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Capire la crisi Ucraina

Gb, per Mosca presa Donbass sarebbe grande risultato politico

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 La conquista delle regioni ucraine di Donetsk e Lugansk nel Donbass (est) molto probabilmente verrebbe vista dal Cremlino come un notevole risultato politico, da presentare al popolo russo come una giustificazione dell’invasione: lo scrive l’intelligence britannica nel suo aggiornamento quotidiano sulla situazione nel Paese. La prossima fase dell’offensiva russa nel Donbass potrebbe prevedere l’avanzata verso le citta’ di Sloviansk e Kramatorsk, nel Donetsk, attualmente controllate da Kiev, riporta inoltre il ministero della Difesa su Twitter. Tuttavia, l’esercito ucraino continua a difendere la regione in modo ben organizzato e continua a infliggere un elevato numero di vittime alla Russia. Per questo, non e’ detto che Mosca riesca a ottenere il pieno controllo del Donbass e ad annetterlo alla Russia attraverso il referendum promesso questa settimana dal leader dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin.

 Le forze russe hanno probabilmente catturato la maggior parte della citta’ ucraina di Lyman (est), in una probabile operazione preliminare per la fase successiva della loro offensiva nel Donbass: lo scrive l’intelligence britannica nel suo aggiornamento quotidiano sulla situazione nel Paese. Lyman, spiega il rapporto pubblicato dal ministero della Difesa su Twitter, e’ un nodo ferroviario strategico e un punto di accesso a importanti ponti ferroviari e stradali sul fiume Siverskyy Donets. “Nei prossimi giorni, e’ probabile che le unita’ russe nell’area diano la priorita’ all’attraversamento forzato del fiume – sottolinea l’intelligence -. Per ora, i russi concentrano probabilmente i loro sforzi 40 km a est, intorno alla zona di Severdonetsk, ma una testa di ponte vicino a Lyman darebbe a Mosca un vantaggio nella potenziale fase successiva dell’offensiva nel Donbass”, ovvero l’avanzata verso le citta’ di Sloviansk e Kramatorsk, nella regione di Donetsk.

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Un Tavolo a Istanbul: realistico e minimalista, per avviare a soluzione la crisi ucraina

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Chiudere la guerra in Ucraina in un mese? E’ urgente e possibile. Avviare la costruzione di una pace durevole in tre mesi? E’ necessario e possibile. La guerra non è, come recita un asserto demenziale, “la politica con altri mezzi”. E’ la sconfitta della politica, cioè l’arte e la tecnica di garantire la convivenza umana -e le relazioni internazionali- senza che si scatenino reciproche azioni di violenza organizzata.

Di fronte alla guerra, esiste un unico imperativo: farla cessare. Per giustificare la guerra e addirittura per “umanizzarla” ricorrendo a strumenti ideologici e giuridici, sappiamo quanti sforzi l’intelletto umano ha fatto dalla fine dell’ultima glaciazione, appena 12.000 anni fa, che ha permesso a tutti noi di diventare quel che siamo e agli Stati di nascere e svilupparsi.

Qualcuno si è spinto fino a pensare che la guerra sia una ”inerenza umana”: e cioè che essere-umani-sulla-Terra-, secondo l’espressione di A. Berque, dovesse necessariamente significare combattersi in forme sempre più sofisticate e istituzionalizzate. Ma se ci pensiamo anche solo un istante, con serenità e senza partito preso, ci rendiamo conto che le guerre non sono servite che a preparare altre guerre. E’ la macchina del conflitto: la disputa armata crea le condizioni della prossima disputa armata.

Una sorta di pacifismo ingenuo coltiva l’dea che le guerre non debbano scoppiare a prescindere. Il pacifismo riflessivo considera che se le guerre scoppiano, come scoppiano, è perché la politica ha fallito ed è dunque necessario e urgente restaurarla: cominciando con il far cessare -prima è meglio è- la guerra che pure, ahimè!, è scoppiata. Farla cessare, punto: senza vincitori né vinti. Rinunciando all’idea che la guerra finisce quando c’è una vittoria e una sconfitta.

