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Economia

G20 diviso su Cina, Russia e Iran. Gli Usa spingono sulla crescita, l’Europa non vuole archiviare il clima

G20 Finanze diviso su Cina, Russia e Iran. Gli Usa puntano su crescita e squilibri commerciali, l’Ue difende il clima. Giorgetti: vertice complicato.

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Più crescita per affrontare l’aumento del debito, l’invecchiamento della popolazione e prepararsi a nuovi shock globali, a cominciare da quelli energetici. È il punto sul quale le maggiori economie mondiali riescono a trovare una convergenza al G20 Finanze di Asheville, in North Carolina.

Molto più difficile è invece trovare un’intesa sulle grandi questioni geopolitiche. Cina, Russia e Iran dividono il tavolo e rendono complicato il lavoro delle diplomazie per arrivare a un comunicato finale condiviso.

La presidenza americana ha impresso al vertice una direzione molto netta: meno attenzione rispetto agli ultimi anni a clima e disuguaglianze e maggiore concentrazione su crescita, deregolamentazione, investimenti privati, squilibri commerciali e debito sovrano.

Gli Stati Uniti mettono nel mirino il surplus cinese

Uno dei dossier più delicati riguarda Pechino.

Washington ha voluto inserire gli squilibri commerciali globali tra le priorità del G20, indicando esplicitamente la Cina e il suo enorme surplus commerciale, arrivato a circa 1.200 miliardi di dollari.

È però difficile immaginare che Pechino possa sottoscrivere un documento conclusivo nel quale venga indicata come una delle principali cause degli squilibri dell’economia mondiale.

Ed è proprio qui che emerge uno dei limiti strutturali del G20: un comunicato finale richiede un livello di consenso difficilissimo da raggiungere quando al tavolo siedono contemporaneamente Stati Uniti, Cina, Russia e le maggiori economie europee.

Russia, l’Europa irritata per la presenza di Siluanov

Non meno complesso è il dossier russo.

I Paesi europei continuano a premere perché Mosca venga chiamata in causa per la guerra e per le sue conseguenze economiche, ma appare improbabile che la Russia possa accettare un documento contenente una condanna nei propri confronti.

A creare ulteriori tensioni è stata la presenza al vertice del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov.

Secondo quanto emerso durante i lavori, gli Stati Uniti avrebbero comunicato ai partner europei la sua partecipazione soltanto a ridosso dell’appuntamento.

Il commissario europeo Valdis Dombrovskis non ha nascosto l’irritazione.

Iran, il nodo del petrolio comprato dalla Cina

Poi c’è l’Iran, proprio mentre lo scontro tra Washington e Teheran torna a crescere anche sul piano militare.

Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent punta a rafforzare l’isolamento economico iraniano e chiede ai partner maggiore collaborazione sulle sanzioni.

Ma anche qui il problema conduce direttamente alla Cina.

Pechino assorbe infatti la grandissima parte del petrolio esportato dall’Iran, acquistandolo a prezzi scontati. Questo rende estremamente difficile costruire all’interno del G20 una posizione comune capace di aumentare realmente la pressione economica su Teheran.

Bessent: il G20 deve tornare alla sua missione originaria

Dietro le divergenze geopolitiche c’è anche una battaglia sulla funzione stessa del G20.

Bessent ha criticato quella che considera una progressiva estensione degli obiettivi del gruppo, il cosiddetto “mission creep”, che negli anni avrebbe allontanato il G20 dalla sua missione economica originaria.

La presidenza statunitense ha così ridimensionato lo spazio riservato a cambiamento climatico e disuguaglianze, temi diventati centrali nei vertici degli ultimi anni.

La scelta non è piaciuta alle delegazioni europee.

Per Washington la priorità deve tornare a essere la crescita economica, sostenuta da investimenti privati e deregolamentazione, anche perché una maggiore espansione rappresenterebbe uno degli strumenti più efficaci per rendere sostenibili gli elevati livelli di debito pubblico.

Warsh: «Enorme cambiamento nell’economia globale»

Il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha sottolineato però come non esista una ricetta valida per tutti.

«Stiamo vivendo un enorme cambiamento nell’economia globale. Lo stiamo vivendo tutti in modo leggermente diverso», ha osservato.

L’aumento del debito, l’invecchiamento demografico, i nuovi equilibri commerciali e la possibilità di ulteriori shock energetici producono infatti conseguenze differenti a seconda della struttura delle singole economie.

