Musica
Gigi D’Alessio torna con “Noi Due”, un album con molti duetti: spazzati via anni di razzismo culturale e ghettizzazioni

Gigi D’Alessio è felice. Esce “Noi due”, il suo nuovo album. La data prevista è venerdì 18 ottobre. Un disco nuovo dopo 27 anni di carriera e 26 milioni di dischi già venduti”. Questo lavoro discografico è però una novità assoluta. Molti artisti italiani entrano nel suo mondo. Nel disco, infatti, ci sono i duetti con Fiorella Mannoia, Giusy Ferreri e gli esponenti del rap Guè Pequeno, Emis Killa e Luchè. Il tutto, “rimodernando le mie sonorità”. Il tutto, senza snaturarsi ma cimentandosi in autentiche sfide. La prima, quella con Fiorella Mannoia: “Lessi un’intervista nella quale diceva che aveva sempre cantato brani di grandi cantautori, ma se pure le avessero portato una bella canzone D’Alessio l’avrebbe eseguita. L’ho presa come sfida. Ho scritto ‘L’ammore’ in macchina fra Roma e Milano. Sono andato da Fiorella, gliel’ho fatta sentire e si è commossa. A quel punto ho voluto anche cantarla con lei”. Con il mondo del rap, invece, la sfida è stata di un altro tipo: “Volevo far entrare i rapper nel mio mondo. L’esperimento è stato aprirmi per farli entrare. Io sono sempre stato molto aperto alle collaborazioni, ma era più facile all’estero perchè in Italia dovevo combattere un pregiudizio nell’ambiente. Con questo disco, finalmente, riesco ad aprirmi al mondo. E’ sempre stato più semplice all’estero, per questo per me questo album è una dimostrazione di affetto dei miei colleghi italiani. E’ la prima volta che posso permettermi di dire: hai visto quante persone hanno cantato con me?”.

La domanda che tutti gli fanno è scontata, quasi banale: perchè nell’album non c’è Anna Tatangelo, sua compagna nella vita? “Altrimenti ce la cantiamo e ce la suoniamo sempre noi. Rischi di diventare come Al Bano e Romina. Noi non siamo nati come coppia nella musica. Se ti vedono sempre insieme rischi di diventare un duo e non vogliamo”. Anche per evitare un altro pregiudizio, visto che tanti già D’Alessio ne ha subiti in passato: “Se nasci da Roma in su sei un cantautore, se nasci a Napoli sei neomelodico. È razzismo culturale, è ghettizzare quel mondo. Venti anni fa a Sanremo fu quasi uno scandalo una mia frase in napoletano in ‘Non dirgli mai’. Me la volevano far togliere, ma poi in diretta la cantai lo stesso. E ora, dopo 20 anni, mi chiedono perchè non canto di più in napoletano. Sono contento che la lingua sia stata sdoganata anche nella musica pop”. Tanto che i concerti di Gigi D’Alessio con Nino D’Angelo ‘Figli di un re minore’ sono stati un tale successo da portare a tre repliche: Napoli il 26 dicembre, Milano il 20 gennaio e Roma il 24 gennaio. In attesa, dal 29 novembre il cantautore sarà su Rai1 per tre settimane con il programma, insieme a Vanessa Incontrada, ‘Vent’anni che siamo italiani’.
Musica
È morta Dolly Parton, la regina del country che unì l’America
Dolly Parton è morta a Nashville all’età di 80 anni. Cantante, autrice, attrice, imprenditrice e filantropa, ha attraversato oltre sessant’anni di cultura americana diventando la regina indiscussa del country.
Dolly Parton è morta a Nashville all’età di 80 anni. La notizia è stata annunciata dal nipote Bryan Seaver, che per oltre vent’anni era stato anche il responsabile della sua sicurezza, attraverso un video pubblicato sui profili social ufficiali della cantante. La causa del decesso non è stata resa nota.