Senza ricercare con intenti punitivi le colpe degli uni e le ragioni degli altri, sapendo che spesso colpe e ragioni sono mischiate, stanno dall’una come dall’altra parte: che si tratti della genesi del conflitto, del suo svolgimento, della sua fine. Farla cessare, punto: per via negoziale. Ricominciando a fare politica attorno a un “Tavolo” nella ricerca di un accordo tra le parti.

E’ ciò che sosteniamo nel nostro libro “Geopolitica, informazione e comunicazione nella crisi russo-ucraina”, di cui ha parlato anche questo giornale. L’analisi di una sanguinosa, distruttiva, dolorosa e costosa guerra mondiale, che rischia di durare molto a lungo, e che invece si può provare a chiudere con un negoziato semplice e chiaro, garantito internazionalmente.   

Consideriamo un percorso alternativo all’idea che la guerra si concluda secondo un distruttivo schema vincitori/vinti. Sotto l’egida delle Nazioni Unite, si riunisce a Istanbul un Tavolo negoziale, riconoscendo così alla Turchia il merito dei suoi sforzi di mediazione in tutti questi mesi. Attorno al Tavolo si siedono i 4 attori-chiave della crisi, vale a dire non solo Ucraina e Russia, ma anche USA e, rispettivamente, Cina. Partecipa altresì una serie di attori in vario modo e grado coinvolti e sensibili, per contribuire agli equilibri negli accordi presi e a tutela della stabilità degli assetti internazionali.

Sul Tavolo, cinque punti sostanzialmente in discussione:

  1. Cessate il fuoco immediato e totale.
  2. Ritiro dell’armata russa di invasione di là dalle frontiere ucraine per ristabilire militarmente lo statu quo prima del 24 Febbraio 2022.
  3. Uscire dalla territorial trap, con due passi decisivi concernenti: a) Il rientro delle regioni del Donbass nella piena sovranità ucraina, garantendo internazionalmente la sicurezza delle popolazioni russofone e disegnando per esse uno statuto di larga autonomia;

b) Il riconoscimento internazionale della Crimea come parte integrante della Federazione Russa.

  1. Ritiro graduale e condizionato, sotto controllo internazionale, delle sanzioni contro la Russia e delle contromisure russe conseguenti.
  2. Articolazione di un massiccio e rapido piano di ricostruzione dell’Ucraina, con risorse internazionali e partecipazione significativa della Russia, specialmente impegnata, in tale processo, in forniture energetiche di favore a lungo termine (10-20 anni). 

Conflitto russo/ucraino. Zelensky e Putin restano i due attori più importanti sulla scena per chiudere la guerrata

Qualcuno ci perde, qualcuno ci guadagna, qualcuno perde in un modo qualcuno in un altro? E certo. Gli accordi si fanno così. Ragioniamo in altro modo, piuttosto. E se, ad esempio, invece di una cernita estenuante tra buoni e cattivi, invece che sulla distribuzione degli encomi e delle punizioni, ci concentrassimo sul recupero pieno della Russia alla comunità internazionale, arrestando nel contempo la scia di morte e distruzione in Ucraina, l’emorragia fisica e migratoria del popolo ucraino? Senza dimenticare la mano che daremmo alle nostre esangui economie –crescita zero in Italia nel 2023-, l’aiuto strutturale, di là dalle piccole elemosine, alle popolazioni europee più deboli che stanno pagando a carissimo prezzo i costi del conflitto, tra inflazine e disoccupazione? Proviamo a pensarci….   

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Ucraina, la strada stretta della diplomazia

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In maniera sotterranea e cercando di fare poco rumore, la diplomazia sta cercando di trovare il modo di far quadrare il cerchio dell’avvio di un possibile negoziato sulla guerra in Ucraina. La strada è difficile, stretta e in salita. Sembra quasi una ‘mission impossible’, eppure qualcosa sta lentamente cambiando sul terreno e nell’approccio delle cancellerie. E non è un caso che tutto questo stia accadendo a cavallo delle elezioni americane di Midterm, che segnano di fatto anche l’inizio della nuova sfida tra Trump e Biden per la Casa Bianca.