La crescita resta dunque l’obiettivo condiviso. Molto meno condivisi sono gli strumenti necessari per ottenerla.

L’Europa: il clima resta una questione economica

Bruxelles non intende però accettare che il cambiamento climatico scompaia dall’agenda economica internazionale.

«È parte della questione legata alla crescita economica e alla resilienza economica», ha sottolineato Dombrovskis.

Per l’Unione europea, dunque, clima ed economia non possono essere separati, perché gli eventi estremi e la transizione energetica producono conseguenze dirette sulla crescita, sui bilanci pubblici e sulla competitività.

Giorgetti: «Un G20 complicato, in tempi particolari»

A sintetizzare il clima del vertice è il ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti, che parla di un G20 «complicato, in tempi particolari».

Giorgetti ha avuto ad Asheville anche incontri bilaterali con gli omologhi di Qatar e Corea del Sud.

Ma mentre negli Stati Uniti le grandi economie cercano faticosamente una mediazione, dall’altra parte del mondo prende forma un’immagine molto diversa degli equilibri internazionali.

A Bishkek Xi riunisce Putin e Pezeshkian

Nelle stesse ore, a Bishkek, capitale del Kirghizistan, la Cina emerge come potenza dominante al vertice della Shanghai Cooperation Organization.

Il presidente Xi Jinping incontra leader tra i quali il russo Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, mostrando la crescente capacità di Pechino di offrire una sponda politica ed economica ai Paesi sottoposti alle pressioni degli Stati Uniti.

Le immagini dei due vertici raccontano così due facce dello stesso cambiamento mondiale: ad Asheville Washington tenta di riportare il G20 sulle priorità economiche e di affrontare gli squilibri provocati anche dalla Cina; a Bishkek è invece Pechino a mostrarsi come centro di gravità di un blocco alternativo.

Ed è forse proprio questa la difficoltà più grande del G20 di oggi: trovare un linguaggio comune tra economie che continuano a essere profondamente interdipendenti, ma che sul piano geopolitico si muovono sempre più spesso in direzioni opposte.

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Economia

Affitti brevi, svolta dell’Ue: i Comuni potranno limitarli nelle zone sotto pressione abitativa

La Commissione europea presenta l’Affordable Housing Act. I Comuni potranno introdurre limiti agli affitti turistici brevi nelle zone sotto pressione abitativa, senza automatismi né obblighi imposti da Bruxelles. La proposta divide i partiti italiani.

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L’Unione europea prova ad affrontare la crisi abitativa e apre alla possibilità per i Comuni di limitare gli affitti turistici brevi nelle zone in cui il costo delle abitazioni è diventato insostenibile rispetto ai redditi.

È il punto più rilevante dell’Affordable Housing Act, la proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea. Il testo non introduce divieti automatici né trasferisce a Bruxelles le competenze sulla casa, ma offre agli enti locali un quadro giuridico comune per intervenire senza esporsi automaticamente a ricorsi fondati sulle regole del mercato unico e sulla direttiva Servizi.

La proposta deve ora affrontare il percorso legislativo europeo. E nelle capitali, oltre che tra i gruppi del Parlamento europeo, lo scontro politico è già cominciato.

Quando una zona è considerata sotto pressione

Il nuovo sistema consente alle autorità locali di individuare le aree sottoposte a particolare pressione abitativa. Il criterio principale riguarda il rapporto tra il prezzo di acquisto delle case e il reddito disponibile annuo pro capite.

Una zona può essere classificata sotto pressione quando il valore delle abitazioni supera di almeno otto volte il reddito disponibile annuo. Quando il rapporto supera quota dieci, la situazione è considerata sufficientemente grave da non richiedere anche l’esame dell’andamento registrato nel decennio precedente.

Una volta riconosciuta la criticità, le amministrazioni competenti potranno introdurre restrizioni sugli affitti turistici brevi, purché le misure siano proporzionate e motivate.

Nessun obbligo imposto da Bruxelles

L’Affordable Housing Act introduce per la prima volta un quadro europeo comune per valutare le politiche abitative che possono incidere sul mercato unico.

La decisione di intervenire, così come la scelta delle misure da adottare, rimane però nelle mani delle autorità nazionali, regionali e locali.

«Non stiamo imponendo obblighi», ha precisato la vicepresidente della Commissione europea Teresa Ribera. «La decisione di intervenire e la scelta delle misure rimangono di esclusiva competenza dell’autorità competente».

