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Musica

Gloria Gaynor, i 70 anni della regina della disco music

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La regina della disco music, degli anni Settanta-Ottanta e delle luci stroboscopiche, ha abbandonato ormai da tempo i capelli cotonati e i lustrini, ma non la sua musica. Gloria Gaynor, nata il 7 settembre 1949 (o due anni prima, secondo alcune fonti) a due passi da New York, nel New Jersey, e’ pronta a soffiare sulla torta delle sue 70 candeline. Il titolo indiscusso di “regina della disco music” se lo e’ conquistato a suon di hit. Di una in particolare, che ha segnato la sua carriera e le playlist di ogni festa degna di questo nome: I Will Survive, del 1978. Sopravvivro’, cantava a squarciagola. E in qualche modo e’ riuscita a mantenere la promessa. Il mondo e’ cambiato, la disco music e’ passata di moda, la sua stella scintillante ha perso brillantezza, ma lei e’ ancora li’ con le sue canzoni. Solo qualche giorno fa ha fatto tappa in Italia, esibendosi in un centro commerciale in provincia di Gorizia (anche i palchi sono cambiati), portando live il suo ultimo album gospel “Testimony”. La sua carriera come cantante inizia a meta’ degli anni Sessanta, ma e’ nel decennio successivo che riesce a sprigionare il ritmo e le atmosfere che diventano il suo marchio di fabbrica. Il primo successo arriva nel 1974 con la cover di Never Can Say Goodbye, un preludio all’esplosione solo un paio di anni dopo del fenomeno della disco music che scala le classifiche. L’anno dopo e’ la volta della cover di Reach Out I’ll Be There, dei The Four Tops.

Un altro successo. Ma il brano che la proiettera’ nell’olimpo delle star arrivera’ nel 1979: I Will Survive, incluso nell’album Love Tracks del 1978. E’ il grido di dolore e di speranza di una donna che sa di poter sopravvivere alla fine di un amore. Nelle sue mille vite, il brano diventera’ simbolo dell’emancipazione femminile e poi inno ufficioso della comunita’ gay. Ancora oggi, a distanza di 40 anni, la canzone sopravvive a se stessa. La carriera della Gaynor ruota tutta intorno a questo pugno di canzoni, riproposti all’infinito e in mille versioni diverse in film, serie, sigle. Il declino della disco music, e la sua incapacita’ di rinnovarsi e di evolversi, segnera’ inevitabilmente anche la carriera della cantante afroamericana. L’ultimo exploit nel 1983 con I Am What I Am. A meta’ degli anni Novanta decide di dedicarsi alla recitazione e compare nelle fiction The Wayans Bros., That ’70s Show, e Ally McBeal prima di esordire in uno spettacolo di Broadway dal titolo Smokey Joe’s Cafe. Si riavvicina poi agli studi di registrazione e nel 2002 pubblica un disco dopo oltre vent’anni: I Wish You Love. Entrambi i singoli estratti dall’album, Just Keep Thinking About You e I Never Knew, scalano le classifiche dance fino al primo posto. Il 19 settembre 2005 Gloria Gaynor e’ stata inserita nella Dance Music Hall of Fame, sia come cantante che per il singolo I Will Survive.

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Cultura

Canzone di libertà contro il virus, l’incasso agli ospedali di Napoli: parole e musiche sono dei fratelli Bennato

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Il compito di un artista è quello di raccontare la vita, restituendo emozioni attraverso le vibrazioni di voce e strumenti. I fratelli Bennato, Edoardo ed Eugenio, separati fisicamente ma uniti dalla musica, tornano insieme con “La realtà non può essere questa”, un inno alla vita nella sua fisicità e presenza, in un momento in cui il virtuale pare travolgere con forza ogni aspetto dell’esistenza. Le parole scritte da Eugenio sulla musica di Edoardo, descrivono la vita in questo tempo sospeso, con le contraddizioni di una rete che ci avvicina, annullando le distanze geografiche, ma che al tempo stesso rischia di trasformarsi nella nostra prigione. “La realtà non può essere questa” è una ballata classica in pieno stile bennatiano, con l’armonica e gli arpeggi di chitarra, che si avvicina per struttura a “Venderò”, “L’isola che non c’è” e “Pronti a salpare”. Un brano che parla di tutti noi e in cui tutti ci possiamo identificare: c’è la stanza, unico spazio abitato in questi mesi di clausura, la rete, il trionfo del virtuale. E il balcone, ultimo anelito di libertà e di contatto con il mondo esterno. I proventi del brano saranno devoluti all’Azienda Ospedaliera dei Colli di Napoli, impegnata in prima linea nella lotta al Covid-19.

