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Google premia chi scopre falle nella sicurezza dei suoi software

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Non solo Apple, anche Google premia chi scopre vulnerabilità nei propri software che possono aprire le porte agli hacker. Nel 2018 l’azienda di Mountain View ha distribuito 3,4 milioni di dollari (l’anno precedente erano stati 2,9) ripartiti fra 317 ricercatori di 78 paesi. Lo scopo e’ “incoraggiare i ricercatori a comunicare problematiche in modo tale che possano essere corrette velocemente per tenere i dati degli utenti al sicuro”. Dal 2010, anno di nascita del programma ad oggi l’azienda di Mountain View ha destinato piu’ di 15 milioni di dollari alla causa. Il programma di Google si chiama ‘Vulnerability Reward Program’, la meta’ della cifra stabilita – 1,7 milioni di dollari – è stata destinata alle ricompense per la scoperta di vulnerabilita’ in Android e Chrome, rispettivamente il sistema operativo per dispositivi mobili e il browser per navigare su Internet, in pratica le due piattaforme piu’ usate dagli utenti. Il premio singolo piu’ alto distribuito ammonta a 41mila dollari. A ricevere un riconoscimento anche il 19enne Ezequiel Pereira, uruguayano, che ha scoperto una falla nella piattaforma Google Cloud. Oltre al ‘Vulnerability Reward Program’ ne esiste un secondo chiamato ‘Privacy and Security Research Awards’, destinato al mondo accademico: sono otto le universita’ premiate, nessuna e’ italiana. La scorsa settimana Apple ha premiato un ragazzo americano di 14 anni, che ha scoperto e permesso a Cupertino di ripararla, una falla importante in FaceTime, l’app per fare videochiamate.(

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Samsung, slitta il lancio del Galaxy pieghevole: “Servono altri test”

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Samsung annuncia lo slittamento del lancio del Galaxy Fold, lo smartphone pieghevole. Una decisione per consentire ulteriori test e per valutare i commenti dei critici, secondo i quali servono ulteriori miglioramenti per il dispositivo che costa quasi 2.000 dollari. Alcuni critici hanno infatti riscontrato difetti non trascurabili, quali la rottura dello schermo solo dopo uno o due giorni di uso. Il Galaxy pieghevole sarebbe dovuto arrivare nei negozi americani il 26 aprile. Samsung annuncerà la nuova data per il lancio nelle prossime settimane.

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Scoperta super-tempesta magnetica su una mini-stella

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Una super-tempesta magnetica, dieci volte più potente della piu’ grande mai osservata sul Sole, e’ stata scoperta su una mini-stella delle dimensioni di Giove: si tratta dell’eruzione piu’ energetica mai vista su una stella cosi’ piccola e fredda, che l’ha resa 10.000 volte piu’ luminosa del normale. L’evento, avvenuto il 13 agosto 2017, e’ stato osservato da un gruppo di ricerca guidato dall’Universita’ di Warwick, Gran Bretagna, e descritto sulla rivista mensile della Royal Astronomical Society. La stella, a 250 anni luce di distanza dalla Terra (un anno luce equivale a circa 9.461 miliardi di chilometri), e’ diventata visibile ai telescopi solo grazie alla gigantesca esplosione.

“Per le sue dimensioni, si trova esattamente al limite tra una stella e una nana bruna, un oggetto estremamente piccolo”, spiega James Jackman, alla guida del gruppo che ha osservato la stella per 146 notti. “Investigando questo limite – aggiunge – possiamo scoprire se questo tipo di eruzioni stellari, dovuto all’improvviso rilascio di energia magnetica dall’interno del corpo celeste, sono limitati dalle sue dimensioni”. La tempesta magnetica, in termini energetici, ha prodotto l’equivalente di 80 miliardi di milioni di tonnellate di Tnt, o tritolo: dieci volte piu’ potente della piu’ grande eruzione solare mai osservata, il cosiddetto Evento di Carrington del 1859. In quell’occasione la tempesta provoco’ notevoli disturbi all’allora recente tecnologia del telegrafo, causando l’interruzione delle linee per 14 ore, e produsse un’aurora boreale visibile anche a latitudini molto inusuali, come a Roma. Se un evento della stessa potenza avvenisse sul Sole, i sistemi energetici e le comunicazioni sulla Terra sarebbero in serio pericolo.

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Cervelli di maiale riattivati dopo la morte

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Nonostante la morte fosse avvenuta alcune ore prima, i cervelli di 32 maiali sono tornati a essere vitali grazie a una tecnica che ripristina la circolazione del sangue e le funzioni cellulari, fino a formare delle sinapsi. Il risultato e’ pubblicato sulla rivista Nature, che gli ha dedicato la copertina, e si deve al gruppo dell’Universita’ di Yale coordinato da Nenad Sestan. Primi autori sono Zvonimir Vrselja e Stefano G. Daniele, ha collaborato l’italiana Francesca Talpo, che lavora fra Yale e Università di Pavia. Proprio Francesca Talpo ha notato anche una debolissima attivita’ elettrica legata pero’ alle singole cellule e non globale: l’elettroencefalogramma resta piatto e non si puo’ parlare di alcun risveglio della coscienza. E’ piuttosto il giro di boa verso la possibilita’ di poter studiare il cervello di mammiferi complessi dopo la morte, senza che i tessuti si degradino rapidamente. Adesso diventa possibile studiare le malattie neurodegenerative con un dettaglio mai visto e sperimentare farmaci per combattere i danni cerebrali provocati dalla carenza di ossigeno. Certamente ci si chiede come stia cambiando il confine tra vivente e non vivente, ma i ricercatori si muovono lungo questa strada insidiosa con molta prudenza e un continuo dialogo con i comitati etici. Una prima fuga di notizie sull’esperimento c’era stata nel 2018, quando sui giornali si comincio’ a parlare di ‘maiali zombie’, ma solo adesso sono stati pubblicati i dati. Secondo Sestan, in futuro la stessa tecnologia “potrebbe essere utilizzata per terapie contro i danni provocati dall’ictus”. Di certo, ha aggiunto, questo primo risultato indica che “la capacita’ dei cervelli dei grandi mammiferi di ripristinare la microcircolazione e l’attivita’ molecolare e cellulare e’ stata sottovalutata”. L’esperimento e’ stato condotto su 32 cervelli di maiale ottenuti da macelli con lo strumento chiamato BrainEx, progettato e finanziato nell’ambito della Brain Initiative promossa dagli statunitensi National Institutes of Health (Nih). Il dispositivo si basa su un sistema che, a temperatura ambiente, pompa nelle principali arterie del cervello una soluzione chiamata BEx perfusato, un sostituto del sangue basato su un mix di sostanze protettive, stabilizzanti e agenti di contrasto. Immersi nel dispositivo, in sei ore nei cervelli sono state ripristinate l’irrorazione in tutti i vasi sanguigni e alcune funzioni cellulari; si e’ anche notata la riduzione della morte cellulare. Non e’ chiaro se tempi di perfusione piu’ lunghi possano portare a un ripristino completo dell’attivita’ cerebrale: per questo nuovo obiettivo, secondo i ricercatori, saranno necessari ulteriori test. Solo tra molto tempo si potra’ pensare di utilizzare questa tecnologia su cervelli umani.

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