Esteri
Hormuz, l’Europa si prepara alla missione dopo l’accordo Usa-Iran
Dopo l’accordo tra Stati Uniti e Iran, l’Europa valuta una missione per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Francia e Gran Bretagna spingono, l’Italia resta prudente.
Dopo mesi di attesa e prudenza, l’Europa si prepara a entrare nel dossier più delicato del dopo guerra tra Stati Uniti e Iran: la riapertura sicura dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita una parte decisiva dell’energia mondiale.
L’accordo tra Washington e Teheran ha cambiato il quadro politico. Per gli alleati europei, finora contrari a un coinvolgimento operativo senza cessate il fuoco, ora esiste la condizione necessaria per intervenire: una tregua riconosciuta e un’intesa diplomatica da sostenere sul terreno.
Macron accelera: “Pronti con altri 20 Paesi”
Il G7 di Evian ha sancito il ritorno di un asse transatlantico sul Medio Oriente. Emmanuel Macron, padrone di casa del vertice, ha annunciato che la Francia è pronta a partecipare a una missione per Hormuz insieme ad altri venti Paesi.
L’obiettivo è garantire la libertà di navigazione e accompagnare la riapertura dello Stretto, evitando che l’area resti paralizzata dalla presenza di mine, dalle tensioni militari e dall’incertezza sugli impegni iraniani.
Il dossier passa a Bruxelles
Dopo Evian, il confronto si sposta al Consiglio europeo. Nella bozza di conclusioni del vertice Ue viene richiamato il ruolo dei Paesi europei e dei partner internazionali per garantire la libertà di navigazione.
Il punto politico è chiaro: per Bruxelles qualsiasi accordo non deve modificare la governance dello Stretto. L’Unione europea punta a un ritorno allo stato precedente alla guerra, ma con una condizione sostanziale: Hormuz non deve più essere un passaggio minato o controllato dai Pasdaran.
Nessuna ipotesi di pedaggio imposto da Teheran sarebbe considerata accettabile dall’Europa.
Aspides e il possibile rafforzamento europeo
Nel dibattito europeo rientra anche l’operazione Aspides, la missione di difesa marittima già attiva nel Mar Rosso. La bozza del Consiglio europeo ne sottolinea il possibile contributo alla stabilizzazione regionale e chiede un rafforzamento della capacità europea di protezione delle rotte.
Restano però da definire modalità, tempi e cornice giuridica dell’eventuale missione. Francia e Gran Bretagna spingono per accelerare, mentre Germania e Italia valutano con maggiore cautela i passaggi parlamentari e le condizioni operative.
Meloni prudente, Merz cerca il mandato
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz punta a ottenere un mandato del Bundestag entro la pausa estiva. La Germania, insieme a Francia, Regno Unito, Italia e Polonia, discuterà il dossier anche nel formato E5, più volte rinviato e ora rilanciato dopo il G7.
Giorgia Meloni mantiene invece una linea più prudente. La presidente del Consiglio ha ricordato che non è ancora chiaro se sarà necessaria un’autorizzazione immediata del Parlamento e ha sottolineato che, dalla firma dell’intesa Usa-Iran, ci sono sessanta giorni per definire il quadro dell’intervento.
La nave Grande Torino verso lo sblocco
Sul piano diplomatico, l’Italia lavora anche al caso della nave Grande Torino del gruppo Grimaldi, ferma da tempo nello Stretto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato di aver ricevuto dal collega iraniano Abbas Araghchi garanzie sulla partenza sicura dell’imbarcazione.
È un segnale importante, ma non sufficiente a normalizzare la situazione. Hormuz resta ancora lontano dai livelli di traffico precedenti al conflitto.
Navi ferme e traffico ridotto
I dati sulla navigazione mostrano una situazione ancora critica. Dall’inizio della settimana sarebbero transitate meno di venti navi, contro una media precedente alla guerra di circa 120 passaggi al giorno.
Oltre duecento petroliere e più di trecento navi mercantili risultano ancora ferme nell’area. Le compagnie restano caute, frenate dal rischio mine, dall’incertezza sulla sicurezza del passaggio e dai tempi necessari per ripristinare pienamente i flussi commerciali.
A Bruxelles si ritiene che per tornare ai livelli di import di gas e petrolio precedenti al conflitto possano servire mesi.
