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Hong Kong nel caos, la polizia spara sui manifestanti

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Ancora proteste e ancora la brutale repressione della polizia di Hong Kong che ha lanciato cinque raffiche di lacrimogeni a Pedder Street, nel cuore della città con molti uffici, tentando di disperdere i manifestanti che in piccoli gruppi cercano di bloccare i mezzi trasporto. Il tentativo è quello di creare barricate sulle principali vie in diversi distretti. La rabbia, dopo un weekend con oltre 100 arresti, è aumentata dopo i ripetuti colpiti di pistola sparati dagli agenti che, secondo i media locali, avrebbero causato almeno tre feriti di cui due in gravi condizioni.

“E’ doloroso vedere la città caduta in uno stato di polizia”. Questo è quel che scrive su Twitter Joshua Wong, leader del ‘movimento degli ombrelli’ del 2014 e tra gli attivisti più in vista del fronte pro-democrazia di Hong Kong, criticando le violenze di oggi tra manifestanti e polizia, che ha usato ed usa metodi duri.

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Far West a Jersey City, almeno 6 morti in sparatoria

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Scene da Far West per le strade di Jersey City, di fronte a Manhattan, dove una sparatoria ha causato diversi morti, almeno sei. Nello scontro a fuoco sarebbero infatti rimasti uccisi le due persone che hanno dato il via alla battaglia a colpi di fucile – un uomo e una donna – un poliziotto e almeno tre civili. Il bilancio non e’ stato ancora del tutto confermato. Ferito anche un altro agente. Quella che un residente ha definito come una vera e propria scena di guerra e’ iniziata nel primo pomeriggio. Secondo le autorita’, tutto sarebbe partito da un cimitero. Secondo le prime ricostruzioni, alcuni agenti avrebbero avvistato due persone sospette – un uomo e una donna appunto – probabilmente coinvolte in un omicidio e all’interno di un furgone U-Haul, azienda specializzata in traslochi. E’ li’ che e’ iniziato il primo scontro, con qualche media che ha parlato anche di un’opreazione antidroga.

Poi, a seguito della fuga dei due sospettati, la sparatoria si e’ spostata in una zona residenziale della citta’ che si trova solo a pochi metri di distanza in linea d’aria da Manhattan. A separare Jersey City e New York solo il fiume Hudson. I due killer si sono quindi asserragliati all’interno di un negozio sparando all’impazzata in strada dalle finestre, mentre sul posto sono intervenute anche le squadre speciali della polizia. Lo scontro e’ andato avanti per diverse ore prima che i sospettatati venissero neutralizzati. Il presidente Trump e’ stato messo subito al corrente dell’incidente e al momento gli investigatori escludono l’ipotesi terrorismo. Il negozio in cui e’ avvenuta la sparatoria e’ un kosher market, quindi frequentato principalmente da persone di religione ebraica. Tuttavia si ritiene che il market sia stato preso di mira solo accidentalmente e che non si sia trattato in alcun modo di un attacco di matrice antisemita. Nella zona del conflitto a fuoco si trova anche una scuola cattolica e per ore centinaia di studenti sono stati rimasti chiusi all’interno dell’edificio posto in lockdown. Jersey City e’ la seconda citta’ dopo Newark del New Jersey. Molti newyorkesi la scelgono come residenza proprio per la sua vicinanza in particolar modo al Financial District, dove si trova Wall Street. La citta’ e’ stata anche testimone indiretta degli attentati dell’11 settembre 2001 perche’ collocata proprio all’ombra di quelle che una volta erano le Torri Gemelle.

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Trump tentato dal rinvio dei nuovi dazi sulla Cina

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Lo hanno chiamato “Doomsday”, il giorno del giudizio. Qualcuno il giorno dell’Apocalisse. E’ quel 15 dicembre in cui dovrebbero scattare i nuovi dazi Usa contro Pechino, una tassa del 15% sui restanti 165 miliardi di dollari di beni importati dalla Cina: televisori, smartphone, abbigliamento, calzature, giocattoli. Per il gigante asiatico, alle prese con una crisi economica tra le piu’ gravi degli ultimi decenni, sarebbe un colpo durissimo. Ma anche per il portafoglio dei consumatori americani alla vigilia delle festivita’ di fine anno. La scadenza, pero’, potrebbe slittare: lo riporta il Wall Street Journal, spiegando che l’amministrazione Trump sta valutando uno slittamento per evitare di spezzare definitivamente il filo del dialogo e di chiudere il 2019 scatenando una guerra commerciale senza precedenti. Cosi’ le Borse provano a tirare un sospiro di sollievo, anche se a regnare sui mercati e’ piu’ che altro la prudenza, come testimonia anche il timido andamento di Wall Street. Nessuna decisione e’ stata ancora presa, ma sia a Washington che a Pechino si respirerebbe una certa aria di ottimismo, con i due capo negoziatori – il Rappresentante Usa per il commercio Robert Lighthizer e il vicepremier cinese Liu He – pronti ad andare avanti una volta sgombrata la strada dalla nefasta deadline di domenica prossima. Anche grazie al ruolo di facilitatore che – sempre stando al Wsj – starebbe svolgendo negli ultimi tempi il genero del presidente Trump, Jared Kushner, a cui il tycoon avrebbe dato l’incarico di strappare quel compromesso finora fallito.

