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Giallo sulla morte del leader jihadista al-Jolani

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L’uomo del momento in Medio Oriente è morto. Abu Mohammad al-Jolani, leader della Hayat Tahrir al-Sham (Hts) che ha conquistato Aleppo e gran parte del nord della Siria in un lampo cogliendo impreparata non solo Damasco, ma anche Mosca e Teheran, sarebbe rimasto ucciso in un bombardamento russo. Almeno così dicono alcuni media. Ma molte ore dopo la ‘breaking news’, apparentemente partita dal profilo X del governo libanese, non c’è alcuna conferma. Né dal campo, né da alcuna altra fonte a lui vicina. Di certo c’è che i media russi hanno riferito che il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che la sua aeronautica militare ha condotto attacchi contro i ribelli siriani a sostegno dell’esercito di Damasco.

Altre fonti hanno riferito di diverse vittime dei quegli attacchi aerei, sia ad Aleppo che nell’area di Idlib, roccaforte della Hayat Tahrir al-Sham. Secondo la ong Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr), 12 morti e 23 feriti nel primo caso, otto morti e 50 feriti nel secondo. Di certo c’è anche che sul social X la notizia della morte di al-Jolani circola. E circola perfino la foto del suo presunto cadavere. Ovvero quello di un uomo con la folta barba nera col capo riverso e gli occhi spalancati, coperto di polvere: presumibilmente quella dei calcinacci e macerie del bombardamento in cui sarebbe rimasto vittima, messo a segno dagli aerei da guerra russi giunti in soccorso del presidente siriano Bashar Assad. Salvo poi che in molti altri post l’autenticità della foto viene smentita.

“E’ solo una fake”, scrivono in molti. La notizia della (presunta) morte è stata rilanciata anche da Press Tv, un’emittente iraniana, che però è certamente di parte e quindi non esattamente attendibile. Così come da diversi media israeliani, tra cui il Jerusalem Post e il Times of Israel, che a loro volta citano generici “media arabi”. Sui principali media arabi però di fatto non ce n’è traccia. Eppure Ahmed al-Sharaa, noto appunto col nome di battaglia al-Jolani, oppure al-Golani – che lo collega idealmente alle alture siriane del Golan occupate da Israele fin dal 1967 – è una vecchia conoscenza della stampa araba, che lo segue attentamente almeno da quando nel 2012 ha fondato l’ala siriana di al Qaida, ovvero il Jabhat an Nusra. Un’iniziativa che peraltro gli ha guadagnato una taglia da 10 milioni di dollari posta sulla sua testa dagli americani. E ha continuato a seguirlo anche quando si è distaccato dal qaidismo internazionale dando vita ad una forma più pragmatica di jihadismo politico, con base nella regione nord-occidentale siriana di Idlib, oggi al centro della rivolta. Dunque, c’è da credere che se fosse davvero morto, la stampa araba riporterebbe la notizia con grandi titoli.

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Esteri

Cina, indagine sui vertici militari: accusato Zhang Youxia, numero due dell’Esercito

L’esercito cinese chiarisce le accuse contro il generale Zhang Youxia, numero due della gerarchia militare, indagato per corruzione e per aver minato l’autorità del presidente Xi Jinping.

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L’Esercito Popolare di Liberazione ha reso note le motivazioni dell’indagine avviata nei confronti del generale Zhang Youxia, il più alto in grado mai coinvolto in un procedimento di questo tipo. Secondo quanto riportato in un editoriale del PLA Daily, Zhang è accusato di aver “minato l’autorità” del presidente Xi Jinping, di aver aggravato fenomeni di corruzione e di aver danneggiato la preparazione al combattimento reale delle forze armate.

Un’indagine che coinvolge i vertici assoluti

L’editoriale sottolinea che l’inchiesta riguarda anche Liu Zhenli, capo del Dipartimento dello Stato maggiore congiunto della Commissione militare centrale. Secondo il quotidiano militare, le indagini dimostrano che “non è consentita alcuna tolleranza nella lotta alla corruzione”, nemmeno ai massimi livelli dell’apparato militare.

Zhang Youxia, 75 anni, ricopre il ruolo di primo vicepresidente della Commissione militare centrale, risultando secondo nella gerarchia militare solo a Xi Jinping, che presiede l’organismo. È inoltre uno dei 24 membri del Politburo del Partito Comunista Cinese, il secondo livello decisionale del Partito Comunista Cinese.

