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Guerra Ucraina-Russia, Kiev colpisce le raffinerie russe: la battaglia si sposta sull’energia

I droni ucraini colpiscono raffinerie e depositi petroliferi russi. Mosca ammette difficoltà nel settore energetico, mentre il conflitto resta intenso anche nel Donbass.

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La guerra tra Russia e Ucraina si combatte sempre più anche sul terreno dell’energia. Nella notte tra giovedì e venerdì una nuova ondata di droni ucraini ha preso di mira infrastrutture petrolifere nel sud della Federazione Russa, colpendo la raffineria di Ilsky, nel territorio di Krasnodar, e due depositi di prodotti petroliferi ad Azov, nella regione di Rostov.

Secondo le autorità russe sarebbero stati abbattuti 376 droni, mentre gli incendi sviluppatisi negli impianti sarebbero stati provocati dalla caduta dei detriti dei velivoli intercettati. Mosca riferisce che non si registrano vittime. La raffineria di Ilsky è considerata una delle principali del sud della Russia e può lavorare circa 6,6 milioni di tonnellate di greggio all’anno.

Mosca ammette difficoltà nel settore energetico

Gli attacchi contro la rete energetica russa sembrano produrre effetti sempre più evidenti. Il vicepremier Aleksandr Novak ha riconosciuto pubblicamente l’esistenza di «problemi e carenze» nel mercato dei carburanti, parlando di code alle stazioni di servizio e di impianti costretti a ridurre o interrompere temporaneamente l’attività per consentire le riparazioni.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky rivendica invece la crescente efficacia della strategia adottata da Kiev. «Non esiste una raffineria russa che non possiamo colpire», ha dichiarato, annunciando la creazione di un comando speciale incaricato di coordinare gli attacchi in profondità contro il territorio russo con l’obiettivo di ridurne la capacità bellica.

La risposta del Cremlino è arrivata anche sul piano economico. Mosca ha deciso di sospendere le esportazioni di diesel almeno fino alla fine del mese, mentre continua a fare i conti con i danni provocati dai ripetuti raid contro raffinerie, depositi di carburante e petroliere della cosiddetta “flotta ombra”.

Secondo quanto riferito dal Financial Times, un dirigente del settore energetico russo ha spiegato che la tattica ucraina è cambiata radicalmente. Oggi vengono concentrati molti più droni contro un singolo obiettivo, saturando le difese aeree fino a renderle meno efficaci. «Le difese che prima funzionavano non riescono più a sopportare una tale pressione. Questa è la nuova normalità», ha affermato.

Kiev: è una risposta agli attacchi russi

L’Ucraina presenta la campagna contro gli impianti energetici russi come una risposta diretta ai bombardamenti subiti dalla propria rete elettrica.

Secondo Ukrenergo, nel primo semestre del 2026 gli attacchi russi contro le infrastrutture energetiche ucraine sarebbero aumentati del 36% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le perdite economiche dell’operatore nazionale vengono stimate in circa 90 miliardi di grivnie, pari a circa 1,7 miliardi di euro, mentre il Paese avrebbe perso quasi metà della propria capacità di produzione elettrica.

Nel Donbass continua la pressione russa

Sul piano militare il comandante in capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyi, sostiene che Kiev sia riuscita a rallentare significativamente l’offensiva russa, dimezzando il ritmo dell’avanzata nel corso della prima metà dell’anno.

Lo stesso comandante, tuttavia, riconosce che la pressione sul Donbass resta molto elevata.

A Kramatorsk, nella regione di Donetsk, sette attacchi aerei russi hanno provocato la morte di quattro civili, tra cui un ragazzo di 14 anni e la sorella diciottenne, mentre altre nove persone sono rimaste ferite. L’episodio conferma come Mosca continui a colpire con intensità anche le aree urbane nelle retrovie del fronte orientale.

I Patriot e il sostegno della Nato

La difesa aerea resta uno dei principali punti critici per Kiev.

Il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha difeso la scelta di sostenere militarmente l’Ucraina, respingendo le critiche sull’invio di sistemi missilistici Patriot.