Ci raccontate come nasce “La realtà non può essere questa”?

Edoardo: Io ed Eugenio siamo rimasti a casa, come tutti, ma in compagnia delle chitarre, nostre amiche fedeli. Io avevo questa ballata dylaniana e bennatiana, con armonica e arpeggio di chitarra. L’ho mandata ad Eugenio via mail ed è scattata una scintilla emotiva che l’ha portato a scrivere un testo bellissimo. Parla della realtà di questi mesi, della rete, che può essere protettiva ma al contempo diventare una prigione, dei balconi, punto di passaggio fra il chiuso delle stanze e il mondo esterno. E parla soprattutto delle chitarre che suonano da sole, con l’auspicio che in un futuro prossimo si possa tornare a suonare all’aperto, in mezzo alla gente. La musica è fantasia, trasmissione di energia propositiva, il nostro obiettivo è quello di trasmettere emozioni con la musica. 

Eugenio: La melodia di Edoardo ha suscitato in me queste immagini forti, che testimoniano la necessità di abbandonare tutto ciò che ha accompagnato la storia dell’uomo per secoli: l’incontro, la possibilità di comunicare in modo diretto. In questo senso il progresso digitale è senza dubbio il protagonista di questa storia, perché ha reso possibile la comunicazione virtuale, e di conseguenza ha reso possibile anche un provvedimento che non ha precedenti nella storia. Ho immaginato un musicista che si affaccia al balcone. Poi c’è un’altra immagine, contenuta non nel brano ma nel mio immaginario, che in qualche modo può rappresentare la lotta fra potere costituito e libertà individuale. Un ragazzo sta correndo lungo la spiaggia di Ostia. Ad un certo punto viene avvistato dalle forze dell’ordine, che gli vanno incontro cercando di bloccarlo. Il ragazzo incomincia a correre più forte e non riescono a prenderlo.

La rete da un lato avvicina annullando le distanze, dall’altro è una trappola in cui è facile restare invischiati. Vi spaventa la deriva di un mondo sempre più virtuale?

Edoardo: La ricerca scientifica e la tecnologia fanno parte dei sogni realizzati della famiglia umana. E’ chiaro che ci sono sempre pro e contro, la tecnologia deve essere al servizio dell’umanità, non viceversa. Nel testo si dice che la vita “canta la sua ribellione alla rete che diventa una prigione”. E’ la ribellione di correre più forte della schizofrenia della gente, della velocità della rete, e a volte anche dell’ordine costituito.

Eugenio: La tecnologia fa il suo corso e niente la può arrestare; il problema è legato a come viene utilizzata. Il potere economico tende a creare false necessità di tecnologie sempre più miniaturizzate; ogni sei mesi un iPhone diventa obsoleto e deve essere sostituito. La logica del profitto è molto pericolosa, non tiene conto della lentezza, del desiderio di farsi una passeggiata vicino al mare. Forse questa crisi ci può aprire gli occhi su questo problema.

Una riflessione sulla condizione della quarantena…

Edoardo: la parola quarantena mi faceva rabbrividire già tempo addietro, perché mi porta automaticamente a pensare a quell’isoletta al largo di Manhattan, in cui venivano isolati gli emigranti italiani che arrivavano in America all’inizio del secolo scorso. Pensavo che questa parola fosse stata eliminata dal nostro vocabolario, invece è riapparsa in modo implacabile, spettrale; però fa parte della nostra esperienza di vita vissuta. Potremo raccontare il periodo in cui l’umanità è stata costretta tutta in quarantena: sono i paradossi del cammino della famiglia umana.