Il dossier Israele resta divisivo
Il vertice Ue discuterà anche il fronte israeliano, ancora politicamente divisivo. La bozza di conclusioni condanna le azioni unilaterali di espansione in Cisgiordania, ma sulle misure concrete l’unità resta lontana.
L’embargo ai prodotti degli insediamenti non ha ancora i numeri necessari, mentre sulle sanzioni al ministro israeliano Itamar Ben Gvir manca l’unanimità. Le parole critiche di Donald Trump verso Benjamin Netanyahu potrebbero però rafforzare chi, in Europa, chiede un segnale più netto al governo israeliano.
L’Europa prova a tornare protagonista
La possibile missione a Hormuz rappresenta per l’Europa un banco di prova politico e strategico. Dopo mesi di sostanziale inattività, l’Ue prova a rientrare nel gioco mediorientale non come attore militare autonomo, ma come garante della sicurezza marittima e della libertà di navigazione.
Il successo dipenderà dalla tenuta dell’accordo Usa-Iran, dalla reale disponibilità di Teheran a garantire il passaggio sicuro e dalla capacità europea di superare esitazioni, procedure nazionali e divisioni interne.
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Siria, condannati a morte Bashar e Maher al-Assad e l’ex capo della sicurezza di Daraa
Un tribunale di Damasco ha condannato a morte in contumacia Bashar al-Assad e il fratello Maher. Pena capitale anche per Atef Najib, ex capo della sicurezza politica di Daraa, arrestato nel 2025.
Un tribunale siriano ha condannato a morte l’ex presidente Bashar al-Assad, il fratello Maher e l’ex alto funzionario della sicurezza Atef Najib per reati commessi durante la repressione delle proteste e la successiva guerra civile siriana.
La sentenza è stata pronunciata dalla Quarta Corte penale di Damasco. Bashar al-Assad e Maher, che si trovano fuori dalla Siria, sono stati giudicati in contumacia.
Condanna a morte per Bashar e Maher al-Assad
Il tribunale ha riconosciuto responsabilità per omicidi, torture, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità maturati nel contesto della repressione iniziata nel 2011.
Bashar al-Assad aveva governato la Siria dal 2000 fino alla caduta del regime nel dicembre 2024, quando l’avanzata delle forze ribelli pose fine a oltre mezzo secolo di dominio della famiglia Assad. Dopo la caduta di Damasco, l’ex presidente ha lasciato il Paese e si è rifugiato in Russia.
Il fratello Maher è stato per anni una delle figure più potenti dell’apparato militare siriano ed era alla guida della Quarta Divisione corazzata, unità accusata di gravi violazioni dei diritti umani durante il conflitto.
Pena capitale anche per Atef Najib
La stessa pena è stata inflitta ad Atef Najib, cugino di Bashar al-Assad ed ex capo della sicurezza politica nella provincia di Daraa.
Najib era stato arrestato nel gennaio 2025 ed era considerato una delle figure simbolo della repressione che contribuì ad accendere la rivolta siriana del 2011.
Il tribunale lo ha riconosciuto colpevole, tra gli altri reati, di omicidio, torture con esito mortale e uccisione intenzionale di minori, qualificando gli atti contestati come crimini contro l’umanità.
Daraa, l’origine della rivolta del 2011
Daraa è considerata la culla della rivolta siriana. Nel marzo 2011 l’arresto e le torture inflitte a un gruppo di ragazzi accusati di aver scritto slogan contro il regime alimentarono proteste popolari che furono represse con la forza.
La contestazione si trasformò progressivamente in una guerra civile durata quasi quattordici anni, con centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati.
La condanna rappresenta uno dei passaggi giudiziari più rilevanti dall’abbattimento del regime Assad e apre una nuova fase nel difficile percorso della Siria verso l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi durante il conflitto.
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Libia, ucciso a Bengasi il capo dell’intelligence militare di Haftar
Il capo dell’intelligence militare della Libia orientale, Fawzi al-Mansouri, è stato assassinato a Bengasi con un ordigno nascosto nella sua automobile. Le autorità di Haftar hanno aperto un’indagine, ma l’attentato non è stato rivendicato e non sono stati indicati possibili mandanti.
Il generale Fawzi al-Mansouri, capo dell’intelligence militare delle forze della Libia orientale guidate da Khalifa Haftar, è stato ucciso a Bengasi nell’esplosione di un ordigno collocato nella sua automobile.