La regina del country aveva attraversato un anno difficile, segnato da problemi di salute mai chiariti completamente. Aveva rinviato la sua residenza al Caesars Palace di Las Vegas e cancellato alcune apparizioni pubbliche, rassicurando però i fan con l’ironia che l’aveva accompagnata per tutta la vita.
Dalla povertà al successo mondiale
Nata il 19 gennaio 1946 in una famiglia poverissima del Tennessee, quarta di dodici figli, Dolly Rebecca Parton trasformò le proprie radici negli Appalachi in una delle più straordinarie storie di riscatto della cultura americana.
Canzoni come Coat of Many Colors e My Tennessee Mountain Home raccontavano senza retorica la povertà, la famiglia e il desiderio di trovare una strada diversa. Con Jolene, 9 to 5 e I Will Always Love You superò i confini della musica country, diventando un’artista universale.
Scrisse circa tremila canzoni, interpretate anche da Tina Turner, Merle Haggard, Norah Jones e White Stripes. La versione di I Will Always Love You cantata da Whitney Houston nel film The Bodyguard divenne uno dei singoli di maggior successo della storia.
Attrice, imprenditrice e filantropa
Parton fu anche attrice, produttrice, scrittrice e imprenditrice. Nel 2022 pubblicò con James Patterson il romanzo Run, Rose, Run. Al cinema recitò in film come Dalle 9 alle 5… orario continuato e Fiori d’acciaio.
Costruì intorno alla propria immagine un impero economico, del quale Dollywood, il parco tematico realizzato ai piedi delle Great Smoky Mountains, è il simbolo più conosciuto.
La sua attività filantropica ebbe al centro soprattutto l’istruzione. Attraverso la Imagination Library fece distribuire gratuitamente centinaia di milioni di libri ai bambini. Durante la pandemia donò un milione di dollari alla Vanderbilt University per sostenere una ricerca che contribuì allo sviluppo del vaccino Moderna.
L’amore con Carl Dean
Per quasi sessant’anni condivise la vita con Carl Dean, imprenditore riservatissimo incontrato quando lei aveva 18 anni. I due si sposarono nel 1966 e rimasero insieme fino alla morte di lui, avvenuta nel marzo 2025.
Dean preferì sempre restare lontano dalla notorietà della moglie. Una cassiera dai capelli rossi che aveva mostrato interesse per lui contribuì però a ispirare la gelosia raccontata in Jolene; il nome della protagonista proveniva invece da una giovane fan incontrata dalla cantante.
L’omaggio di Trump
Dolly Parton riuscì a essere amata da un’America profondamente divisa, senza trasformarsi in una bandiera politica. Aveva rifiutato in due occasioni la Medaglia presidenziale della Libertà offertale durante il primo mandato di Donald Trump, spiegando che le circostanze personali le avevano impedito di accettarla.
Dopo la sua morte Trump ha annunciato che le bandiere statunitensi saranno abbassate a mezz’asta per una settimana: «Non c’è mai stata, né mai ci sarà, un’altra come lei».
Dietro i capelli cotonati, gli abiti scintillanti e l’autoironia c’era un’artista consapevole di avere trasformato gli stereotipi in una forma di potere. «Sotto i capelli c’è un cervello, sotto il seno c’è un cuore e sotto tutto il resto c’è il talento», disse una volta. È probabilmente il ritratto più autentico che Dolly Parton abbia lasciato di se stessa.
In Evidenza
Gisèle esiste davvero? Il tormentone sospeso riapre il caso della musica creata dall’AI
Dimanche Midi Pile di Gisèle viene sospesa dalla radio e resta fuori dalle classifiche per i dubbi sull’uso dell’AI. Fimi introduce nuovi criteri, mentre Spotify prepara l’etichetta “AI Persona” e limita le raccomandazioni automatiche.
In Evidenza
Mogol, novant’anni di emozioni
Giulio Rapetti Mogol compie 90 anni il 17 agosto. Dalle prime canzoni alla straordinaria collaborazione con Lucio Battisti, la storia dell’autore che ha cambiato il linguaggio della musica italiana.