L’obiettivo e’ di chiudere e arrivare alla firma della cosiddetta “fase 1” dell’accordo, quella annunciata a meta’ ottobre ma ancora non formalizzata. Pechino sarebbe pronta ad acquistare beni agricoli dagli Usa fino a 50 miliardi di dollari l’anno, dalla soia al pollame passando per la carne di maiale. Ma in cambio vuole che Washington azzeri almeno una parte dei dazi gia’ imposti negli ultimi mesi su 360 miliardi di beni made in China. Il governo Trump da parte sua pretende una verifica trimestrale del rispetto degli impegni da parte di Pechino, maggiori garanzie sul fronte della protezione dei diritti di proprieta’ intellettuale e sul furto di tecnologie, infine una maggiore apertura dei mercati cinesi alle aziende Usa. Difficile secondo la maggior parte degli analisti che si arrivi a un’intesa definitiva prima dell’inizio del 2020. E molte le incognite legate sia alla situazione interna di Trump sia al Congresso che ha in cantiere altre norme “anti-Cina” dopo quella pro-Hong Kong e il caso Huawei: vedi la proposta bipartisan di vietare l’acquisto di droni, bus elettrici e vagoni ferroviari da aziende cinesi che operano negli Usa, per motivi di sicurezza nazionale. Intanto ad alimentare un possibile scenario di caos commerciale c’e’ l’offensiva dell’amministrazione Trump contro il Wto, col blocco delle nomine ai vertici dell’organizzazione che finirebbe per paralizzare tutte le controversie in corso e quelle future. E contro gli Usa e’ arrivato il monito di Bruxelles: “Il blocco del funzionamento dell’organo di appello dell’Organizzazione mondiale del commercio e’ un colpo molto grave per il sistema commerciale internazionale basato sulle regole”, e’ l’allarme lanciato dal commissario Ue Phil Hogan, spiegando come “la Commissione europea presentera’ presto proposte per garantire che l’Ue possa continuare a far valere i propri diritti in materia di commercio internazionale”.

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Tory e Labour, i programmi dei due grandi partiti del Regno Unito in vista delle elezioni

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Sono l’espressione di due universi paralleli, per molti aspetti, i programmi dei due grandi partiti britannici, Tories e Labour, in vista delle elezioni di giovedi’ 12. Eccone alcuni punti, suddivisi in sintesi per argomenti.

* BREXIT

Conservatori – Il premier Boris Johnson ha ribadito in tutti i modi la promessa assoluta di portare il Regno Unito fuori dall’Ue il 31 gennaio (secondo lo slogan-tormentone “Get Brexit done”), se avra’ “una maggioranza operativa” in Parlamento. Si arriverebbe finalmente alla Brexit grazie alla ratifica dell’accordo di divorzio dai 27 da avviare gia’ prima di Natale, come una sorta di “regalo” sotto l’albero dei britannici.

Laburisti – Il leader Jeremy Corbyn in caso di successo elettorale punta a negoziare nel giro di tre mesi con Bruxelles un nuovo accordo di divorzio molto piu’ soft rispetto a quello di Johnson, che garantisca “una permanente unione doganale” con l’Ue e “un allineamento ravvicinato al mercato unico”. E quindi, entro altri tre mesi, promette di convocare il bis referendario ponendo come alternativa a questo accordo l’opzione di restare nell’Unione (Remain).

* POLITICA ECONOMICA

Conservatori – Subito dopo la Brexit, Johnson prevede una manovra di bilancio ad hoc con tagli fiscali e investimenti prioritari per scuola, sanita’, sicurezza. Fra le misure, l’innalzamento oltre le 9500 sterline della soglia minima di tassazione legata all’assistenza (National Insurance). Promette inoltre la fine (graduale) dell’austerita’ e una serie di interventi pubblici, fra cui 6,3 miliardi di sterline per l’edilizia e l’ammodernamento ambientale delle case, oltre a mezzo miliardo per un fondo d’aiuto ai giovani “talenti”.

Laburisti – Il programma economico di Corbyn e’ fra i piu’ radicali da decenni con la promessa d’interventi pubblici in favore della sanita’ e del welfare in generale, di alcune nazionalizzazioni (acqua, poste, ferrovie, linee elettriche) e d’una maggior tassazione per le multinazionali. Tutto questo allo scopo di ridurre drasticamente le disuguaglianze sociali nel Regno. Fra le misure evocate (al costo di oltre 90 miliardi di sterline minime di spesa pubblica negli anni, da coprire secondo gli impegni con aumenti del carico fiscale limitati al 5% piu’ benestante della popolazione) investimenti per creare centinaia di migliaia di posti di lavoro nell’economia verde e contenere i cambiamenti climatici; un piano edilizio da 150.000 nuove case popolari, niente rette universitarie, l’installazione a carico dello Stato di una rete a fibre ottiche per garantire entro il 2030 la connessione Internet veloce gratuita – come un diritto ormai di base – in tutte le case del Paese.

* SICUREZZA

Conservatori – Dopo l’attacco terroristico del London Bridge, Johnson ha invocato ‘tolleranza zero’ sulle scarcerazioni anticipate dei criminali piu’ pericolosi, un massiccio ritorno ai fermi e perquisizioni di polizia noti come “stop and search”, oltre alla gia’ promessa stretta sull’immigrazione secondo il modello australiano che prevede un rigoroso sistema a punti di filtro alle frontiere, rivolto a partire dal 2021 (alla fine della transizione post Brexit) anche ai cittadini Ue.

Laburisti – Il partito di Corbyn attacca i tagli alla polizia imposti dall’austerity dai governi conservatori e promette di assumere migliaia di nuovi agenti per pattugliare le strade; punta poi ad un maggiore coordinamento fra le varie forze di sicurezza, ma sempre nel “rispetto dei diritti civili”.

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