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Herbalife, il potere del barattolo verde le ombre di un business da 4,5 miliardi

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Herbalife è un impero. Ed è un impero anche perchè divide. Al mondo ci sono o “adepti” della multinazionale degli integratori o chi gli è contro. Una guerra sui prodotti, che si combatte nelle palestre, nei campi sportivi e negli studi medici. E non solo. U n’altra guerra sul sistema di vendita, ingaggiata a suon di milioni di dollari, è sconfinata fragorosamente a Wall Street. «Sostituire un pasto con un frullato proteico che taglia in misura sostanziosa le calorie, a lungo termine fa scendere di peso. Ma ci può anche essere perdita muscolare: una corretta alimentazione secondo me è un’altra cosa», dice Francesco Fagnani che è un dottore in dietistica e segue la preparazione di alcuni olimpionici italiani, magari meno osannati di Cristiano Ronaldo, uomo- immagine di Herbalife, ma evidentemente con le stesse esigenze atletiche. La sua opinione di medico vale quanto le idee di chi, dati scientifici alla mano, difende invece l’efficacia degli integratori. Stessa contrapposizione anche sul versante finanziario: a chi considera la struttura commerciale di Herbalife poco trasparente risponde chi ne esalta risultati ed efficienza avvalorandoli con gli oltre 35 anni di crescita esponenziale. Ma almeno lo scontro finanziario negli Usa è ormai prossimo all’epilogo: a maggio il gigante degli integratori dovrà dimostrare di aver corretto il modello di business adeguandolo alle richieste della Federal Trade Commission che la scorsa estate, al termine di tre anni di indagini e dopo un patteggiamento, ha obbligato Herbalife a risarcire, per complessivi 200 milioni di dollari, 350mila distributori e ha intimato modifiche sostanziali al meccanismo di vendita dei prodotti. Ma escludendo che si tratti di uno “schema a piramide” e, in quanto tale, irregolare. Vittoria a metà sia per Herbalife che per il suo nemico numero uno, William Ackman, che con l’hedge fund Pershing Square ha puntato in Borsa un miliardo di dollari contro Herbalife. Come succede con gli squali attirati dal sangue, lo scontro ha mosso anche altri “predatori” di Wall Street, a cominciare dal miliardario Carl Ichan diventato attraverso Jefferies Group principale investitore diretto e paladino di Herbalife. Ma questa è solo la coda di una lunga vicenda che, per di più, interessa in prima battuta esclusivamente gli Stati Uniti, mentre Herbalife – quartier generale a Los Angeles e sede fiscale nelle Isole Cayman – ricava due terzi dei 4,5 miliardi di dollari di fatturato in una novantina di altri Paesi (Cina in primis). Conviene, allora, rimettere insieme tutti i tasselli della storia. Che affonda le radici negli anni Ottanta quando Mark Reynolds Hughes, un venditore porta a porta di prodotti dietetici, inizia a reclutare altri distributori inquadrandoli in una struttura multilivello basata sul passaparola. Nel 2000, a soli 44 anni, Hughes morirà per una overdose di farmaci, ma intanto Herbalife è diventata un gigante planetario con una capitalizzazione di 6 miliardi di dollari al New York Stock Exchange, quasi 8000 dipendenti diretti e oltre 2,5 milioni di distributori nel mondo. Sulla sottile distinzione tra “schema a piramide” e “marketing multilivello” si gioca l’intera partita Herbalife. Il punto di partenza è lo stesso, ovvero l’obiettivo di un’azienda di tagliare i costi del marketing e della rete commerciale tipici della vendita al dettaglio classica: invece di sobbarcarsi, soprattutto nella fase di avvio, costose campagne pubblicitarie, si sceglie di remunerare il passaparola dei distributori. Poi scattano le differenze tra i due modelli di business. In uno schema piramidale si chiede ai partecipanti di versare una quota d’ingresso per iniziare a guadagnare, mentre in un marketing multilivello ai distributori si offre di essere pagati in relazione a quanto riescono a vendere effettivamente. Nel primo caso, l’elemento caratteristico è la promessa di grandi guadagni in breve tempofacendo nient’altro checonsegnare il denaro e procurare altre persone che facciano lo