Cronache
Gianna Fratta: «Chiamatemi Maestra». La direttrice d’orchestra che ha rotto tutti i soffitti di cristallo
Nell’intervista al Corriere della Sera, la direttrice d’orchestra Gianna Fratta rivendica il ruolo delle donne nella musica, critica le modalità della nomina di Beatrice Venezi alla Fenice e racconta la sua carriera fuori dagli schemi.
«Maestra, perché sono una donna». Gianna Fratta non ha dubbi nel definire se stessa e il proprio ruolo nella musica. Direttrice d’orchestra, 52 anni, nata a Erba e oggi cittadina del mondo, ha rotto più di un soffitto di cristallo: prima donna alla guida dei Berliner Symphoniker, dell’Orchestra dell’Opera di Roma e del concerto di Natale al Senato. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, parla con lucidità del suo percorso, delle difficoltà e dell’idea di professionalità in un settore ancora segnato da forti squilibri.
«Ho sei lauree, mi servono tutte»
Fratta ha conseguito sei lauree: giurisprudenza, discipline musicali, pianoforte, composizione, musica corale e direzione d’orchestra. Una formazione vasta, costruita per scelta e necessità. «Il diritto mi è utile per bandi, fondi, organizzazione», spiega. Un esempio di come la multidisciplinarità sia spesso decisiva nelle carriere artistiche contemporanee.
La scarsa presenza femminile nei vertici lirici
In Italia, ricorda Fratta, solo due enti lirici sono diretti da donne: il Comunale di Bologna con Elisabetta Riva e l’Arena di Verona con Cecilia Gasdia. «Le competenze ci sono», dice la direttrice, «ma le donne restano grandi assenti». Un’assenza strutturale, non frutto di mancanza di talento.
Il caso Venezi e la Fenice: «Serve rispetto per il ruolo»
Sulla nomina di Beatrice Venezi alla direzione musicale della Fenice, Fratta è netta: il problema non è il genere, ma il metodo. «L’orchestra non è stata coinvolta». E aggiunge: «Non chiameresti mai Muti “ragazzo di 35 anni”. L’uso delle parole conta». Una critica rivolta al modo in cui la politica e le istituzioni hanno presentato la nuova direttrice: «Bisogna chiamarla Maestra».
Dalle prime prove a Berlino al talento riconosciuto
Fratta ricorda l’emozione della prima direzione a Berlino, a meno di trent’anni. Nel camerino, alla pausa, bussarono alla porta: «Temevo fosse un rimprovero, era un invito per un caffè». Segno che il talento, anche quando inatteso, può essere riconosciuto subito.
Il direttore come figura intellettuale
Per Fratta, dirigere non è solo tecnica: «Non si può dirigere Beethoven senza aver letto Kant». Il rapporto tra musica e pensiero, dice, è imprescindibile. Ogni direttore deve essere un riferimento culturale oltre che musicale.
Allenamento, disciplina e un parallelo con gli sportivi
La direttrice paragona la vita dei musicisti a quella degli atleti: ore di studio quotidiano, attenzione al gesto, precisione assoluta. «Se non suono un giorno me ne accorgo io, se non suono due se ne accorgono tutti», cita Paganini.
Dall’Italia alla Corea: una carriera internazionale
Fratta ha insegnato sette anni in Corea del Sud e ha diretto due volte in Corea del Nord. «Noi europei siamo spesso europocentrici», afferma. «Loro studiano la loro cultura e la nostra, e hanno opportunità globali».
Le emozioni più forti: dal Senato a Kiev
Tra i momenti più intensi cita il concerto al Senato del 2016: «Era un riconoscimento istituzionale al cammino delle donne». Un ricordo più doloroso riguarda Kiev, dove ha diretto poco prima dell’invasione russa: «Molti musicisti sono poi stati chiamati al fronte. Molti sono morti».
Artisti russi, politica e responsabilità
Fratta distingue tra chi sostiene apertamente un regime e chi no: «Gergiev è un direttore del regime, condivisi la decisione sul suo caso. Ma molti artisti russi non devono pagare colpe che non hanno».
Bernstein e Beethoven: i riferimenti assoluti
Tra i grandi direttori, Fratta cita Leonard Bernstein: «Incarnazione della musica». Se potesse parlare con un compositore, sceglierebbe Beethoven: «Mi affascina il suo rapporto con la sordità».
Gli esercizi di libertà secondo Fratta
Il 29 novembre sarà al Festival Pazza Idea. E conclude con una riflessione: «L’esercizio di libertà è anche dire cose che potrebbero nuocermi. Rifiutare scorciatoie, raccomandazioni, scegliere la trasparenza. È un allenamento quotidiano».
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