«Preferisco che intercettino i proiettili sopra l’Ucraina piuttosto che missili russi arrivino un giorno in Polonia», ha dichiarato, sintetizzando la convinzione diffusa tra molti Paesi dell’Alleanza Atlantica secondo cui la sicurezza dell’Europa orientale passa anche attraverso la capacità di difesa ucraina.

Le sue parole riflettono il nuovo clima emerso dopo il vertice Nato di Ankara e le recenti aperture del presidente americano Donald Trump verso un rafforzamento del sostegno militare a Kiev.

Restano tensioni anche sul fronte interno

Accanto alla guerra sul campo, l’Ucraina continua a confrontarsi con una situazione politica interna delicata.

La Corte Suprema ha confermato le sanzioni decise dal presidente Zelensky nei confronti dell’ex presidente Petro Poroshenko, suo principale avversario politico. Una decisione criticata dall’opposizione, che la considera un segnale di indebolimento dello Stato di diritto.

Contemporaneamente, a Leopoli, gli scontri scoppiati durante un controllo collegato alle procedure di mobilitazione hanno riportato in primo piano il crescente malcontento di una parte della popolazione verso il sistema di reclutamento, sempre più difficile da sostenere dopo oltre quattro anni di guerra.

Bruxelles prepara nuovi aiuti

Sul fronte europeo il 14 luglio dovrebbe aprirsi una nuova fase del negoziato per l’adesione di Ucraina e Moldovaall’Unione Europea, con l’avvio di ulteriori riforme richieste da Bruxelles per l’allineamento agli standard comunitari in materia di politica estera.

Parallelamente, le istituzioni europee stanno valutando un nuovo prestito da 90 miliardi di euro destinato a consentire a Kiev l’acquisto di armamenti, in particolare dall’industria britannica.

Il sostegno occidentale resta dunque consistente, ma il conflitto continua ad allargarsi ben oltre il fronte militare. La guerra dell’energia è ormai diventata uno dei principali strumenti di pressione reciproca, mentre i margini per una soluzione diplomatica appaiono ancora estremamente limitati.

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Trump: «Hormuz diventerà territorio Usa». Nuova sfida all’Iran

Trump rivendica il controllo americano dello Stretto di Hormuz e aumenta la pressione sull’Iran. In arrivo nuove sanzioni mentre resta incerto il futuro della tregua.

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Donald Trump alza ulteriormente il livello dello scontro con Teheran e annuncia l’intenzione di dichiarare lo Stretto di Hormuz «territorio degli Stati Uniti».

Parlando all’accademia di polizia di Garden City, nello Stato di New York, il presidente americano ha descritto l’Iran come un Paese «pesantemente sconfitto» e rivendicato il controllo statunitense sul passaggio marittimo: «Abbiamo imposto il blocco. Nessuna nave passa se non lo vogliamo noi».

Trump non ha spiegato attraverso quali strumenti giuridici o diplomatici intenderebbe procedere. Lo Stretto di Hormuz si trova tra Iran e Oman ed è disciplinato dalle norme internazionali sul transito negli stretti utilizzati per la navigazione. Una dichiarazione unilaterale di Washington non sarebbe quindi sufficiente a modificarne la sovranità.

Minacce militari e nuove sanzioni

Il presidente ha minacciato una risposta «cento volte superiore» nel caso di un attacco iraniano e ha definito la guerra contro Teheran un servizio reso alla comunità internazionale, ribadendo che Washington non consentirà all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Alla pressione militare si aggiungerà quella economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato per la prossima settimana misure di isolamento finanziario «mai viste prima». Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invece sostenuto che il blocco navale dei porti iraniani potrà proseguire a tempo indeterminato attraverso la rotazione delle unità statunitensi.

La portaerei USS George Washington è diretta verso la regione per sostituire la USS Abraham Lincoln, impegnata da oltre 250 giorni. Trump ha respinto le preoccupazioni sulle difficili condizioni dell’equipaggio, sostenendo che il dispiegamento non sia stato eccessivamente lungo.