“Tradita la fiducia del Partito e dell’esercito”

Nel testo, diffuso anche dall’agenzia ufficiale Xinhua, Zhang e Liu vengono accusati di aver “profondamente tradito la fiducia riposta in loro” e di aver “gravemente compromesso il sistema di responsabilità suprema che risiede nel presidente della Commissione militare centrale”.

Secondo l’editoriale, i due alti ufficiali avrebbero esacerbato problemi politici e di corruzione tali da minacciare l’autorità assoluta del Partito sulle forze armate, danneggiando l’immagine e la credibilità dei vertici militari.

L’impatto sulla lealtà politica e sulla prontezza militare

Le accuse si estendono anche al piano operativo. Il documento sostiene che le condotte contestate avrebbero indebolito la lealtà politica dell’esercito, deteriorato l’ambiente interno delle forze armate e compromesso la preparazione complessiva al combattimento.

Un danno definito “grave” non solo per l’apparato militare, ma anche per il Partito e per lo Stato cinese nel suo complesso.

Un segnale politico interno

L’inchiesta contro Zhang Youxia, figura storica e centrale dell’apparato militare cinese, rappresenta un segnale politico di estrema rilevanza, inserendosi nella più ampia strategia di Xi Jinping volta a rafforzare il controllo del Partito sull’esercito e a ribadire il principio di fedeltà assoluta alla leadership centrale.

Un passaggio che conferma come la lotta alla corruzione, in Cina, continui a essere anche uno strumento di disciplina politica e consolidamento del potere ai massimi livelli.

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Esteri

California, al via il processo contro TikTok, Instagram e YouTube: “Algoritmi che rendono i giovani dipendenti”

In California inizia un processo senza precedenti per stabilire se TikTok, Instagram e YouTube abbiano progettato consapevolmente app che creano dipendenza nei giovani, danneggiandone la salute mentale.

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Inizierà martedì prossimo presso la Corte Superiore di Los Angeles un processo civile destinato a fare scuola. Una giuria popolare dovrà stabilire se TikTok, Instagram e YouTube abbiano consapevolmente progettato le proprie applicazioni per rendere i giovani dipendenti, contribuendo al deterioramento della loro salute mentale.

Il procedimento, che durerà diversi mesi, è destinato ad avere un impatto ben oltre la California, potendo costituire un precedente giuridico di rilievo nazionale nelle cause contro i colossi tecnologici.

Il caso pilota di una diciannovenne

Il processo esaminerà inizialmente la denuncia di una diciannovenne californiana identificata come K.G.M., ritenuta rappresentativa di centinaia di casi simili. L’esito del procedimento potrebbe quindi influenzare un ampio contenzioso pendente negli Stati Uniti.

Le cause sono rivolte a ByteDance, Meta e Alphabet. Anche Snap Inc. era stata citata in giudizio, ma ha scelto un accordo riservato alla vigilia del processo, pur restando coinvolta in altri procedimenti.

Dipendenza, ansia e disturbi dell’immagine

Secondo la denuncia, K.G.M. avrebbe iniziato a usare YouTube a sei anni, Instagram a undici, Snapchat a tredici e TikTok a quattordici, sviluppando nel tempo una forte dipendenza dai social network. Una condizione che, a suo dire, l’avrebbe trascinata in una spirale di depressione, ansia e disturbi dell’immagine di sé.

La strategia legale: non i contenuti, ma il design

A guidare l’azione è Matthew Bergman, fondatore del Social Media Victims Law Center, che segue oltre mille casi analoghi. “È la prima volta che i social network affrontano una giuria per i danni causati ai bambini”, ha sottolineato.

Per superare l’ostacolo rappresentato dalla Communications Decency Act (sezione 230), che limita la responsabilità delle piattaforme sui contenuti degli utenti, i querelanti attaccano la progettazione stessa delle piattaforme: algoritmi, meccanismi di personalizzazione e funzioni che favoriscono lo scorrimento compulsivo.

“Non contestiamo la mancata rimozione dei contenuti – spiega Bergman – ma il fatto che le piattaforme siano state progettate per rendere i bambini dipendenti, mostrando loro non ciò che vogliono vedere, ma ciò da cui non riescono a distogliere lo sguardo”.

I dirigenti chiamati a testimoniare

Tra i testimoni attesi figura anche Mark Zuckerberg, fondatore e principale azionista di Meta, anche se non è certo che compaia personalmente in aula. L’udienza si aprirà con la selezione della giuria, mentre i dibattimenti entreranno nel vivo all’inizio di febbraio.

