Esteri
Henry Nowak, Starmer contro Musk: “Alimenta divisioni” dopo il caso del ragazzo ammanettato mentre moriva
Il caso di Henry Nowak, 18enne ucciso a Southampton e ammanettato dalla polizia mentre agonizzava, diventa uno scontro politico tra Keir Starmer ed Elon Musk. Il premier britannico accusa il fondatore di X di interferire nella politica del Regno Unito e di alimentare divisioni razziali.
Un ragazzo di 18 anni accoltellato a morte, ammanettato mentre ripeteva di essere stato ferito e di non riuscire a respirare. Una famiglia che chiede verità, ma anche di non trasformare il dolore in una miccia razziale. Una polizia sotto accusa per una gestione che solleva domande gravissime. E, sopra tutto, il rumore globale dei social, dove la morte di Henry Nowakè diventata terreno di scontro tra Keir Starmer ed Elon Musk.
Il premier britannico ha deciso di rispondere direttamente al miliardario proprietario di X, accusandolo di interferire nella politica del Regno Unito e di tentare di “alimentare divisioni” attorno a un caso già devastante. Starmer ha detto che la Gran Bretagna deve reagire con fermezza ma anche con misura, come ha chiesto la famiglia del ragazzo.
Il delitto di Southampton
Henry Nowak, studente di 18 anni, è stato ucciso il 3 dicembre a Southampton da Vickrum Digwa, 23 anni, britannico di origine sikh. Digwa è stato condannato all’ergastolo per omicidio, con una pena minima indicata dal Guardian in 20 anni. Il giudice ha respinto la versione dell’imputato secondo cui Nowak lo avrebbe aggredito o insultato con frasi razziste.
Secondo la ricostruzione emersa in giudizio, Digwa colpì Nowak con un grosso pugnale. Dopo l’aggressione, sostenne davanti agli agenti di essere stato vittima di un attacco razzista. È proprio questo elemento ad avere acceso la polemica più forte: i primi poliziotti intervenuti finirono per trattare il ragazzo ferito come sospetto, mentre l’aggressore riusciva inizialmente a orientare la loro percezione dei fatti.
Il video della bodycam e le domande sulla polizia
Le immagini della bodycam di uno degli agenti hanno provocato indignazione nazionale. Nel filmato, Nowak appare a terra, ferito, mentre ripete di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. Secondo la ricostruzione riportata dai media britannici, un agente avrebbe risposto di non credergli, prima che la situazione precipitasse.
Starmer ha definito il video “straziante” e ha detto di essersi sentito male guardandolo, anche da padre. Ha riconosciuto che ci sono “domande serie” a cui la polizia deve rispondere, in particolare su come l’accusa di razzismo formulata dall’aggressore abbia condizionato le prime decisioni operative degli agenti.
L’Independent Office for Police Conduct sta indagando sulla condotta degli agenti. Anche l’inchiesta sulla morte di Nowak dovrà verificare se le azioni o i ritardi dei poliziotti abbiano contribuito all’esito fatale.
Musk attacca, Starmer risponde
Elon Musk ha rilanciato il caso su X con messaggi durissimi contro la polizia britannica e contro le istituzioni del Regno Unito. Ha sostenuto che la politica ufficiale della polizia sarebbe discriminatoria verso i bianchi e ha invitato i suoi follower a diffondere il video della bodycam.
Starmer ha replicato accusandolo di voler usare una tragedia per creare divisioni. “Questo non è ciò che siamo noi in Gran Bretagna”, ha detto il premier, rivendicando l’immagine di un Paese composto in larga parte da persone ragionevoli e tolleranti.
È uno scontro che va oltre il singolo caso. Da tempo Musk interviene nella politica britannica con messaggi contro il governo laburista, contro il multiculturalismo e contro le istituzioni accusate di cedimenti ideologici. Questa volta, però, il premier ha scelto di nominarlo direttamente.