La morte dell’alto ufficiale è stata confermata dal Comando generale delle forze armate dell’Est e dal governo insediato a Bengasi, guidato da Osama Hammad e sostenuto dalla Camera dei rappresentanti.
Al momento non risultano rivendicazioni attendibili e le autorità non hanno indicato pubblicamente sospetti, esecutori o possibili mandanti.
L’esplosione nella zona di al-Hawari
L’attentato è avvenuto lunedì sera nella zona di al-Hawari, nei pressi del quartiere e della moschea Sayyida Aisha.
Le prime immagini diffuse sui social network e rilanciate dai media libici mostrano un’automobile avvolta dalle fiamme lungo una strada secondaria. L’autenticità delle riprese è stata ritenuta compatibile con il luogo indicato dalle fonti locali.
Secondo l’agenzia di stampa libica Lana, al-Mansouri è stato colpito dopo essere uscito dalla preghiera serale. Il generale Khaled al-Mahjoub, responsabile dell’ufficio di orientamento morale del Comando generale, ha parlato di una “bomba adesiva” fissata alla vettura.
Due fonti della sicurezza citate dalla Reuters hanno invece collocato l’esplosione davanti all’abitazione dell’ufficiale. Le ricostruzioni concordano comunque sull’impiego di un ordigno nascosto nell’automobile.
La condanna delle autorità orientali
Il Comando generale ha definito l’uccisione un attentato terroristico, assicurando che i responsabili «non sfuggiranno alla punizione».
Il primo ministro dell’esecutivo orientale Osama Hammad ha chiesto agli apparati di sicurezza di chiarire le circostanze dell’assassinio, individuare gli esecutori e accertare l’eventuale presenza di mandanti, finanziatori o complici.
Anche il ministro della Difesa del governo di Bengasi, Ahmid Houma, ha promesso che il caso non resterà impunito.
Le definizioni e le accuse di terrorismo provengono dalle autorità della Libia orientale. In assenza di rivendicazioni o risultati investigativi, non è ancora possibile stabilire la matrice dell’attacco.
Una figura centrale dell’apparato di Haftar
Al-Mansouri era stato nominato nel 2024 alla guida dell’intelligence militare delle forze orientali, con il grado di generale. Rappresentava una delle figure più importanti dell’apparato di sicurezza costruito da Haftar a Bengasi.
Secondo al-Mahjoub, aveva partecipato all’operazione Karama, la campagna militare lanciata da Haftar nel 2014 contro gruppi armati islamisti e avversari politici presenti nell’Est della Libia.
Il portavoce militare ha collegato simbolicamente l’attentato alla stagione di assassinii che colpì Bengasi soprattutto tra il 2013 e il 2014, quando ufficiali, esponenti delle forze di sicurezza e personalità pubbliche furono bersaglio di numerosi agguati.
Le indagini e i timori per Bengasi
Le autorità orientali considerano l’attacco un tentativo di minare la sicurezza nelle zone controllate dalle forze di Haftar. Si tratta, tuttavia, di una valutazione politica e investigativa che dovrà essere sostenuta dalle prove raccolte.
Bengasi è il principale centro politico e militare della Libia orientale, contrapposta alle istituzioni di Tripoli riconosciute a livello internazionale. Negli ultimi anni Haftar ha consolidato il controllo sulla città e su gran parte dell’Est del Paese.
L’uccisione del responsabile dell’intelligence militare rappresenta uno dei più gravi attacchi recenti contro l’apparato di sicurezza orientale. Le indagini dovranno chiarire come sia stato possibile collocare l’ordigno nell’automobile di un ufficiale di così alto livello e se l’azione sia collegata a gruppi armati, reti terroristiche o conflitti interni. Al momento, nessuna di queste ipotesi risulta confermata.
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Gaza, Israele apre allo stop ai raid mirati: esclusi i responsabili del 7 ottobre
Israele sarebbe disponibile a negoziare lo stop alle operazioni mirate nella Striscia di Gaza, mantenendo però l’eccezione per i partecipanti all’attacco del 7 ottobre. Netanyahu respinge pubblicamente il piano del Board of Peace, mentre le trattative con Washington continuano e i raid risultano ridotti.