La tregua in scadenza

Le dichiarazioni arrivano alla vigilia della scadenza della finestra di 60 giorni prevista dal memorandum di Islamabad, fissata per il 17 agosto. Fonti governative pakistane hanno parlato di un’intesa per una proroga, ma Teheran ha negato che siano in corso trattative formali sull’estensione.

I rapporti tra Stati Uniti e Iran restano bloccati sui principali punti del negoziato: riapertura dello Stretto, sospensione del blocco navale, sanzioni, beni iraniani congelati e futuro del programma nucleare.

Petrolio e voto di novembre

La crisi energetica pesa anche sulla politica interna statunitense. Il vicepresidente JD Vance ha indicato nella riduzione dei prezzi di petrolio e benzina la priorità immediata dell’amministrazione, seguita dall’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Prima del conflitto attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Le forti limitazioni alla navigazione hanno ridotto drasticamente i flussi, mantenendo elevati i prezzi dell’energia.

Alla Casa Bianca cresce la preoccupazione per le elezioni di metà mandato di novembre. I repubblicani temono che una guerra prolungata e il caro-carburanti possano compromettere il controllo del Congresso. L’annuncio di Trump appare così rivolto contemporaneamente a Teheran, ai mercati e all’elettorato americano.

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Piogge record in Giappone: otto morti, Chiba sommersa e migliaia bloccati a Narita

Un’alluvione provocata da precipitazioni eccezionali ha colpito Chiba, nell’area metropolitana di Tokyo. Il bilancio provvisorio è di otto morti e un disperso. Trasporti paralizzati, evacuazioni e migliaia di passeggeri costretti a trascorrere la notte all’aeroporto di Narita.

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Almeno otto persone sono morte e una risulta dispersa dopo le piogge torrenziali che hanno investito la prefettura di Chiba, a est di Tokyo. Il bilancio resta provvisorio mentre proseguono le ricerche e gli interventi nelle zone isolate.

Il nubifragio ha paralizzato trasporti e servizi nel pieno dell’Obon, la festività buddhista durante la quale milioni di giapponesi tornano nei luoghi d’origine per ricordare gli antenati.

Più di 360 millimetri in un giorno

Nella città di Chiba sono caduti oltre 360 millimetri di pioggia in 24 ore, più di tre volte la media dell’intero mese di agosto. Diverse stazioni meteorologiche della prefettura hanno superato i precedenti record.

L’Agenzia meteorologica giapponese ha diramato l’allerta di livello 5, il massimo previsto, in numerosi comuni interessati da inondazioni e rischio di frane. Nonostante l’attenuazione delle precipitazioni, il terreno saturo e i corsi d’acqua ingrossati continuano a rappresentare un pericolo.

Alcune vittime sono rimaste intrappolate in veicoli sommersi dalle acque. Oltre trenta persone sono rimaste ferite, mentre centinaia di abitazioni risultano allagate o danneggiate.

Settemila passeggeri bloccati a Narita

All’aeroporto internazionale di Narita circa settemila passeggeri hanno trascorso la notte nei terminal. Il personale ha distribuito sacchi a pelo e generi di prima necessità dopo la cancellazione dei voli e l’interruzione dei collegamenti ferroviari e stradali.

Migliaia di pendolari hanno trovato riparo nelle stazioni, negli uffici pubblici e nei municipi. Autostrade e linee ferroviarie sono state chiuse per allagamenti e smottamenti, mentre decine di migliaia di abitazioni sono rimaste temporaneamente senza elettricità.

Oltre 400mila persone hanno ricevuto indicazioni o ordini di evacuazione. Il governo ha mobilitato anche le forze di autodifesa per sostenere i soccorritori.

Il governatore: «Mai visto un disastro simile»

Il governatore di Chiba, Toshihito Kumagai, ha descritto l’evento come una situazione senza precedenti nella propria esperienza amministrativa.

L’impatto è stato aggravato dall’elevata urbanizzazione della regione. Strade asfaltate, superfici impermeabili e sistemi di drenaggio sopraffatti dalla quantità d’acqua caduta in poche ore hanno favorito l’allagamento di quartieri, sottopassi e arterie di collegamento.