La destra radicale cavalca il caso
Il caso Nowak è stato subito ripreso da settori della destra radicale britannica. Nigel Farage, leader di Reform UK, ha parlato di rabbia fredda. Tommy Robinson, figura dell’ultradestra extraparlamentare islamofoba, ha partecipato alla mobilitazione pubblica attorno alla vicenda. Nei giorni successivi alla condanna di Digwa, a Southampton ci sono stati disordini e proteste; un uomo ha ammesso violenti disordini e possesso di arma offensiva dopo gli scontri, in cui sono rimasti feriti anche agenti di polizia.
Il rischio è evidente: un caso che pone domande legittime e gravissime sulla condotta della polizia viene trasformato in una narrazione razziale totale, in cui la morte di un ragazzo diventa carburante per la contrapposizione tra comunità.
La famiglia chiede verità, non odio
Il passaggio più importante resta la posizione della famiglia Nowak. Il padre Mark e i familiari chiedono giustizia, risposte e responsabilità. Ma hanno anche chiesto di evitare strumentalizzazioni e di non alimentare divisioni o nuove violenze.
Starmer ha incontrato privatamente la famiglia a Downing Street e ha promesso di fare ciò che sarà necessario per correggere gli errori emersi nel caso. Anche la leader conservatrice Kemi Badenoch ha visto i familiari e ha offerto una disponibilità bipartisan per contribuire a ripristinare la fiducia dei cittadini nella polizia.
È un punto politicamente rilevante: la destra tradizionale cerca di distinguersi dalla spinta più radicale di Farage e Robinson, riconoscendo la gravità del caso senza trasformarlo in guerra identitaria.
Il nodo delle direttive antirazzismo
La polemica si concentra anche sulle direttive adottate negli ultimi anni dalla polizia britannica per contrastare razzismo e discriminazioni. I critici sostengono che, nel caso Nowak, la paura di sottovalutare un’accusa di razzismo abbia portato gli agenti a credere all’aggressore e a ignorare la vittima.
È una questione delicata. Il contrasto al razzismo resta un dovere delle istituzioni. Ma se una procedura, un riflesso culturale o una paura disciplinare portano gli agenti a perdere il contatto con la realtà operativa — un ragazzo a terra che dice di essere stato accoltellato — allora il sistema deve interrogarsi seriamente.
La risposta, però, non può essere l’odio razziale opposto. Deve essere una verifica rigorosa della condotta della polizia, della formazione, delle priorità operative e della capacità degli agenti di distinguere tra denuncia, rischio e fatto immediato.
Il confronto con George Floyd e il ruolo dei social
Musk ha paragonato il silenzio mediatico sul caso Nowak alla copertura enorme riservata a George Floyd, l’afroamericano ucciso dalla polizia a Minneapolis nel 2020. È una comparazione costruita per colpire, ma anche per alimentare l’idea di un doppio standard razziale nei media e nelle istituzioni.
La domanda sulla copertura mediatica può essere legittima. Ma diventa pericolosa quando il confronto tra due tragedie serve a contrapporre vittime, comunità e memorie. Henry Nowak merita verità per ciò che gli è accaduto. Non ha bisogno di essere usato contro George Floyd o contro Black Lives Matter.
È proprio qui che i social mostrano la loro forza distruttiva: trasformano il dolore in slogan, la rabbia in identità, la giustizia in tifoseria.
Una vicenda che chiede responsabilità, non propaganda
Il caso Nowak impone domande durissime. Perché gli agenti hanno creduto inizialmente alla versione dell’assassino? Perché un ragazzo ferito è stato ammanettato mentre diceva di essere stato accoltellato? Perché l’intervento medico non è stato immediatamente prioritario? Come hanno inciso l’accusa di razzismo e le procedure interne sulla valutazione della scena?
Queste domande devono avere risposte. Ma devono arrivare da un’indagine indipendente, da atti, testimonianze, perizie e valutazioni disciplinari. Non da una guerra permanente su X.
La morte di Henry Nowak è già abbastanza atroce. Usarla per incendiare il Paese significa tradire anche la richiesta della sua famiglia: verità, giustizia, responsabilità. Non odio.
Il vero banco di prova per Starmer
Per Starmer, la sfida è doppia. Da una parte deve garantire che le indagini sulla polizia siano serie, trasparenti e rapide. Dall’altra deve evitare che Musk, Farage e l’estrema destra trasformino il caso in un referendum emotivo sull’identità britannica.