Un parallelo con l’industria del tabacco

La linea accusatoria richiama esplicitamente le cause contro l’industria del tabacco degli anni ’90 e 2000, quando le aziende furono accusate di aver venduto consapevolmente prodotti nocivi. A presiedere il procedimento è la giudice Carolyn Kuhl.

Oltre Los Angeles: cause federali e Stati in campo

La portata del contenzioso non si ferma a Los Angeles. Un procedimento per un processo di respiro nazionale è allo studio presso un giudice federale di Oakland a partire dal 2026. Diversi Stati hanno inoltre avviato azioni legali autonome, come quella promossa a Santa Fe, che accusa le piattaforme di esporre i minori a predatori sessuali.

Gli scenari possibili

Se la giuria dovesse dare ragione a K.G.M., i giganti tecnologici rischierebbero ingenti risarcimenti, ma soprattutto potrebbero essere costretti a riprogettare algoritmi e applicazioni. Un esito che segnerebbe una svolta nel rapporto tra tecnologia, diritto e tutela della salute mentale dei minori negli Stati Uniti.

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Iran-Usa, tensione altissima: voci su Khamenei in un bunker, Teheran smentisce

Circolano voci su Ali Khamenei nascosto in un rifugio sotterraneo a Teheran, ma l’Iran smentisce. Intanto crescono le tensioni tra Stati Uniti e Iran con nuovi movimenti militari in Medio Oriente.

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Le voci rimbalzano da giorni sui media internazionali: la Guida suprema iraniana Ali Khamenei si troverebbe nascosta in un rifugio sotterraneo a Teheran. A rilanciare l’indiscrezione sono diverse testate che citano il sito Iran International, considerato vicino all’opposizione iraniana.

Al momento, tuttavia, non esistono conferme indipendenti. Il console iraniano a Mumbai ha respinto l’ipotesi, affermando che Khamenei dispone di un apparato di sicurezza adeguato ma che non vi sarebbero elementi per ritenere che si trovi “nascosto in un bunker o in un rifugio”.

Un déjà vu nelle fasi di massima crisi

L’ipotesi di una protezione estrema per la Guida suprema non è nuova. Già lo scorso giugno, durante un’altra fase di altissima tensione – la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” segnata da raid israeliani e statunitensi contro siti nucleari iraniani – indiscrezioni simili erano emerse senza trovare riscontri ufficiali.

Trump tra minacce e aperture

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a mantenere una linea oscillante. Da un lato, sembra attenuare i toni, sostenendo che il regime iraniano avrebbe sospeso le esecuzioni di oltre 830 persone dopo le proteste esplose a dicembre. Dall’altro, però, rilancia le minacce, dichiarando che Washington sta “tenendo d’occhio l’Iran” e che “una grande flotta si sta dirigendo in quella direzione”.

Secondo l’ong per i diritti umani HRANA, la repressione delle proteste avrebbe causato almeno 5.002 morti, di cui 4.716 manifestanti, un dato che resta al centro del confronto politico e diplomatico.

Rafforzamento militare Usa in Medio Oriente

Due funzionari statunitensi, citati dal New York Times, riferiscono che oltre alla portaerei USS Abraham Lincoln, il Pentagono avrebbe ordinato l’invio in Medio Oriente di tre cacciatorpedinieri lanciamissili e di una dozzina di caccia F-15.

Una mossa che alimenta ulteriormente le preoccupazioni regionali, tanto che Reuters segnala la cancellazione o il cambio di rotta di numerosi voli commerciali in diverse aree del Medio Oriente.

La risposta di Teheran e il fronte israeliano

Da Teheran arriva una replica durissima: qualsiasi attacco sarà considerato “una guerra totale contro di noi”, ha dichiarato un alto funzionario iraniano citato da Reuters, precisando che l’esercito è pronto “allo scenario peggiore”.

Nel frattempo, i media israeliani riferiscono che il comandante del Comando centrale degli Stati Uniti, l’ammiraglio Brad Cooper, sarebbe giunto in Israele per colloqui con i vertici militari locali.

Sempre secondo Washington, sono arrivati in Israele anche Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff, per incontrare il premier Benjamin Netanyahu e fare il punto sia sul dossier iraniano sia sulla situazione nella Striscia di Gaza.

Un equilibrio sempre più fragile

Tra voci non verificabili, smentite ufficiali e movimenti militari concreti, il quadro resta segnato da un’escalation latente, in cui diplomazia e deterrenza continuano a muoversi su un equilibrio estremamente fragile. Le prossime settimane saranno decisive per capire se le tensioni resteranno sul piano della pressione strategica o se si tradurranno in un nuovo confronto diretto.

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