Il ruolo del riscaldamento globale

Il riscaldamento globale aumenta la quantità di vapore acqueo che può essere trattenuta nell’atmosfera e crea condizioni favorevoli a precipitazioni più intense. È quindi coerente con l’aumento del rischio di eventi estremi osservato in diverse regioni del pianeta.

Non è però scientificamente corretto attribuire automaticamente un singolo nubifragio al cambiamento climatico senza uno specifico studio di attribuzione. Nel caso di Chiba, gli esperti indicano tra le cause immediate l’incontro tra aria calda e molto umida e masse più fredde presenti in quota.

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Farage rieletto a Clacton, ma riparte l’inchiesta sui suoi finanziamenti

Nigel Farage ha riconquistato il seggio di Clacton con 22.239 voti. Secondo il candidato satirico Count Binface. Con il ritorno alla Camera dei Comuni riprende l’indagine parlamentare su un contributo da cinque milioni di sterline che il leader di Reform UK avrebbe omesso di dichiarare.

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Nigel Farage è stato rieletto deputato nel collegio di Clacton, nell’Inghilterra sudorientale, al termine dell’elezione suppletiva da lui stesso provocata con le dimissioni dalla Camera dei Comuni.

Il leader di Reform UK ha ottenuto 22.239 voti, pari al 63,34%, migliorando la percentuale del 46,2% raccolta alle elezioni politiche del 2024. La consultazione è stata però disertata dai principali partiti britannici, che l’avevano definita un’iniziativa propagandistica destinata a distogliere l’attenzione dall’inchiesta parlamentare sulle finanze di Farage.

Count Binface secondo con il 26,9%

Al secondo posto si è classificato Count Binface, personaggio satirico interpretato dal comico Jonathan Harvey, con 9.455 voti e il 26,93% dei consensi. Alla competizione hanno partecipato complessivamente 34 candidati, molti dei quali indipendenti o appartenenti a formazioni minori.

L’affluenza si è fermata al 44,4%, in calo rispetto al 58,7% registrato nel collegio alle politiche del 2024. Farage ha presentato il risultato come una sfida vinta contro l’establishment politico, mentre Count Binface si è proclamato ironicamente «vincitore morale».

L’assenza alla proclamazione

Farage non ha partecipato alla cerimonia di proclamazione. Reform UK ha motivato l’assenza facendo riferimento a una minaccia alla sicurezza del leader. La polizia dell’Essex ha tuttavia precisato di non avere consigliato ad alcun candidato di disertare lo scrutinio e ha riferito che non si sono verificati incidenti.

Farage ha successivamente spiegato di avere temuto contestazioni e iniziative organizzate per metterlo in imbarazzo durante la proclamazione.

Sul tema della sicurezza pesa anche il clima seguito all’uccisione dell’ex ministra Ann Widdecombe. Gli investigatori dell’antiterrorismo stanno verificando un’eventuale connessione tra quell’omicidio e un precedente episodio incendiario avvenuto nell’abitazione londinese di Farage. Il possibile collegamento resta un’ipotesi investigativa.

Riprende l’inchiesta parlamentare

Con il ritorno di Farage alla Camera dei Comuni riparte l’indagine del commissario parlamentare per gli standard, sospesa quando il leader di Reform aveva lasciato il seggio. Gli accertamenti riguardano la mancata dichiarazione di un contributo da cinque milioni di sterline ricevuto dall’imprenditore delle criptovalute Christopher Harborne.

Farage respinge le contestazioni e sostiene di non avere commesso irregolarità. Al termine dell’inchiesta potrebbe essere proposta una sanzione parlamentare. Un’eventuale sospensione che rientrasse nei casi previsti dalla legge potrebbe aprire la strada a una petizione di revoca: per provocare una nuova elezione suppletiva sarebbe necessaria la firma del 10% degli elettori del collegio.

Labour e Conservatori hanno sottolineato che la rielezione non chiude il caso. La presidente laburista Bridget Phillipson ha affermato che il risultato non cancella le questioni ancora aperte sui finanziamenti di Farage.

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