Il premier ha scelto di rispondere a Musk perché ha capito che la battaglia non si gioca soltanto nelle istituzioni, ma anche nell’arena digitale. Tuttavia la risposta politica non basterà. Serviranno risultati: chiarezza sulla condotta degli agenti, eventuali responsabilità disciplinari e penali, e un percorso credibile per ricostruire la fiducia nella polizia.
Henry Nowak non può essere ridotto né a simbolo di propaganda né a incidente procedurale. Era un ragazzo di 18 anni. È morto chiedendo aiuto. Da lì deve ripartire tutto.
Esteri
Zelensky silura Syrsky e nomina Drapatyi: scossa ai vertici militari ucraini
Volodymyr Zelensky ha sostituito Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate ucraine, nominando Mykhailo Drapatyi. La decisione arriva dopo giorni di proteste per la rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e le tensioni ai vertici militari.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sostituito il generale Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate, nominando al suo posto il maggiore generale Mykhailo Drapatyi.
«Ho deciso che il nuovo comandante in capo delle Forze armate ucraine sarà Mykhailo Drapatyi», ha annunciato Zelensky, ringraziando Syrsky e i soldati ucraini per aver mantenuto solide le posizioni al fronte.
La sostituzione rappresenta il più importante cambiamento ai vertici militari ucraini degli ultimi anni e arriva nel pieno di una crisi politica innescata dal recente rimpasto di governo e dalla rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.
Le proteste dopo la rimozione di Fedorov
La decisione di escludere Fedorov dal nuovo governo aveva provocato manifestazioni a Kiev e in altre città ucraine. Migliaia di persone erano scese in piazza per chiedere il suo reintegro e un rinnovamento della catena di comando militare.
Fedorov era considerato uno dei protagonisti della modernizzazione tecnologica delle forze ucraine, soprattutto nell’impiego di droni, sistemi digitali e nuove procedure di approvvigionamento. La sua estromissione era stata collegata alle profonde divergenze con Syrsky sulla gestione della guerra e sulle riforme dell’esercito.
Gli organizzatori delle proteste avevano dato a Zelensky un ultimatum per reintegrare l’ex ministro, minacciando in caso contrario una mobilitazione generale a tempo indeterminato.
Le scuse tardive di Syrsky
Nelle ore precedenti alla sua rimozione, Syrsky aveva cercato di ridimensionare lo scontro con Fedorov, sostenendo di essere rimasto sorpreso dalle notizie sull’esistenza di un conflitto personale tra loro.
Il generale aveva definito i contrasti come normali divergenze di lavoro tra istituzioni impegnate in una guerra su larga scala e aveva presentato le proprie scuse qualora i suoi modi duri avessero offeso l’ex ministro.
«Il mio lavoro è la guerra: strategia, fronte e uomini», aveva affermato, respingendo le accuse di mancanza di visione strategica. Il tentativo di ricomporre la frattura non è però bastato a evitare la sostituzione.
Chi è Mykhailo Drapatyi
Drapatyi, 43 anni, appartiene a una generazione di ufficiali formatasi direttamente nei combattimenti contro la Russia. Si mise in evidenza già nel 2014 durante le operazioni a Mariupol e, dopo l’invasione russa del 2022, contribuì alla difesa di Kryvyi Rih e alle operazioni nella regione di Kherson.
Ha successivamente ricoperto incarichi di primo piano nello Stato maggiore, nelle forze terrestri e nel comando delle forze congiunte. È considerato un ufficiale favorevole all’innovazione tecnologica, alla riforma dell’addestramento e a una maggiore responsabilizzazione della catena di comando.
Il sostegno a Fedorov
La nomina assume anche un evidente significato politico. Nei giorni scorsi Drapatyi aveva espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Fedorov al ministero della Difesa, sottolineando la nascita di un dialogo concreto tra il governo e le Forze armate.
Il nuovo comandante è quindi considerato più vicino alla linea riformatrice dell’ex ministro rispetto a Syrsky. Zelensky avrebbe intanto offerto a Fedorov un nuovo incarico di primo piano nel governo, dedicato allo sviluppo tecnologico, senza tuttavia reintegrarlo formalmente alla Difesa.