stesso. Ma a dispetto dell’affermazione di avere dei prodotti o servizi da vendere, questo schema usa semplicemente i soldi provenienti dalle nuove persone reclutate per pagare gli investitori in cima alla piramide. Il marketing multilivello apparentemente segue la stessa logica, però in questo caso i componenti di ogni piano della struttura possono guadagnare vendendo i prodotti o i servizi dell’azienda senza far iscrivere nuovi adepti. Inoltre, a differenza dello schema a piramide, nel marketing multilivello ciascuno può guadagnare più di chi lo ha fatto iscrivere alla struttura. Leggendo in filigrana la sentenza della Ftc si capisce come Herbalife abbia danzato sul confine tra i due modelli di business. Tra un mese si conoscerà meglio il futuro del gruppo: intanto la Ftc, pur evitando di classificare Herbalife come azienda piramidale, ha riconosciuto le storture del sistema imponendo il rimborso a 350mila persone che negli Stati Uniti hanno perso soldi con Herbalife tra il 2009 e il 2015. La Commissione ha accusato l’azienda di promettere facili e ottimi guadagni ai propri distributori mentre in realtà è molto arduo riuscire vendere tutti i prodotti per recuperare i soldi spesi inizialmente nell’acquisto dei pacchetti. In Italia, per dire, il nuovo adepto normalmente avvia l’attività pagando una somma intorno ai 60 euro per l’“International Business Pack” che contiene materiale informativo e il prodotto di punta (l’integratore Formula 1). Secondo la Ftc i clienti e consumatori di Herbalife sono prevalentemente gli stessi distributori che usano i prodotti e si impegnano a ingaggiare nuovi “colleghi” nella cerchia degli amici e dei familiari o attraverso i social network.
«Herbalife – sostiene la Federal Trade Commission – non offre ai suoi partecipanti un’opportunità di business basata sulla vendita al dettaglio, ma spinge a ingaggiare partecipanti aggiuntivi che faranno crescere l’azienda acquistando prodotti all’ingrosso»: la gran parte dei distributori – sostiene ancora la Ftc – guadagna poco o nulla, mentre una percentuale sostanziosa perde denaro. Entro maggio Herbalife deve ristrutturare il sistema di compensazione dei distributori, introducendo strumenti che consentano di tracciare l’effettiva vendita degli integratori. E, soprattutto, sospendere quelle campagne di reclutamento che negli Stati Uniti prefigurano la possibilità di abbandonare il lavoro e di approdare a facili guadagni. Certe promesse hanno attecchito soprattutto tra le persone a basso reddito o nelle comunità di origine ispano-americana e in fondo non suonano così diverse da quelle fatte da Donald Trump per convincere la classe media americana a votarlo. Trump, d’altro canto, nella carriera di imprenditore ha frequentato assiduamente il marketing multilivello, incarnando la possibilità di un nuovo sogno di benessere per gli americani di fronte alla lunghissima recessione. Paradossalmente proprio mentre Trump approdava alla Casa Bianca, il sogno promesso da Herbalife ha iniziato a vacillare (almeno negli Usa): in vista della scadenza di maggio l’azienda ha adottato una tecnologia che consente di monitorare ogni singola vendita ed ha sguinzagliato un pool di esperti che sta setacciando i profili social dei venditori per rimuovere le fotografie di auto di lusso e l’ostentazione di presunti guadagni stratosferici. Nel resto del mondo al momento gli effetti della sentenza della Ftc non ci sono stati tanto che lo stesso Ackman, sempre nell’ottica della sua scommessa da un miliardo di dollari sul crollo di Herbalife, si è chiesto se a questo punto l’azienda si rassegnerà a ridimensionarsi negli Stati Uniti incrementando invece l’attività in Cina e negli altri paesi. Sono le riflessioni di uno speculatore che forse non ha mai messo piede nelle kermesse dove, tra musica, testimonianze dirette, emozioni e applausi, Herbalife recluta i propri adepti. Gli ambienti rarefatti di Wall Street da un lato e, dall’altro, le sale di hotel americani gremite da un’umanità eccitata alla caccia, come in una lotteria, del riscatto sociale: due mondi lontani anni luce tra loro, ma che forse sono i sintomi dello stesso virus che pervade il capitalismo occidentale. 