L’ex presidente annuncerà a metà novembre la sua intenzione di ricandidarsi, mentre l’attuale inquilino di Pennsylvania Avenue 1600 sta seriamente pensando di riproporsi per un bis. La crisi economica e l’inflazione alle stelle, conseguenze dirette della guerra, sono tra gli argomenti principali del dibattito politico in Usa – e anche in Europa – con le ripercussioni nella vita quotidiana dei cittadini americani. Trump attacca Biden e Biden vuole trovare soluzioni ad un conflitto sempre più orribile sul terreno e sempre più inquietante per le minacce russe sull’uso delle armi tattiche nucleari, anche se difficilmente un’eventuale vittoria repubblicana alle elezioni potrà cambiare in maniera netta la postura americana verso la guerra. L’ottimismo della volontà dovrà però scontrarsi inevitabilmente con il pessimismo della ragione, nonostante gli sforzi di fantasia portati avanti da alcuni protagonisti.

In ambienti della Nato si riflette sul fatto che l’eventuale conquista di Kherson (il prossimo obiettivo militare ucraino), per quanto difficile, potrebbe creare una situazione nuova sul terreno con il fiume Dnipro che rappresenterebbe una linea naturale di confine tra le truppe russe e quelle ucraine, proprio mentre arrivano il freddo e il fango dell’inverno. Qualcuno pensa di poter ricreare una situazione simile a quella del 38esimo parallelo tra le due Coree. I contatti delle ultime settimane con Mosca del consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, si aggiungono a quelli tra Austin e Shoigu, i due ministri della Difesa di Washington e Mosca. Ma questi generosi sforzi occidentali per la pace sembrano purtroppo un ‘wishful thinking’, seppur condivisibile. In questa fase né Zelenky né Putin sono in grado di accettare un qualche tipo di pace.

A Kiev non vogliono cedere a Mosca i territori occupati, soprattutto nel momento in cui sul terreno l’esercito ucraino sta avendo la meglio e dopo aver subito tutti i soprusi e le violenze dei soldati russi. Putin non vuole e non può fare il primo passo e deve poter ‘vendere una vittoria’ alla sua opinione pubblica. Le pressioni americane su Kiev affinché ammorbidisca le sue posizioni sull’avvio di un dialogo servono semplicemente a mantenere compatto il fronte occidentale dove, in alcuni Paesi, iniziano a nascere alcune perplessità sul drammatico stallo del conflitto. Ma, d’altra parte, nessuno può chiedere all’Ucraina una pace che non sia convincente per i cittadini ucraini.

Il rispetto per il loro martirio è, dovrà continuare ad essere, uno dei punti centrale della strategia occidentale insieme all’appoggio politico e militare al Paese. Per questi motivi, in questa fase, appare difficile trovare una soluzione possibile. Ma l’arte della diplomazia è proprio quella di trovare il bandolo quando la matassa è molto aggrovigliata. Con pazienza e tenacia. Non bisogna arrendersi alla guerra. La ricerca della pace non va mai fermata, anche quando sembra impossibile, come adesso in Ucraina.

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Erdogan: l’ambiguità geopolitica e il prezzo dell’autocrazia

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Si è svolto nei giorni scorsi l’incontro della CICA (Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia) ad Astana, capitale del Kazakistan, bellamente ignorato dai media nei suoi contenuti politico-economici e culturali. Come del resto la più parte degli eventi asiatici. Particolarmente miope è l’Europa, che continua a pensare se stessa come l’ombelico del mondo, mentre un grande spostamento del baricentro geopolitico si sta producendo in direzione dell’Asia centro-orientale. Di questo riassetto geopolitico, sono protagoniste sempre più evidente non già le “democrazie” di stampo più o meno neo-liberale, come le conosciamo e le pratichiamo noi, bensì delle “autocrazie” che basano la loro legittimazione sull’efficacia economica, securitaria o comunque stabilita, dell’azione di governo piuttosto che sul consenso della popolazione.