Eugenio: La quarantena mi ha costretto qualche volta a guardare la televisione, che di solito non guardo mai. Nelle trasmissioni ci sono dibattiti di tutti i tipi, mi meraviglio che non si analizzi un fatto macroscopico avvenuto in Italia. Il rapporto fra le vittime in Campania e in Lombardia è di uno a quaranta, un dato eclatante. C’è da spiegare, attraverso la scienza e la statistica, come mai si sia verificato ciò, nonostante il lockdown si sia avuto in tutta Italia. In Lombardia però il Covid ha continuato ad infierire per due mesi, in Campania è stato contenuto. Senza alcuna rivendicazione campanilistica, è un dato di fatto che la scienza dovrebbe analizzare. 

Come avete vissuto questo periodo? Quali sensazioni avete provato in questo tempo sospeso?

Edoardo: C’è un aspetto che mi allarma. E’ dall’elaborazione dei dati e delle statistiche che si possono recuperare informazioni utili a rendere migliore il futuro. Ma questi dati non vengono analizzati né elaborati dalle istituzioni, è un segnale preoccupante. Sembra quasi che la gente comune sia stata costretta a pensare e a riflettere, ma le istituzioni no, o almeno non sembra che al momento ai piani alti abbiano le idee chiare sulla sanità e su altri problemi. C’è confusione, non si riesce a capire dai dati cosa è successo e cosa succederà.

Eugenio: Io ho provato un fortissimo desiderio di ritornare alla piazza, che per me, da musicista, è linfa vitale. Gli sguardi che si incrociano, le mani che vanno a tempo di musica. Questo è la cosa che mi manca di più in questo momento.

“Non basta vivere l’illusione di chitarre che suonano da sole nel silenzio di nessuna festa”, recita il testo della vostra canzone. Come immaginate la musica nel post-emergenza?

Edoardo: Credo che in questo momento l’attività dell’artista passi in secondo piano rispetto ad un problema fondamentale e prioritario, che è quello della salute collettiva. La situazione è schizofrenica, paradossale, speriamo che un miracolo di San Gennaro o di Sant’Ambrogio risolva il problema. Ci vuole soltanto un miracolo in questo momento e il cammino della salute umana va avanti anche a furia di miracoli.

Eugenio: Ci sono due possibilità: o la paura prevale e la gente stenta a ritornare in giro; oppure succede un fatto diverso, che già sto notando e che mi rincuora, cioè che ci sarà una grande voglia di ritornare a riabbracciarsi, addirittura superiore a prima. Ci muoviamo fra questi due poli estremi.

Com’è stato partecipare al concerto del Primo Maggio senza pubblico?

Edoardo: Non era il solito evento con decine di migliaia di ragazzi che arrivavano da tutta Italia per confrontarsi e stare insieme; è stato soltanto un appuntamento televisivo in cui ognuno suonava nel chiuso di una stanza. Il mio auspicio è che il prossimo Primo Maggio possa essere una festa collettiva in cui ci si incontra, si sta insieme, si balla a ritmo di musica.

Eugenio: Fino all’anno scorso, c’era grande contatto con la vita; questa volta c’era invece tanta tristezza, anche nelle scenografie. Io ed Edoardo abbiamo registrato in una stanza, gli altri in un teatro. Ma forse era meglio la nostra stanza, rispetto ad un teatro vuoto, che ha qualcosa di spettrale.

Vi rivedremo ancora insieme in futuro in qualche altro progetto?

Edoardo: Abbiamo imparato ad agire e reagire a seconda delle circostanze: la vita è sempre piena di imprevisti. Bisogna sempre essere attivi e propositivi, fronteggiando la situazione di ora in ora. Non sappiamo quando sarà possibile tornare a fare dei concerti, la situazione è molto confusa e noi ci muoviamo in base alle circostanze. Si naviga a vista.

Eugenio: Il primo progetto è quello di tornare alla musica live. Poi potrebbe anche darsi che a me e a Edoardo venga qualche altra idea. Non ci sono progetti precostituiti, ma la scintilla di un momento: Edoardo mi ha mandato la musica, io ho replicato con delle parole, ed è nata “La realtà non può essere questa”.

