russe: ogni nuova incursione rischierebbe di creare attriti con Washington, interessata alla disponibilità di diesel e al contenimento dei prezzi.
Resta però da verificare se questa pressione produrrà un accordo reciproco sulla protezione delle infrastrutture energetiche.
Gli attacchi a Yandex mostrano la vulnerabilità delle infrastrutture
Alla celebrazione diplomatica si affiancano le conseguenze della guerra sul territorio russo. Nei giorni scorsi sono stati colpiti diversi centri dati di Yandex, con danni e interruzioni operative.
L’azienda ha comunicato la chiusura del centro di Sasovo e il danneggiamento di parte dell’infrastruttura di Kaluga. Un ulteriore attacco ha successivamente provocato l’arresto del centro nella regione di Vladimir.
Gli episodi mostrano la vulnerabilità di infrastrutture digitali dalle quali dipendono servizi utilizzati da cittadini e imprese. I danni non riguardano soltanto gli edifici: possono ripercuotersi sull’accessibilità delle piattaforme e sulla continuità delle attività economiche.
Anche gli allarmi per droni negli aeroporti russi continuano a tradursi in restrizioni al traffico, ritardi e cancellazioni. Sono effetti della guerra che incidono sulla vita quotidiana e si affiancano alla narrazione ufficiale dei successi diplomatici.
L’Operazione Vivaldi ostacola i piani russi nel Donbass
Sul fronte orientale, la controffensiva ucraina denominata Operazione Vivaldi ha ostacolato il tentativo russo di avanzare nel settore di Lyman e di minacciare da nord le posizioni ucraine nella regione di Donetsk.
Il comando del Terzo corpo d’armata ucraino ha dichiarato di avere riconquistato 176 chilometri quadrati nelle prime tre fasi dell’operazione. Il dato va considerato come una comunicazione militare ucraina, mentre l’estensione del controllo territoriale richiede riscontri e aggiornamenti.
Le analisi disponibili indicano che l’operazione ha compromesso il braccio settentrionale della manovra russa e ridotto la pressione su alcune direttrici verso Sloviansk. Non significa che la minaccia sia scomparsa, ma rende più difficile presentare la conquista del restante Donbass ucraino come un esito già deciso.
Anche le proiezioni che attribuiscono una data precisa a un’eventuale conquista dell’intera regione devono essere trattate con cautela: il ritmo delle avanzate cambia e non consente di trasformare un calcolo lineare in una previsione affidabile.
Un’intesa commerciale non risolve il conflitto
L’accordo sul diesel russo offre a Mosca un’apertura economica e un risultato da valorizzare sul piano politico. Non chiarisce, però, le condizioni per una pace né risolve le divergenze sui territori occupati e sulle garanzie di sicurezza.
La distanza tra la celebrazione dell’intesa e l’andamento della guerra resta quindi centrale. Il riavvicinamento tra Trump e Putin può incidere sui rapporti diplomatici, ma i suoi effetti sul conflitto dovranno essere misurati attraverso impegni verificabili e cambiamenti sul terreno.


