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Giornalisti: morto Valerio Mennini, aveva solo 52 anni

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E’ morto stamani presso la clinica Villa Donatello di Firenze, il giornalista Valerio Mennini, ucciso da una malattia contro cui lottava da tempo. Aveva appena compiuto 52 anni, lascia due figli, la madre e il fratello Bernardo Mennini presidente di Atam e coordinatore provinciale di Forza Italia ad Arezzo. Originario di Cortona (Arezzo), Mennini viveva a Firenze con la famiglia. Da alcuni anni Valerio Mennini era rimasto vedovo a causa della prematura scomparsa della moglie. Mennini aveva mosso i primi passi nel mondo del giornalismo a La Nazione di Arezzo, prima con le corrispondenze da Cortona, dove peraltro viveva il padre Spartaco Mennini, grande amico del presidente francese Francois Mitterand e uno dei punti di riferimento della cittadina etrusca, e poi anche allargando il suo contributo all’intera realta’ aretina. Successivamente passo’ a Il Giornale della Toscana dove ricopri’ ruoli di responsabilita’ nella redazione. Negli ultimi anni lavorava nel mondo della cooperazione sociale e dell’assistenza. I colleghi lo ricordano per la sua disponibilita’ e la cordialita’ che usava nel suo approccio con gli altri. La salma arrivera’ domani mattina alla sede della Croce Bianca di Arezzo, poi sara’ cremata.

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Traffico droga con base porto Gioia Tauro, 36 arresti: camorra e ‘ndrangheta a braccetto

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Il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, ha voluto sottolineare l’estraneita’ del sistema portuale di Gioia Tauro all’indagine, ma resta il fatto che la struttura, tra i piu’ importanti scali transhipment a livello europeo, e’ ancora una volta al centro di un’inchiesta di ‘ndrangheta che ha portato all’arresto, stavolta, di 36 persone. Il che conferma il forte interesse delle organizzazioni criminali non soltanto calabresi alla grande struttura portuale gioiese, al centro dei loro interessi nel traffico internazionale di cocaina. L’indagine e’ stata condotta dal Nucleo di polizia economica finanziaria di Reggio Calabria e dal Gico e ha riguardato, oltre alla Calabria, la Campania, la Lombardia, il Lazio, Puglia, l’Umbria, il Veneto e il Piemonte. Delle 36 persone coinvolte, 34 sono finite in carcere, mentre due hanno avuto i domiciliari. Sono tutti accusati di avere gestito un traffico internazionale di droga che avrebbe avuto la sua base logistica proprio nel porto di Gioia Tauro. Tra gli arrestati c’e’ un funzionario dell’ufficio dell’Agenzia delle dogane istituito nello stesso scalo portuale gioiese. Quello stesso ufficio che in passato ha collaborato innumerevoli volte con la Guardia di finanza in occasione dei tanti sequestri di sostanza stupefacente effettuati nel porto. Il funzionario, Pasquale Sergio, di 61 anni, e’ accusato, in particolare, di avere alterato il risultato del controllo effettuato tramite scanner, al quale era addetto proprio lo stesso Sergio, su un container in transito nel porto in cui erano nascosti trecento chili di cocaina, attestandone falsamente la regolarita’. In cambio della sua complicita’, il funzionario avrebbe percepito una somma pari al 3% del valore dello stupefacente che era custodito nel container, stimato in quasi nove milioni di euro. A carico di Bruno e’ anche scattato il sequestro di beni per un valore di 261 mila euro. Sequestro che s’inserisce in quello piu’ generale disposto dal Gip, su richiesta della Dda, nell’ambito dell’inchiesta, che riguarda beni mobili ed immobili il cui valore ammonta a sette milioni di euro, tra cui il patrimonio aziendale di due imprese del settore dei trasporti. Nel corso dell’indagine, inoltre, la Guardia di finanza ha sequestrato oltre quattro tonnellate di cocaina, per un valore al dettaglio di circa 800 milioni di euro. Nell’elenco degli arrestati figurano 14 operatori che svolgevano la loro attivita’ nel porto. Si tratta di dipendenti delle imprese che lavorano all’interno dello scalo e della Mct, la societa’ che gestisce il terminal. Una delle ordinanze di custodia cautelare, inoltre, e’ stata notificata in carcere, perche’ gia’ detenuto, a Raffaele Imperiale, di 48 anni, di Castellammare di Stabia (Napoli), considerato uno dei piu’ importanti trafficanti di cocaina a livello mondiale. Imperiale, che sta scontando una condanna definitiva ad otto anni e quattro mesi di reclusione per traffico di droga, e’ noto alle cronache giudiziarie con il soprannome di “boss dei Van Gogh” perche’ nel 2016 fu trovato in possesso di due quadri del pittore olandese rubati nel 2002 ad Amsterdam ed il cui valore fu stimato in 130 milioni di euro. Nell’inchiesta sono coinvolti altri tre presunti narcotrafficanti internazionali di droga, Antonio e Bartolo Bruzzaniti, di 39 e 47 anni, originari della Locride, e Bruno Carbone, di 45, napoletano.