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Politica, musica e impegno sociale: compie 60 anni Bono Vox, icona rock globale

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E pensare che quando era un ragazzino e faceva parte di una gang di teppistelli di Dublino odiava quel soprannome, Bono Vox. Nessuno immaginava, in quell’epoca devastata dai “Troubles”, che con quel nome sarebbe salito sulla cima del mondo. Paul Hewison domani 10 maggio compira’ 60 anni, una tappa anagrafica che induce a guardare al tempo trascorso, considerando che nel frattempo il terzo genito Eli sta facendo una bella carriera come leader e frontman degli Inhaler finora senza alcun aiuto dal papa’ super star. In quella gang, i Lipton Village, tutti dovevano avere un soprannome: a Paul, che aveva perso presto la madre e gia’ si segnalava per una personalita’ incline alla ribellione, il nomignolo fu affibbiato da Fionan Hanvey, il miglior amico di Paul destinato a diventare Gavin Friday e a fondare i Virgin Prunes. A ispirarlo era stato un negozio di apparecchi acustici di Dublino, il “Bonavox”.

Solo dopo aver scoperto che in latino Bono Vox significava “bella voce” lo accetto’ come nome di battaglia. E’ chiaro che il destino guardava con occhio benevolo quel ragazzino. Il prossimo 20 ottobre gli U2 festeggeranno i quarant’anni dalla pubblicazione del loro primo album, “Boy”. Quattro decenni di musica di una delle piu’ importanti band della storia del Rock, guidata da un front man dal carisma impareggiabile, uno dei pochi capaci di assumere un ruolo da leader globale, in grado di dialogare con i Grandi della Terra, di richiamare l’attenzione sui temi piu’ importanti per la sopravvivenza del pianeta, di diventare quasi una guida spirituale. Bono e gli U2 sono un caso raro di gruppo nato alla provincia dell’impero, quando l’Irlanda, dilaniata dalla guerra civile, praticamente non esisteva sul mappamondo musicale, se non grazie ad alcune leggendarie eccezioni. Sono partiti senza un soldo con il classico furgone scalcagnato e hanno costruito un impero grazie al talento e al genio imprenditoriale del “quinto U2”, Paul McGuinness che e’ stato il loro manager dai giorni dei concertini fino al 2013. Fin dalle prime uscite era facile capire che gli U2 erano un gruppo fuori dal comune e che quel cantante era un fuoriclasse. Tra gli anni ’80 Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen sono stati “la Band”, hanno dominato la scena mondiale entrando di diritto nella Storia. Nella loro fase piu’ creativa sono stati capaci di aggiornarsi di continuo, di anticipare il futuro, di mettere in scena concerti che erano meravigliose macchine spettacolari in cui si mescolavano i linguaggi in un’integrazione perfetta quanto emozionante di intensita’ musicale e tecnologia.

E’ indiscutibile che gli U2 abbiano un suono che e’ un marchio di fabbrica ma e’ altrettanto indiscutibile che tutto acquista un significato diverso quando al centro della scena c’e’ un personaggio come Bono, un cantante fuori categoria, dotato di un falsetto proverbiale e di un pathos che appartiene solo agli eletti. Basta pensare alle canzoni piu’ famose, diventate negli anni inni per i fan di tutto il mondo: “Sunday Bloody Sunday”, “I Still Haven’t Found What I’m Looking For”, “With or Without You”, “Where The Streets Have No Name”, “One”, “Beautiful Day”, una sequenza impressionante quanto incompleta ma che rende bene l’idea del patrimonio musicale accumulato. E cio’ che forse conta ancora di piu’ e’ la credibilita’, perche’ oltre alla musica ci sono sempre stati l’impegno e i contenuti, anche quando gli U2 sono diventati un fenomeno di proporzioni globali, anche quando il ruolo di leader di Bono ha rischiato di farlo diventare retorico.

Le ultime uscite sono legate al Covid 19: la band ha donato 10 milioni di dollari al sistema sanitario irlandese, mentre Bono ha dedicato all’Italia la canzone “Let Your Love Be Known”, ricordando medici, infermieri e il personale in prima linea. La sua voce non poteva mancare in un momento come questo: l’ex teppistello di Dublino ha ancora molto da dire.

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L’addio a Little Richard, è stato uno dei padri del rock ‘n roll

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Ve lo ricordate quello  scat geniale, quell’urlo singhiozzante e carico di Swing che racchiude la furia e la gioia del Rock’n’ Roll, sillabe senza significato che compongono uno degli incipit di canzone piu’ famosi della storia? “Wop-bop-a-loo-mop-alop-bom-bom … Tutti frutti Aw Rutti”.

