La crisi economica provocata dall’escalation della guerra in Medio Oriente apre uno scenario di forte rischio per l’economia italiana. L’aumento dei prezzi dell’energia e la prospettiva di una nuova stretta monetaria della Banca centrale europea alimentano timori di recessione.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato di uno scenario potenzialmente grave. In un messaggio diffuso sui social del ministero ha richiamato l’esperienza della crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, quando l’inflazione in Italia arrivò a sfiorare il 12 per cento nel 2022.
Il nodo dell’inflazione e dei tassi Bce
Secondo Giorgetti il rischio principale è rappresentato da una nuova fiammata dei prezzi dell’energia. In questo contesto, ha avvertito il ministro, sarebbe un errore pensare di rispondere con una stretta monetaria.
I mercati finanziari stanno però già scontando questa possibilità. Sulla base dei contratti swap, gli operatori stimano una probabilità del 70 per cento che la Bce possa intervenire con due rialzi dei tassi di interesse da 25 punti base ciascuno entro l’anno.
Petrolio e gas mettono sotto pressione la crescita
Il pericolo immediato per l’economia italiana deriva soprattutto dal rincaro delle materie prime energetiche. Il prezzo del petrolio è arrivato a toccare i 120 dollari al barile nel giro di pochi giorni, prima di rallentare dopo gli impegni assunti dai Paesi del G7.
Le stime economiche indicano che l’impatto di un simile aumento potrebbe essere molto significativo per la crescita del Paese.
L’analisi di Cottarelli sull’impatto sul Pil
Secondo l’economista Carlo Cottarelli, già direttore degli Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, un aumento del 10 per cento del prezzo del petrolio riduce la crescita economica di circa 0,1 punti di Pil.
Se il petrolio raggiungesse stabilmente i 120 dollari al barile, l’effetto sull’economia italiana potrebbe superare un punto percentuale di prodotto interno lordo.
In questo scenario l’Italia rischierebbe di entrare in recessione, a meno di interventi pubblici di sostegno simili a quelli adottati durante la crisi energetica del 2022.
Il peso sui conti pubblici
Una recessione renderebbe più difficile il percorso di stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil, su cui il governo ha costruito la propria strategia di finanza pubblica.
L’eventuale aumento dei tassi di interesse aggraverebbe ulteriormente il quadro. I rendimenti dei titoli di Stato italiani stanno già risentendo delle tensioni internazionali.
Il rendimento del Btp decennale è salito in poche sedute dal 3,27 per cento registrato a fine febbraio fino al 3,66 per cento.
Inflazione e debito, effetti opposti
Secondo Cottarelli una maggiore inflazione potrebbe ridurre il valore reale del debito pubblico. Tuttavia l’aumento dei tassi avrebbe l’effetto opposto.
Nel breve periodo il maggiore costo del debito sarebbe limitato a qualche miliardo, ma nel medio periodo potrebbe arrivare a circa 30 miliardi annui.
Il rischio per il deficit e per i conti europei
Il rallentamento della crescita avrebbe conseguenze anche sul percorso di uscita dell’Italia dalla procedura europea per deficit eccessivo.
Secondo alcune stime, se la crescita dovesse scendere fino allo 0,3 per cento, il deficit pubblico potrebbe restare sopra la soglia del 3 per cento anche nel 2026.
Per il governo la crescita economica resta quindi la variabile decisiva per mantenere in equilibrio i conti pubblici e rispettare gli impegni europei, in una fase in cui aumentano anche le pressioni per maggiori spese legate alla difesa e alla sicurezza internazionale.