Anche il commissario europeo all’Edilizia abitativa, Dan Jørgensen, ha riconosciuto i limiti dell’intervento: «Le misure saranno utili in molte città, ma dobbiamo ammettere che sono ben lontane dal risolvere tutti i nostri problemi».

Jørgensen: «Gli affitti brevi sono parte del problema»

Il commissario ha chiarito che Bruxelles non considera le locazioni turistiche un’attività da contrastare in quanto tale.

«Non siamo affatto contrari agli affitti turistici», ha spiegato. L’Europa si trova però «nel pieno di una crisi abitativa» e gli affitti brevi costituiscono «una parte del problema in molte città».

L’obiettivo è consentire alle amministrazioni locali di intervenire nei territori nei quali la crescita delle locazioni turistiche sottrae abitazioni al mercato residenziale e contribuisce all’aumento dei canoni.

Lo scontro dentro la Commissione

Il dossier sulla casa era stato indicato dai socialisti europei come una delle condizioni per sostenere il secondo mandato di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione.

Il gruppo socialista aveva ottenuto anche l’istituzione di una commissione speciale sulle politiche abitative e promosso un confronto con i sindaci, sostenuto dal presidente del Consiglio europeo António Costa.

La preparazione del testo avrebbe però diviso a lungo il collegio dei commissari. Gli esponenti riconducibili al Partito popolare europeo avrebbero spinto per ridurre la portata delle misure inizialmente ipotizzate. Jørgensen è riuscito a mantenere la norma sugli affitti brevi, mentre altri interventi sono rimasti semplici raccomandazioni.

Il centrodestra italiano promette battaglia

La proposta ha provocato reazioni opposte in Italia. Fratelli d’Italia accusa la Commissione di comprimere il diritto di proprietà e invadere competenze nazionali, con il rischio di ridurre l’offerta, frenare gli investimenti e rendere le abitazioni ancora meno accessibili.

Forza Italia chiede il ritiro o una profonda riscrittura del testo. Netta anche la posizione della Lega: «Giù le mani dalla casa, il diritto di proprietà resta inviolabile».

Il provvedimento, tuttavia, non introduce un limite europeo generalizzato agli affitti brevi, ma riconosce alle autorità competenti la facoltà di intervenire nelle aree nelle quali sia dimostrata una pressione abitativa particolarmente elevata.

Il Pd favorevole, critico il Movimento 5 Stelle

Il Partito democratico ha accolto positivamente la proposta. L’eurodeputato Dario Nardella, che da sindaco di Firenze aveva bloccato le nuove locazioni turistiche brevi nell’area Unesco, invita il governo ad ascoltare i sindaci.

Nardella annuncia che il Pd lavorerà in Parlamento europeo per rafforzare il regolamento con «strumenti più incisivi contro la rendita speculativa e sull’edilizia sociale».

Più severo il giudizio del Movimento 5 Stelle, che definisce il testo «deludente e imperdonabile». Per il M5s, la possibilità di limitare gli affitti turistici rappresenta l’unico vero avanzamento, ma rischia di rimanere sulla carta perché l’attuazione è affidata alle autorità dei singoli Paesi.

La proposta europea segna dunque un primo passo, ma non risolve la crisi della casa. Offre ai Comuni uno strumento in più e una maggiore copertura giuridica. Il risultato concreto dipenderà però dalle decisioni dei governi e delle amministrazioni locali, oltre che dalle modifiche che il testo subirà durante l’esame europeo.

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Economia

La guerra riaccende l’inflazione: Borse in rosso, rendimenti su e spettro di nuovi rialzi dei tassi

La guerra in Iran e il rincaro di petrolio e gas riportano l’inflazione al 3,3%. Le Borse scendono, aumentano i rendimenti dei titoli di Stato e i mercati prevedono quattro rialzi dei tassi Bce entro il 2027. Sale al 2,967% il rendimento dei Bot annuali italiani.

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La guerra in Iran presenta il conto ai mercati. La corsa del petrolio e del gas riaccende l’inflazione, spinge al ribasso le Borse e mette sotto pressione i titoli di Stato. Cambiano rapidamente anche le aspettative sulle banche centrali: gli operatori tornano a scommettere su una lunga sequenza di rialzi dei tassi in Europa e non escludono una stretta ravvicinata della Federal Reserve.

Il contraccolpo è arrivato anche sull’asta dei Bot annuali italiani. Il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di euro con un rendimento del 2,967%, in aumento di circa 20 punti base rispetto al mese precedente e ai livelli più elevati dall’estate del 2024.