Giulio Rapetti, per tutti Mogol, si prepara a spegnere il 17 agosto novanta candeline. Un traguardo anagrafico che racconta solo in parte la vita di un uomo capace di attraversare almeno sei decenni di musica italiana, trasformando amori, inquietudini, speranze e piccoli gesti quotidiani in parole entrate nella memoria collettiva.
«La vita volevo viverla pienamente, tuffandomi in ogni situazione senza paura», ha raccontato presentando la sua autobiografia Senza paura. La mia vita, pubblicata da Salani. Per Mogol vivere significa ancora «gioire», considerare ogni giorno come un’avventura e il tempo come un regalo da riempire.
I numeri di una carriera straordinaria
Sul palco del Festival di Sanremo 2026, dove ha ricevuto il Premio alla carriera Città di Sanremo, Mogol ha ricordato di avere depositato 1.776 canzoni alla Siae e di aver venduto, attraverso le opere che portano la sua firma, 523 milioni di dischi nel mondo. Numeri riferiti dallo stesso autore che restituiscono comunque le dimensioni di una carriera difficilmente confrontabile con quella di qualsiasi altro paroliere italiano. Carlo Conti lo ha presentato come «la storia della musica italiana», mentre il pubblico dell’Ariston gli ha tributato una lunga standing ovation. ANSA
Mogol non ha semplicemente scritto canzoni. Ha contribuito a cambiare il linguaggio della musica popolare italiana, portando nei testi immagini, dialoghi, frammenti di vita e sentimenti raccontati con parole apparentemente semplici. Una semplicità costruita, capace di arrivare direttamente alle persone e di rimanervi per decenni.
La musica nel destino
Mogol, nato a Milano il 17 agosto 1936, è cresciuto dentro la musica. Suo padre Mariano Rapetti era un dirigente della casa discografica Ricordi e, con lo pseudonimo Calibi, aveva ottenuto successo come paroliere negli anni Cinquanta.
Giulio entrò giovanissimo alla Ricordi e nel 1959 scelse lo pseudonimo Mogol, diventato nel tempo così identificativo da poter essere aggiunto legalmente al cognome. Il suo primo testo pubblicato fu Briciole di baci, composto con Carlo Donida e interpretato nel 1960 da Mina. Soltanto un anno dopo arrivò la vittoria al Festival di Sanremo con Al di là, cantata da Betty Curtis.
Negli anni Sessanta firmò una successione impressionante di successi: Una lacrima sul viso, Se piangi, se ridi, La spada nel cuore, 29 settembre, Io ho in mente te, Senza luce, Sognando la California, Il Paradiso, A chi, Riderà, Ma che colpa abbiamo noi ed E la pioggia che va.
L’esibizione sanremese di Bobby Solo con Una lacrima sul viso passò anche alla storia come il primo caso di playback al Festival: il cantante, colpito da una forte infiammazione alla gola, non poteva eseguire il brano dal vivo.
Da Bob Dylan a David Bowie
Mogol lavorò anche sulle versioni italiane di grandi successi internazionali. Tradusse o adattò alcuni brani di Bob Dylan: Blowin’ in the Wind diventò La risposta è caduta nel vento, cantata da Luigi Tenco; Mr. Tambourine Man si trasformò in Mister Tamburino per Don Backy; Like a Rolling Stone divenne Come una pietra che rotola, interpretata da Gianni Pettenati.
Celebre, soprattutto per la sua assoluta libertà rispetto all’originale, rimane la versione italiana di Space Oddity di David Bowie. In Ragazzo solo, ragazza sola, pubblicata nel 1970, scompaiono Major Tom, la navicella e il viaggio nello spazio. Al loro posto Mogol costruì la storia della fine di un amore, utilizzando la melodia di Bowie per raccontare tutt’altro universo.
L’incontro decisivo con Lucio Battisti
Tutto cambiò con Lucio Battisti. Dalla loro collaborazione nacque uno dei sodalizi più importanti e fortunati della storia musicale italiana. Mogol intuì immediatamente il talento di quel giovane autore dalla voce insolita e contribuì a convincerlo a interpretare personalmente le proprie canzoni, superando le resistenze di un’industria discografica che inizialmente non lo considerava un cantante adatto al grande pubblico.