Zelensky: costringere Mosca alla pace
Annunciando il cambio della guardia, Zelensky ha ribadito che l’obiettivo resta quello di rafforzare l’esercito, colpire con maggiore efficacia le forze russe e creare le condizioni per obbligare Mosca a negoziare.
«Vogliamo tutti la stessa cosa: sconfiggere il nemico e creare le condizioni, al fronte e attraverso la pressione sulla Russia, che ci permettano di costringere Mosca alla pace», ha affermato il presidente.
La nomina di Drapatyi tenta quindi di rispondere contemporaneamente alle esigenze militari, alle pressioni della piazza e alla necessità di ricomporre le divisioni che si erano aperte ai vertici dello Stato ucraino.
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Laura Loomer cambia idea sull’Ucraina: “Ho sbagliato, ho sminuito la sofferenza degli ucraini”
La commentatrice e attivista conservatrice Laura Loomer, alleata di Donald Trump, cambia posizione sulla guerra in Ucraina dopo una visita a Kiev. Su X ammette di aver sottovalutato per anni le sofferenze degli ucraini e ringrazia il presidente Volodymyr Zelensky per l’accoglienza.
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Trump vuole Gianni Infantino alla guida dell’Onu: l’indiscrezione del New York Post
Donald Trump starebbe valutando di sostenere il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. Non è ancora chiaro se il dirigente sportivo sia interessato all’incarico.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vorrebbe sostenere Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. L’indiscrezione è stata pubblicata dal New York Post, che cita fonti vicine alla Casa Bianca. Al momento non risultano però una candidatura formale né una dichiarazione pubblica di Infantino sulla sua disponibilità ad assumere l’incarico.
Secondo una delle fonti citate dal quotidiano americano, Trump considera il presidente della Fifa «rispettato da tutti nel mondo» e gli riconosce una particolare capacità di unire le persone.
Il rapporto tra Trump e il presidente della Fifa
I rapporti tra Trump e Infantino si sono rafforzati durante l’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2026, ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico. Infantino è attualmente presidente della Fifa, incarico nel quale era stato rieletto nel 2023.
La scelta del dirigente sportivo rappresenterebbe un’opzione esterna alla diplomazia tradizionale e potrebbe essere letta come il tentativo di Trump di imprimere una svolta alla gestione delle Nazioni Unite, organizzazione più volte criticata dal presidente americano per la sua presunta inefficacia nella soluzione dei principali conflitti internazionali.
Non è ancora una candidatura ufficiale
Il New York Post precisa che non è chiaro se Trump abbia discusso direttamente dell’ipotesi con Infantino e se il presidente della Fifa sia realmente interessato al ruolo.
Per entrare ufficialmente nella corsa, Infantino dovrebbe essere candidato da uno o più Stati membri. La procedura per la scelta del nuovo segretario generale è già stata avviata e prevede la presentazione delle candidature, audizioni pubbliche e una successiva valutazione da parte del Consiglio di Sicurezza.
Come viene scelto il segretario generale
Il segretario generale non viene eletto direttamente dai 193 Paesi membri. Il Consiglio di Sicurezza, composto da 15 Stati, deve prima raccomandare un candidato all’Assemblea generale. Ciascuno dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito — può bloccare la scelta esercitando il diritto di veto.
L’Assemblea generale procede quindi alla nomina formale. Il nuovo segretario generale entrerà in carica il 1° gennaio 2027, dopo la conclusione del mandato di António Guterres il 31 dicembre 2026.
Gli altri nomi in corsa
Tra i candidati citati dal quotidiano americano figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’argentino Rafael Grossi.
Bachelet potrebbe incontrare la contrarietà degli Stati Uniti, mentre Grossi potrebbe dover superare eventuali riserve britanniche legate alla storica controversia tra Londra e Buenos Aires sulle isole Falkland-Malvine.
La prassi diplomatica favorirebbe questa volta un candidato proveniente dall’America Latina o dai Caraibi, ma la rotazione geografica non costituisce una regola vincolante. L’eventuale ingresso di Infantino cambierebbe quindi gli equilibri di una competizione ancora aperta e condizionata soprattutto dal confronto tra le grandi potenze.