In questa sorta di formula magica si racchiude la vita di Little Richard, uno dei  Padri Rock’n’Roll. È morto a 87 anni. Un personaggio fuori da ogni schema, con una vena di pura follia, che, come tutti gli artisti di colore dell’epoca, ha sempre giustamente lottato contro il mancato riconoscimento del loro contributo alla nascita di quella nuova musica che ha cambiato il mondo. All’anagrafe di Macon, Georgia, era registrato come Richard Wayne Pennyman, ma fin da bambino il suo soprannome e’ stato Little Richard. Un’infanzia difficile in un ambiente religiosissimo che non lo ha protetto dagli atti di bullismo subiti per i suoi modi effeminati e la sua andatura sghemba provocata da una congenita differenza di lunghezza delle gambe.

Il piccolo Richard si e’ accostato alla musica in chiesa e ha fatto una dura gavetta musicale nel circuito della musica nera. La sua fortuna e’ cominciata quando e’ andato a registrare a New Orleans nel leggendario studio di Cosimo Matassa, uno dei santuari del Rock’n’Roll, per registrare con gli stessi musicisti di Fats Domino. Nel settembre del 1955 incide “Tutti Frutti” e cambia la storia. Quel brano, cosi’ carico degli umori piu’ potenti del Rhythm and Blues, e’ un successo immediato. Ma com’era abitudine nell’America segregata dell’epoca in cui la musica nera aveva una classifica a parte, il brano fu affidato a cantanti bianchi e cosi’ anche Little Richard fu colpito dalla nemesi di Elvis: una volta inciso da “The King” per il pubblico “Tutti Frutti” divento’ un brano di Elvis. Come per altri padri del Rock’n’Roll, come Fats Domino o Jerry Lee Lewis, il periodo d’oro di Little Richard e’ a cavallo tra gli anni ’50 e ’60: incide capolavori come “Long Tall Sally”, “Slippin’ and Slidin'”, “Good Golly Miss Molly”: il suo stile era unico.

Suonava il piano con furia, aveva un look eccessivo ed ambiguo che ha fatto da modello per generazioni, cantava con un tono acutissimo, come se fosse sempre sull’orlo di una di quelle crisi che travolgono le donne delle cerimonie gospel, esibiva la sua ambiguita’ sessuale. Una figura dirompente con una carica erotica disturbante per l’America puritana dell’epoca. Sui suoi brani e’ stato costruito l’edificio del Rock’n’Roll ma anche Little Richardnon ha avuto quello che meritava. A complicarsi la vita ci ha pensato anche da solo, soprattutto dopo essere diventato un divo. Crisi religiose che lo hanno portato a lasciare la musica, abusi di droga, una vita sessuale piuttosto complicata che gli ha dato anche qualche problema con la Giustizia. Ha contribuito a inventare il Rock’n’Roll ma non ha saputo adeguarsi ai tempi che cambiavano, anche se le sue intuizioni sono state decisive per gli sviluppi futuri della musica Black.

Una vita costellata di incontri, follie, episodi incredibili: fare con lui un discorso coerente non era facile. La sua voce si impennava in una risata inquietante come quando, ai tempi in cui arrivo’ a Roma come ospite del “Fantastico” di Celentano, e ammise la verita’ su uno degli errori piu’ clamorosi della sua carriera di band leader: il licenziamento di Jimi Hendrix. “La verita’ e’ che ero geloso: mi rubava la scena, avevo capito subito che un genio”. Risata. All’epoca, Jimi, che era ancora un oscuro session man in cerca di gloria, aveva raccontato una versione molto piu’ prosaica: non aveva ricevuto il compenso pattuito. Molti soldi, pare, gli arrivarono da Michael Jackson che, come aveva fatto per quelle dei Beatles, si era comprato i diritti delle sue canzoni. Nonostante gli eccessi e i clamorosi Up and Down della sua vita leggendaria (raccontava che in una delle sue conversioni butto’ in un lago tutti i suoi gioielli) ha continuato ad esibirsi fino a poco tempo fa, anche se aveva qualche problema di salute. Con Little Richard se ne va un altro dei padri fondatori del Rock’n’Roll, un artista che ha scritto la colonna sonora di un’epoca in cui la musica annunciava al mondo che usciva dalla guerra che i giovani erano i nuovi protagonisti della societa’. E che, nella sua follia, e’ stato anche uno dei primi ad aver intuito la potenza dell’immagine.

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