Il ritorno dell’inflazione

Il rialzo dei prezzi energetici ha riportato l’inflazione al 3,3% sia nell’Eurozona sia in Italia, il livello più alto dai tempi dello shock energetico del settembre 2023.

Il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile a causa della nuova escalation attorno allo Stretto di Hormuz, mentre il gas europeo ha sfiorato gli 80 euro al megawattora, raggiungendo i massimi degli ultimi tre anni.

Alle tensioni energetiche si aggiungono gli effetti dei dazi, della crescente conflittualità commerciale, delle temperature estive record e dei timori legati all’arrivo di El Niño, che possono esercitare una nuova pressione sui prezzi alimentari.

I mercati scommettono su quattro rialzi della Bce

Fino a poche settimane fa gli operatori ritenevano che la stretta monetaria europea si sarebbe fermata intorno al 2,25%, considerato un livello vicino alla neutralità.

Ora lo scenario è cambiato. I mercati scontano quattro aumenti dei tassi entro la fine del 2027, con il costo del denaro nell’Eurozona che potrebbe salire dall’attuale 2,25% al 3,25%. Il primo intervento è atteso già dalla prossima riunione della Banca centrale europea.

Si tratta, tuttavia, di aspettative di mercato e non di decisioni già assunte. La Bce dovrà valutare i nuovi dati e potrebbe rivedere al rialzo le previsioni sull’inflazione per i prossimi mesi.

A rendere possibile una politica più restrittiva è anche la tenuta dell’economia europea. Nel secondo trimestre il Pil è cresciuto dello 0,6%, segnando il risultato migliore degli ultimi quattro anni. Una crescita più solida concede alla banca centrale maggiore spazio per aumentare i tassi senza provocare immediatamente una recessione.

Lagarde: «L’interesse nazionale è un miraggio»

La presidente della Bce Christine Lagarde ha messo in guardia dalle risposte esclusivamente nazionali alle nuove sfide economiche.

Considerare l’«interesse nazionale» come una protezione nella competizione tra le grandi potenze sarebbe, secondo Lagarde, «un miraggio». Anche le medie potenze, ha osservato, cercano infatti di unire le forze per difendersi in un sistema internazionale sempre più frammentato.

Il riferimento è al ritorno del nazionalismo economico, alimentato dai dazi dell’amministrazione Trump, dai nuovi conflitti e dalla competizione sulle risorse energetiche e sulle tecnologie.

Anche la Fed potrebbe alzare i tassi

La sorpresa più rilevante potrebbe arrivare dagli Stati Uniti. Kevin Warsh, scelto da Donald Trump alla guida della Federal Reserve con l’aspettativa di una riduzione del costo del denaro prima delle elezioni di metà mandato, potrebbe essere costretto a percorrere la strada opposta.

Gli operatori attribuiscono ora una probabilità del 60% a un rialzo dei tassi nella riunione del 16 settembre. Saranno decisivi i dati sui prezzi alla produzione e, soprattutto, quelli sull’inflazione di agosto.

Anche per la Bank of England i mercati ipotizzano quattro aumenti, con un tasso finale del 4,75%.

Borse europee in rosso

Il ritorno dello spettro della stretta monetaria ha penalizzato i listini. Tassi più elevati raffreddano l’economia, aumentano il costo dei finanziamenti e riducono le prospettive di crescita degli utili aziendali.

A metà seduta il Dow Jones perdeva lo 0,80%. In Europa Francoforte ha chiuso in calo dell’1,66%, Parigi dell’1,94%, mentre Milano ha contenuto le perdite allo 0,58%.

Una stretta della Fed potrebbe creare problemi soprattutto alle società tecnologiche e dell’intelligenza artificiale, fortemente dipendenti dalla disponibilità di capitali e protagoniste della lunga corsa di Wall Street.

Bond sotto pressione, sale il costo del debito

Le vendite hanno investito anche i titoli di Stato. Quando aumentano le aspettative sui tassi, i prezzi delle obbligazioni scendono e i loro rendimenti salgono.

Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni ha raggiunto il 4,85%, vicino ai massimi dal 2023. Il Tesoro statunitense ha triplicato da due a sei miliardi di dollari il valore della prima operazione di riacquisto del debito a lunga scadenza annunciata dal segretario Scott Bessent, nel tentativo di rassicurare i mercati.