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Riscaldamento, temperatura più bassa e per meno tempo

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Quindici giorni in meno, riduzione di un grado della temperatura e di un’ora al giorno per il riscaldamento quest’inverno. Eccezione pero’ per ospedali, asili, piscine, saune e alcune attivita’ industriali e artigianali a cui i Comuni “abbiano gia’ concesso deroghe ai limiti di temperatura, oltre che agli edifici dotati di impianti alimentati in prevalenza a energie rinnovabili”, fa sapere il ministero della Transizione ecologica (Mite) nel comunicare che il ministro Roberto Cingolani ha firmato il Decreto che definisce “i nuovi limiti temporali di esercizio degli impianti termici di climatizzazione alimentati a gas naturale”. Queste tre misure, secondo la stima dell’Enea, farebbero risparmiare 2,7 miliardi di metri cubi di gas. Il caro-bollette, che sta colpendo famiglie e imprese, mobilita i Comuni, con i sindaci pronti a chiedere al prossimo Governo fino a un miliardo di euro per non mandare in default i bilanci amministrativi. Intanto, il numero uno di Eni, Claudio Descalzi, rassicura sulle scorte: il gas e’ sufficiente, salvo ci fossero incidenti tecnici, come ad esempio un guasto o una rottura a un impianto, che riguardano i paesi fornitori o un freddo particolamente rigido. Comunque, “la crisi dei prezzi non si risolvera’ entro il 2023: ci vorranno almeno tre anni”, sentenzia il presidente di Nomisma Energia, in una intervista al settimanale “The Post internazionale” spiegando che “imporre un tetto al prezzo del gas e’ impossibile e inutile” e che “l’unica via possibile e’ quella del sostegno diretto dei governi a imprese e famiglie”. Ma di base, “senza gas e senza combustibili ed energia di derivazione fossile non ce la possiamo fare in nessun caso”. Ma intanto, per ora, c’e’ il Piano di riduzione dei consumi di gas naturale previsto dal Mite con questo decreto che posticipa di 8 giorni la data di accensione dei termosifoni e anticipa di 7 giorni lo spegnimento. Date che variano a seconda delle sei zone climatiche individuate in Italia. Per cui a Milano anziche’ il 15 ottobre il riscaldamento partira’ il 22 e sara’ spento il 7 aprile anziche’ il 15; a Roma, invece, il riscaldamento previsto dal primo novembre fino al 15 aprile sara’ dall’8 novembre al 7 aprile. La temperatura nelle abitazioni, che e’ fissata a 20 gradi per convenzione, dovra’ scendere a 19. L’Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), che ha fornito al ministero le valutazioni per il risparmio energetico, pubblichera’ un vademecum con le indicazioni essenziali per impostare correttamente la temperatura di riscaldamento che gli amministratori di condominio potranno rendere disponibile ai condomini. In presenza di “situazioni climatiche particolarmente severe”, avverte il Mite, i Comuni possono autorizzare l’accensione degli impianti termici alimentati a gas anche al di fuori dei periodi indicati dal decreto, purche’ per una durata giornaliera ridotta”. E proprio i Comuni sono pronti a chiedere al prossimo governo 200 milioni da inserire nel dl Aiuti quater, e poi 800 milioni in legge di bilancio che potranno valere anche per il 2023 per le situazioni piu’ critiche dei bilanci comunali, ha spiegato il delegato alla finanza locale dell’Anci, Alessandro Canelli annunciando “un pacchetto di misure anche tecnico-contabili per fermare il calo delle entrate dei comuni previsto per il 2023 e per far fronte al perdurare dell’incremento dei costi energetici”.

