I mercati finanziari restano agitati mentre si allungano i tempi per la fine del conflitto in Medio Oriente. Le quattro settimane indicate dal presidente statunitense Donald Trump come possibile orizzonte per una soluzione appaiono ormai una previsione superata, con le ostilità che continuano ad intensificarsi.
L’incertezza geopolitica ha colpito i mercati globali, provocando un forte rialzo delle materie prime energetiche e nuove perdite per le Borse europee.
Petrolio vicino ai 100 dollari
La tensione internazionale ha spinto al rialzo le quotazioni dell’energia. Il petrolio si avvicina alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile.
Il Wti sale a 94,78 dollari con un aumento del 4,4%, mentre il Brent guadagna circa il 7% arrivando a 99,44 dollari. Anche il gas europeo registra un forte rialzo, con il prezzo che sale del 5,75% a 56,45 euro al megawattora.
Secondo alcuni analisti, se la situazione dovesse protrarsi ancora per alcune settimane, il Brent potrebbe superare quota 120 dollari al barile.
Borse europee in rosso
La tensione energetica ha avuto effetti anche sui mercati azionari. Le Borse europee hanno perso complessivamente altri 116 miliardi di capitalizzazione, che si aggiungono ai circa 918 miliardi bruciati nella settimana precedente.
A fine seduta lo Stoxx 600, indice che raccoglie i principali titoli europei, ha chiuso in calo dello 0,6%. Tra i principali listini la peggiore è stata Parigi con una flessione dello 0,98%. In negativo anche Francoforte (-0,77%), Londra (-0,34%) e Milano (-0,29%).
La volatilità torna a crescere
L’incertezza sulla durata del conflitto ha fatto salire l’indice Vix, considerato il principale indicatore della volatilità a Wall Street. Il livello raggiunto è il più alto dall’aprile 2025, quando i mercati erano stati scossi dall’annuncio dei nuovi dazi statunitensi.
Nonostante la tensione, diversi analisti osservano che la reazione dei mercati, almeno finora, è rimasta relativamente contenuta.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Il fattore che più preoccupa gli investitori è il possibile impatto della crisi sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali passaggi strategici per il traffico mondiale di petrolio.
Il mercato sta iniziando a trattare la situazione come un possibile shock fisico sull’offerta globale di energia, scenario che potrebbe avere effetti diretti su inflazione e crescita economica.
Le possibili mosse della Bce
L’aumento delle materie prime energetiche riaccende anche il dibattito sulla politica monetaria europea. Alcuni operatori finanziari ritengono che la Banca centrale europea potrebbe essere costretta ad alzare i tassi di interesse più di quanto previsto.
Le stime di mercato iniziano a considerare la possibilità di due rialzi dei tassi entro il 2026, mentre fino a pochi giorni fa si ipotizzava un solo intervento.
Il rischio recessione
Non tutti gli analisti condividono questa lettura. Alcuni osservatori sottolineano che l’aumento dell’inflazione provocato da uno shock esterno, come una crisi geopolitica, potrebbe non giustificare un aumento dei tassi.
Un irrigidimento della politica monetaria in un contesto di crescita fragile rischierebbe infatti di rallentare ulteriormente l’economia e aumentare il costo del credito, con possibili effetti recessivi.
Titoli di Stato e spread
Nel corso della giornata anche i titoli di Stato europei hanno vissuto momenti di tensione, poi rientrati nel finale con il leggero raffreddamento del prezzo del petrolio.
Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in lieve calo a 75 punti base. Il rendimento del decennale italiano è sceso al 3,60%, mentre quello del Bund tedesco si è attestato al 2,85%.