Da quell’incontro nacquero Emozioni, Il mio canto libero, Acqua azzurra, acqua chiara, I giardini di marzo, La canzone del sole, Pensieri e parole, Ancora tu, Sì, viaggiare e Con il nastro rosa. Canzoni che hanno resistito alle mode, diventando parte del lessico sentimentale degli italiani.
Insieme fondarono anche l’etichetta Numero Uno. Mogol scriveva le parole e Battisti le trasformava in musica, ma la divisione dei compiti era meno rigida di quanto potesse apparire: tra i due esisteva un continuo confronto creativo, alimentato da viaggi, discussioni e lunghe giornate trascorse a cercare la soluzione più naturale.
La separazione e il rimpianto
Il rapporto si interruppe nel 1980, sullo sfondo di divergenze economiche e artistiche. Battisti imboccò una strada musicale più sperimentale e si ritirò progressivamente dalla vita pubblica; Mogol continuò a scrivere per altri interpreti.
Negli anni successivi non mancarono polemiche e controversie giudiziarie sulla gestione del repertorio. Nel 2016 il Tribunale di Milano condannò la società Edizioni Musicali Acqua Azzurra, controllata dalla vedova di Battisti, a riconoscere a Mogol circa 2,6 milioni di euro. I giudici esclusero invece una responsabilità personale della donna.
Avvicinandosi ai novant’anni, Mogol ha riconosciuto anche il peso di ciò che non è riuscito a fare: riconciliarsi con Battisti prima della sua morte. Un rimpianto che non cancella la grandezza di quello che costruirono insieme, ma restituisce al mito una dimensione profondamente umana.
Le altre grandi collaborazioni
Dopo Battisti, Mogol continuò a ottenere successi. Con Riccardo Cocciante firmò, tra le altre, Cervo a primavera e Se stiamo insieme, vincitrice del Festival di Sanremo del 1991. Collaborò con Mango per brani come Oro e Come Monna Lisa e con Gianni Bella per il repertorio di Adriano Celentano, compreso l’album Io non so parlar d’amore. Nel corso degli anni ha lavorato anche con Gigi D’Alessio, Patty Pravo e Ornella Vanoni.
È stato tra i fondatori della Nazionale italiana cantanti e ha creato in Umbria il CET, il Centro europeo di Toscolano, dedicato alla formazione di autori, compositori e interpreti. Un modo per trasmettere alle nuove generazioni quanto imparato in una vita trascorsa a cercare le parole giuste.
Le polemiche e il rifiuto delle etichette
Il premio alla carriera ricevuto a Sanremo ha riacceso anche alcune vecchie controversie. Don Backy è tornato a rivendicare la paternità quasi integrale de L’immensità, sostenendo che Mogol sarebbe intervenuto soltanto su tre parole. Una versione contestata che appartiene a una disputa mai definitivamente sopita tra i protagonisti della canzone italiana.
Ha provocato polemiche anche il trasferimento da Sanremo a Roma di Mogol e della moglie a bordo di un elicottero dei Vigili del fuoco, autorizzato dal ministero dell’Interno. Il paroliere ha difeso il viaggio, mentre le opposizioni hanno chiesto chiarimenti sull’impiego di un mezzo pubblico destinato alle attività di soccorso.
Spesso considerato vicino alla destra, anche per le parole di apprezzamento rivolte a Giorgia Meloni e per la nomina a consigliere per la cultura popolare decisa dall’allora ministro Gennaro Sangiuliano, Mogol ha sempre respinto le definizioni politiche: «La musica non ha colore».
A novant’anni restano le canzoni. Quelle che attraversano il tempo, cambiano voce e interprete, ma continuano a raccontare emozioni nelle quali milioni di persone riconoscono un frammento della propria vita. Tu chiamale, se vuoi, Mogol.