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“Tua figlia è in pericolo, dammi 15mila euro”: era una truffa ed è stato arrestato

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Aveva truffato 15 mila euro ad una 65enne di Sorrento dicendole che la figlia era in pericolo e doveva pagare quei soldi e adesso è stato arrestato dai Carabinieri di Sorrento che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Torre Annunziata su richiesta della Procura della Repubblica. Si tratta di un 32enne napoletano, gravemente indiziato del reato di truffa ai danni di una persona anziana commesso in Sorrento il 2 settembre 2020. Le indagini, protrattesi per circa due mesi, hanno avuto origine dalla denuncia sporta da una donna 65enne di Sorrento, la quale, nella tarda mattinata del 2 settembre 2020, aveva ricevuto diverse telefonate durante le quali gli interlocutori l’avevano indotta in errore, simulando una situazione di pericolo incombente sulla figlia, e paventando la soluzione del problema previa corresponsione di 15.000 euro in contanti. La vittima, tratta in inganno, aveva consegnato il denaro richiesto e altri oggetti preziosi alla persona poi arrestata.


Le investigazioni, svolte dai Carabinieri sotto il costante coordinamento di questa Procura della Repubblica, hanno consentito la ricostruzione dei fatti e l’identificazione del destinatario della misura cautelare quale uno degli autori della truffa.
L’arrestato, dopo le formalità di rito, è stato associato.

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Coi soldi del reddito di cittadinanza finanziavano il terrorismo islamico, 2 denunce

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 Hanno percepito indebitamente il reddito di cittadinanza – per un importo di circa 12mila euro – che sarebbe stato usato anche per finanziare attivita’ di terrorismo islamico. Per questo motivo due cittadini tunisini sono stati denunciati dalla Guardia di finanza di Bologna. I due, secondo le indagini dei militari, sarebbero responsabili di aver finanziato un pericoloso ‘foreign fighter’ islamico iscritto nelle liste antiterrorismo del Belgio, e localizzato in Tunisia, fino allo scorso mese di aprile. I soldi sarebbero stati trasferiti attraverso un servizio di ‘money transfer’ in provincia di Ferrara.  L’attivita’ investigativa, condotta dalle fiamme gialle del Gruppo di investigazione criminalita’ organizzata del nucleo di polizia economico-finanziaria di Bologna e guidata dal Pm Antonio Gustapane, e’ stata sviluppata attraverso l’esame di segnalazioni per operazioni sospette, l’analisi dei flussi di conti correnti bancari e il ricorso agli strumenti di cooperazione internazionale messi a disposizione da Europol attraverso il ‘Terrorism finance tracking Program’, oltre che grazie a mirate attivita’ tecniche, appostamenti, pedinamenti e perquisizioni locali e personali. Nel corso delle indagini, finalizzate tra l’altro all’individuazione delle fonti reddituali dalle quali sono state attinte le rimesse in favore del terrorista, e’ stato accertato che gli indagati hanno fraudolentemente percepito il reddito di cittadinanza – dichiarando posizioni reddituali e lavorative non veritiere – il cui importo, pari circa 12 mila euro, saranno chiamati a restituire. I due sono stati altresi’ denunciati per il reato di invasione di terreni o edifici in quanto occupanti, dal 2011, un alloggio popolare pur non avendone piu’ alcun titolo.

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Usura ed estorsioni, colpo al clan Mariniello di Acerra: arresti anche a Tenerife

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Nella mattinata odierna i militari del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna (NA) hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 5 indagati (3 in carcere e 2 agli arresti domiciliari) poiché gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione per delinquere, usura, estorsione e detenzione illegale di armi da fuoco, reati aggravati dalle modalità mafiose.
L’indagine, condotta dal citato Nucleo Investigativo e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, è stata avviata a seguito dell’omicidio di MARINIELLO Vincenzo, alias “o’ cammurristiello”, capo dell’omonimo clan, operante in Acerra e comuni limitrofi, avvenuto ad Acerra (NA) il 17 febbraio 2019, i cui autori ad oggi non sono stati individuati.
Nel corso delle investigazioni:
– sono stati identificati il vertice e i collaboratori di un gruppo criminale dedito principalmente all’usura, nonché alcune delle vittime di usura/estorsione, tra cui due artigiani. Inoltre, è stato accertato il tasso usuraio applicato dal sodalizio, che variava dall’8% al 120% mensile;
– è emerso che lo stesso MARINIELLO Vincenzo era stato fruitore di un prestito da parte di uno suo sodale, arrestato con l’operazione odierna, a seguito del quale ne sarebbero derivate frizioni interne al clan;
– si è documentato che il suocero del citato capo clan e un esponente di spicco del clan DI BUONO di Acerra avevano la disponibilità di due pistole.

Sono stati catturati in Spagna, sull’isola di Tenerife, tramite SCIP con il supporto dell’Unitá F.A.S.T. (Fugitive Active Serching Team) della polizia spagnola. A finire in manette in Spagna il promotore dell’associazione per delinquere e due suoi parenti.  Gli 8 arrestati sono gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione per delinquere, usura, estorsione e detenzione illegale di armi da fuoco, reati aggravati dalle modalità mafiose.

1. BUONAIUTO Vincenzo, cl. ’76;
2. CANNAVACCIUOLO Antonio, cl. ’92;
3. CAPORALE Igino, cl. ’63;
4. LARA Leopoldo, cl. ’97;
5. MARINIELLO Carmela, cl. ’52;
6. DI BUONO Pasquale, cl. ’89;
7. DI BUONO Teresa, cl. ’90;
8. SORIANO Benito Giuseppe, cl. ’39.

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