Israele avrebbe comunicato alla Casa Bianca la propria disponibilità a negoziare la sospensione delle operazioni mirate contro esponenti delle organizzazioni armate palestinesi nella Striscia di Gaza. L’accordo non comprenderebbe però le persone indicate dalle autorità israeliane come partecipanti all’attacco del 7 ottobre 2023.
L’indiscrezione, diffusa da Canale 13 e rilanciata dal Times of Israel, non è stata confermata ufficialmente dal governo israeliano. La comunicazione sarebbe avvenuta durante il confronto con Washington sulla tabella di marcia per il disarmo di Hamas elaborata dal Board of Peace.
L’eccezione per il 7 ottobre
Israele intenderebbe continuare a ricercare e colpire quanti considera responsabili dell’attacco del 7 ottobre, nel quale furono uccise circa 1.200 persone e altre 251 vennero prese in ostaggio.
L’esercito israeliano e lo Shin Bet hanno costituito un’unità speciale incaricata di identificare i partecipanti attraverso filmati, fotografie e sistemi di riconoscimento facciale. Alcuni sono stati uccisi durante la guerra, altri catturati e trasferiti in Israele.
L’eventuale sospensione riguarderebbe quindi le operazioni contro altri dirigenti o militanti palestinesi che non rappresentino una minaccia immediata. Non esiste ancora un’intesa formalmente sottoscritta.
Il piano respinto da Netanyahu
La proposta del Board of Peace prevede il disarmo progressivo di Hamas, il ritiro graduale delle truppe israeliane e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione affiancata da una nuova polizia palestinese.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicamente respinto il documento in quindici punti, sostenendo che l’esercito non lascerà la Striscia fino alla completa consegna di tutte le armi di Hamas.
«Quando dico che Hamas deve essere disarmato, intendo le armi pesanti, quelle leggere, tutte le armi. Deve trattarsi di un disarmo reale, non fittizio», ha dichiarato Netanyahu.
Il contrasto riguarda soprattutto la successione delle diverse fasi. Il piano collega la consegna verificata delle armi a ritiri territoriali progressivi. Israele pretende invece garanzie più stringenti prima di arretrare dalle aree controllate.
Il negoziato resta aperto
Nonostante il rifiuto del premier, un funzionario del Board of Peace ha dichiarato che la tabella di marcia rimane operativa e che le discussioni con Israele proseguono.
Ogni fase dovrebbe essere avviata soltanto dopo la verifica degli impegni assunti sul terreno. Secondo il Board, Israele non sarebbe quindi chiamato a compiere passi irreversibili basandosi esclusivamente sulle promesse di Hamas.
Lo stesso Netanyahu ha confermato il confronto con Washington, spiegando che alcune proposte americane sono considerate accettabili e altre no.
Le testimonianze dei soldati
Alla distanza tra dichiarazioni pubbliche e trattative riservate si aggiungono le testimonianze raccolte da Canale 12 tra i militari israeliani impegnati nella Striscia.
«Nell’ultima settimana qualcosa di significativo è cambiato. Stanno cercando il più possibile di evitare attriti sulla Linea Gialla», ha raccontato un soldato rimasto anonimo.
La Linea Gialla indica la zona di controllo dell’esercito israeliano all’interno di Gaza, modificata più volte nel corso delle operazioni.
«Non vogliono che uccidiamo nessuno», ha aggiunto il militare. Un altro soldato ha sostenuto che, rispetto alla settimana precedente, sarebbe ora necessaria l’autorizzazione del capo di Stato maggiore per colpire una persona considerata una minaccia ma rimasta fuori dalle aree controllate da Israele.
La smentita dell’esercito
L’ufficio del portavoce dell’Idf ha negato che le regole d’ingaggio siano state modificate. Fonti della sicurezza israeliana avevano tuttavia riferito che le operazioni di eliminazione mirata non legate a pericoli immediati richiedono adesso l’autorizzazione preventiva del capo di Stato maggiore Eyal Zamir.
In precedenza sarebbe stata sufficiente l’approvazione del comandante meridionale o dei responsabili delle divisioni schierate nella Striscia.
Le operazioni israeliane a Gaza risultano sensibilmente ridotte dall’inizio di agosto, anche per effetto delle pressioni statunitensi. Questo rallentamento non rappresenta ancora un cessate il fuoco né prova l’esistenza di un accordo segreto, ma segnala che la proposta del Board of Peace sta già condizionando le decisioni operative.