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La casa-museo di Giuseppe Verdi chiude, sarà venduta

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Chiude il museo di Villa Sant’Agata, la residenza nella quale abito’ il compositore Giuseppe Verdi per circa cinquant’anni. Chi la occupa attualmente e gestisce anche la piccola ma visitatissima struttura museale, cioe’ Angiolo Carrara Verdi, discendente diretto del Cigno, e’ stato “sfrattato” per decisione della giustizia civile che ha messo fine ad una battaglia legale, tra fratelli, durata 20 anni. Domenica 30 ottobre sara’ l’ultimo giorno di apertura del museo. La Corte di Cassazione ha infatti deciso che l’eredita’ di Alberto Carrara Verdi, scomparso nel 2001, deve essere divisa tra i figli in parti uguali (Maria Mercedes, Ludovica, Angiolo ed Emanuela, quest’ultima deceduta nel 2020). Ma siccome nessuno dei tre e’ in grado di rilevare le quote dell’altro, la casa-museo dovra’ essere messa in vendita. “Devo lasciare l’abitazione che ho tutelato e salvaguardato per 53 anni – annuncia amaramente oggi sul quotidiano Liberta’ di Piacenza Angiolo Carrara Verdi – quando sono tornato, dopo la morte di mia madre, ho rilevato tutte le quote della parte museale. Per me villa e museo non sono mai state due entita’ separate. E dato che non posso piu’ abitare a Sant’Agata, non posso nemmeno piu’ occuparmi del museo. Liquidero’ la societa’”. Museo dunque chiuso, anche se per legge c’e’ un vincolo di visitabilita’ del bene che diventera’ ora un onere del giudice o di chi subentrera’. “Il Tribunale probabilmente inviera’ un custode o un notaio che la possa tutelare – conclude l’erede di Giuseppe Verdi – mi auguro solo che qualcuno intervenga, colga l’attimo per l’acquisto, perche’ la paura e’ che rimanga abbandonata a se stessa. Speriamo ci si qualche filantropo, o lo Stato stesso che ha diritto di prelazione, che eviti succeda”. Contro questo sfratto intervengono oggi in parecchi, a partire da Luciana Dallari, presidente dell’associazione Le Verdissime.com, gruppo al femminile impegnato a diffondere la musica del Cigno, che sottolinea come il “subordinare a una mera questione di eredita’ tra fratelli la casa di Giuseppe Verdi sia assurdo, non si puo’ (RPT) pensare che venga venduta magari a un russo, un coreano, un cinese o un americano”. Il consigliere regionale Giancarlo Tagliaferri (FdI), dal canto suo, interroga il presidente Stefano Bonaccini su come la Regione di attivera’ “affinche’ la Villa e il museo non cadano nel dimenticatoio” mentre il sindaco di Villanova Romano Freddi, infine, ricorda di aver scritto gia’ nel giugno scorso al Ministero della cultura e all’allora ministro Dario Franceschini senza ottenere risposta. “In quella lettera – spiega – paventavo quello che ora sta accadendo, con la chiusura del museo e il probabile avvio di un’asta”. La proprieta’ in comune di Villanova venne acquisita da Giuseppe Verdi nel 1848, (RPT) dopo di che il maestro, decise di costruire la villa che fu completata nel 1880. Originariamente, la casa fu acquistata per i genitori dal compositore, Carlo Verdi e Luigia Uttini, messi nella villa di Sant’Agata per volonta’ del maestro, ma dopo la morte di sua madre, il padre torno’ a vivere a Busseto. Verdi e Giuseppina Strepponi, cantante d’opera con la quale visse da allora prima di sposarsi nel 1859, si stabilirono a Sant’Agata nel 1851. Verdi fece aggiungere due ali alla costruzione originale, completando il tutto con una imponente terrazza sulla facciata, le serre, una cappella e la rimessa per le carrozze sul retro. Verdi e Giuseppina dedicarono molto tempo per l’espansione del parco.

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