Astana

Il Presidente turco è un emblema forte di questo riassetto geopolitico. Recep Tayyip Erdogan consolida ad Astana, nell’incontro di ieri con Vladimir Putin, il suo profilo di grande figura della mediazione nella crisi russo-ucraina. Si pone, così tra le poche personalità mondiali che possono dare una mano ad uscire dall’impasse negoziale in cui l’insipienza politica dell’Occidente ha gettato questa crisi. Gli Stati continuano su una loro linea arcaica. Che è poi quella di considerare la guerra come uno scontro che termina con qualcuno che vince e qualcuno che perde, piuttosto che come una sconfitta della politica da cui occorre uscire al più presto. E’, quest’ultima, la posizione del Papa, per dire. In tal modo, i loro gesti –degli Stati, intendo e delle organizzazioni che li rappresentano- si nutrono di retoriche che infiammano piccoli ed ostinati orgogli ma sterilizzano i tentativo di pace. Retoriche che poi scaricano addosso alle loro ormai esauste popolazioni i costi di una guerra che, indipendentemente dalle ragioni e dai torti -che andranno comunque definiti- nessuno più vuole pagare perché stanno diventando insostenibili.

Così, da un lato la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen continua a raccontarci di essere al fianco dell’Ucraina e sostiene -come tutto il “fronte Biden”: Stati Uniti, NATO, Gran Bretagna- che occorre continuare ad armare Kiev. Del resto, è ciò che ha chiesto Volodimir Zelensky partecipando ieri l’altro al G7 con la sua ennesima “televisione cerimoniale”.
Dall’altro lato, c’è la gente sempre più preoccupata degli sviluppi nucleari del conflitto, sempre più angosciata dalla recessione incombente che fa perdere tantissimi posti di lavoro, sempre più schiacciata da bollette di luce e gas che non riesce a pagare. Ricordiamo che secondo gli ultimi sondaggi IPSOS, il 60% degli italiani ritiene sia giunto il momento per Zelensky di scendere a patti con Putin, mentre la maggioranza relativa dice basta all’invio di armi e un numero crescente di persone ritiene inefficaci (e dunque inutili) le sanzioni contro la Russia. Fatti salvi, si potrebbe aggiungere, gli effetti disastrosi di tali sanzioni sui Paesi che le comminano: a cominciare da un’inflazione altamente punitiva per gli strati più deboli della popolazione.


Erdogan cavalca la tigre della crisi nelle sue molteplici sfaccettature. Ad Astana è emerso il ruolo possibile della Turchia nel rimettere in un asse accettabile l’interscambio energetico della Russia. Nella stessa occasione, Ankara è stata investita di un ruolo più ampio, ponendosi ormai Erdogan come una sorta di “plenipotenziario” incaricato di formulare concrete ipotesi negoziali al fine di riunire gli attori primari della crisi attorno a un tavolo.
Vento in poppa ad Ankara, dunque, per quel che riguarda ciò che gli studiosi chiamano la “geopolitica esterna”. La scacchiera su cui si muove la Turchia è globale: Europa e NATO (vedi contrastata adesione dei Paesi scandinavi), Asia centrale e spazi turco-iranici, Medio Oriente e crisi siriana, Africa del Nord e crisi libica, politiche di influenza a Sud del Sahara.

In concomitanza, la “geopolitica interna” presenta aspetti sempre più preoccupanti. Sono ben note le attitudini repressive di Erdogan: contro gli intellettuali e le Università, contro le opposizioni politiche, contro i curdi. È notizia di ieri, invece, l’approvazione della “legge sulla stampa” che in realtà riguarda tutti i media: cartacei, radiotelevisivi, digitali. E prevede, tale fino a tre anni di carcere (art. 29) per coloro che diffondano informazioni false o che inducano in errore, “contrarie alla sicurezza del Paese o che attentino alla salute pubblica o all’ordine pubblico, spandendo la paura e il panico tra la popolazione”.
Insomma, un vero e proprio ulteriore cappio al collo alla libertà di stampa, in un Paese che nella classifica di Reporter sans Frontières figura al 149° posto su 180. E ciò, mentre si profilano le elezioni del giugno 2023, nella quali Erdogan si accinge a correre per un nuovo mandato.

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