In Europa il rendimento del Bund tedesco è salito di quattro punti base al 3,41%. Italia e Francia hanno raggiunto i livelli più elevati rispettivamente dal 2023 e dal 2011, con differenziali rispetto ai titoli tedeschi pari a 84 e 90 punti base.

La nuova fiammata dell’energia ha dunque cambiato lo scenario in poche settimane. Se petrolio e gas continueranno a salire, la battaglia contro l’inflazione tornerà al centro delle decisioni economiche, rendendo più costosi mutui, prestiti e debito pubblico.

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Economia

Petrolio sopra 100 dollari e gas ai massimi dal 2022, il governo prepara la proroga dello sconto sul diesel

Petrolio e gas continuano la loro corsa: il Brent supera i 101 dollari e il gas torna sopra gli 80 euro al megawattora. Il governo prepara un decreto per prorogare lo sconto sul gasolio quasi fino alla fine del mese. Benzina e diesel aumentano ancora.

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Non si ferma la corsa del petrolio e del gas sui mercati internazionali, con effetti sempre più evidenti sui prezzi pagati dagli automobilisti italiani. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile, mentre il gas naturale ha oltrepassato gli 80 euro al megawattora, tornando ai livelli più alti dalla fine del 2022.

Il governo lavora intanto alla proroga dello sconto sul gasolio in scadenza. L’intervento, che dovrebbe arrivare attraverso un nuovo decreto-legge, non è stato ancora formalmente approvato.

«Domani scade lo sconto sul gasolio. Ho parlato con Giorgetti e penso che verrà prorogato, attraverso le accise mobili, quasi fino alla fine del mese», ha annunciato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, intervenendo alla manifestazione della Lega “A tua difesa – Verso la finanziaria 2027”.

Possibile Consiglio dei ministri già domani

L’esecutivo sta definendo la durata del nuovo intervento e individuando le coperture finanziarie necessarie. Non è esclusa la convocazione di un Consiglio dei ministri già domani.

La proroga dovrebbe rappresentare una misura temporanea, in attesa degli interventi strutturali che potrebbero essere varati alla fine di settembre.

Salvini ha chiesto di estendere il beneficio anche ai lavoratori autonomi: «Non sono lavoratori di serie B. Sono convinto che saranno ricompresi».

La platea dei beneficiari e l’entità effettiva dello sconto saranno note soltanto con l’approvazione e la pubblicazione del decreto.

Brent oltre 101 dollari, vola anche il gas

Sui mercati internazionali il Brent, il petrolio del Mare del Nord con consegna a novembre, ha registrato un rialzo del 3,5%, raggiungendo i 101,37 dollari al barile.

Andamento analogo per il Wti americano, salito del 3,6% a 96,35 dollari.

Corre anche il gas naturale. Sulla piattaforma Ttf di Amsterdam, punto di riferimento per il mercato europeo, i contratti future con consegna a ottobre hanno guadagnato il 6,8%, arrivando a 80,99 euro al megawattora.

A spingere i prezzi sono soprattutto l’intensificarsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e la competizione tra Europa e Asia per assicurarsi le forniture disponibili di gas naturale liquefatto.

Benzina e diesel sempre più cari

Gli aumenti delle materie prime si riflettono sui distributori. Secondo i dati comunicati dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, sulla rete stradale nazionale il prezzo medio in modalità self-service è salito a:

  • 2,067 euro al litro per la benzina;
  • 2,177 euro al litro per il gasolio.

Sulle autostrade il prezzo medio raggiunge invece 2,152 euro al litro per la benzina e 2,248 euro per il diesel.

Il gasolio continua quindi a costare più della benzina, aggravando i bilanci di famiglie, imprese e operatori del trasporto.

Cattaneo: «Protetto l’80% dei clienti Enel»

Dal palco della manifestazione leghista è intervenuto anche l’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, secondo il quale l’80% delle famiglie e dei clienti con un contratto con la società non avrebbe subito variazioni di prezzo e non ne subirà fino alla scadenza delle condizioni sottoscritte.

Cattaneo ha inoltre affermato che Enel ha mantenuto i prezzi precedenti alla guerra anche nei tre mesi successivi all’inizio del conflitto.

La nuova impennata delle quotazioni energetiche aumenta però la pressione sul governo. La proroga dello sconto sul gasolio può offrire un sollievo immediato, ma resta da capire quanto durerà e quale sarà il suo peso sulle casse pubbliche.

 

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