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Fumogeni e invasione a Brescia, sospeso playout serie B

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Finisce nel caos a Brescia la gara di ritorno dei playout di serie B tra la squadra di casa ed il Cosenza. La partita è stata sospesa nel recupero per un lancio di fumogeni e una parziale invasione di campo da parte dei tifosi della squadra lombarda dopo la rete dell’1-1 segnata dal Cosenza, che condannava i padroni di casa, sconfitti 1-1 all’andata, alla retrocessione in serie C. L’arbitro Massa ha interrotto l’incontro, e fatto rientrare le squadre negli spogliatoi, facendolo riprendere solo dopo una mezz’ora, fischiando subito dopo la fine da bordocampo.

Il Brescia doveva ribaltare il risultato dell’andata al ‘Marulla’, fissato da una rete di Nasti al 25′ della ripresa, riuscendo a riequilibrare il punteggio alla mezz’ora del secondo tempo con Bisoli. In pieno recupero, però, quando ormai sembravano inevitabili i suplementari, è arrivata la rete di testa di Meroni che condannava le rondinelle. Dalla curva dei tifosi di casa, sopra la porta del Cosenza, sono stati lanciati molti fumogeni e alcuni sostenitori hanno anche invaso il campo, obbligando arbitro e squadre a rientrare negli spogliatoi mentre la polizia cercava di riportare la calma sul terreno di gioco. Dopo circa mezz’ora, con ancora un minuto abbondante da giocare e anche un accenno di rissa nel tunnel tra giocatori, ogni tentativo di riprendere in sicurezza l’incontro è risultato inutile, così l’arbitro ha fischiato la fine con le due formazioni ferme a bordo campo.

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Tour de France, vince Tadej Pogacar: il cannibale che ha riscritto la storia

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Tadej Pogacar trionfa al Tour de France dopo un assolo straordinario. Per lo sloveno dell’Uae Emirates è il terzo successo alla ‘Grande Boucle’ dopo quelli del 2020 e del 2021. Una vittoria speciale che gli ha consentito di realizzare la doppietta col Giro d’Italia nello stesso anno. L’ultimo a riuscirci era stato Marco Pantani nel 1998. La storia del ciclismo si arricchisce di una nuova pagina di storia. Come avvenuto al Giro d’Italia, anche il Tour non è mai stato realmente in discussione.Sei successi di tappa e uno strapotere fisico e tattico mai visto.Un acuto che va ad arricchire il suo palmares fatto, tra l’altro, anche di un bronzo alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 e di un bronzo ai Mondiali di Glasgow del 2023. Un corridore totale e generoso, forte in salita e a cronometro, capace di primeggiare anche in sprint ristretti e sullo sterrato. Un cannibale dal cuore d’oro, sempre pronto a mettersi a disposizione dei compagni di squadra.Nato a Komenda, in Slovenia, nel novembre 1998, Pogacar passa professionista nel 2019 a 21 anni e firma un contratto con la Uae Team Emirates. Già nel primo anno tra i grandi Pogacar dimostra di essere un predestinato. Nella primavera 2019 si aggiudica prima la Volta ao Algarve e poi, grazie al successo nella frazione con arrivo sul Mount Baldy, si prende il Tour of California, diventando il ciclista più giovane a vincere una gara a tappe dell’Uci World Tour.Pogacar si rivela subito un cannibale e a giugno diventa campione nazionale a Elite a cronometro. La fame dello sloveno non conosce soluzione di continuità e in agosto vince tre tappe alla Vuelta di Spagna. Nel 2020 il Covid ferma il mondo, ma non la ricerca spasmodica del successo che alberga nel cuore di Pogacar che partecipa al suo primo Tour de France. Lo sloveno, dopo un inizio difficile rimonta e nella penultima tappa si prende la Maglia Gialla soffiata al connazionale Primoz Roglic. Un successo, quello ottenuto alla Grande Boucle, che Pogacar ripete nel 2021, anno in cui l’altro si prende anche la sua prima classica monumento, la Liegi-Bastogne-Liegi. Il 2022 è l’anno della sua prima Strade Bianche e della vittoria alla Tirreno-Adriatico. Il 2022 è però anche l’anno della prima grande delusione dello sloveno che al Tour viene battuto da Jonas Vingegaard. Copione che si ripete nel 2023, quando Pogacar conquista il Giro delle Fiandre e il suo terzo Giro di Lombardia. Il 2024 è l’anno in cui dimostra di essere il più forte per distacco. A marzo conquista, dominando, le Strade Bianche e poi la Liegi-Bastogne-Liegi. Antipasto del trionfo al Giro d’Italia. Dopo il ‘Trofeo Senza Fine’, Pogacar ha portato a casa anche il Tour de France. Da oggi è nell’olimpo del ciclismo e qui resterà per sempre.

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Piastri vince il GP Di Ungheria, Verstappen coi nervi a fior di pelle

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Considerato per tradizione noioso, dato il tracciato ostico per i sorpassi, il Gp d’Ungheria 2024 è stato al contrario una della gare più appassionanti della stagione, confermando il nuovo ruolo di leader per le McLaren e riservando nuovi momenti di nervosismo al leader del mondiale, Max Verstappen, che vede negli specchietti, pur da lontano, Lando Norris.

A vincere, la sua prima volta in Formula 1, è stato però Max Piastri, cui il compagno di squadra ha dovuto cedere con qualche riluttanza il primo posto come da accordi di scuderia dopo due pit stop mal gestiti dal muretto. A salire con loro sul podio è stato Lewis Hamilton, che nel finale ha alzato un muro davanti ai rabbiosi tentativi di sorpasso di Verstappen, che ha rischiato l’incidente e regalato così il quarto posto a Charles Leclerc, stavolta più veloce di Carlos Sainz, il quale ha chiuso sesto dietro all’olandese.

“È davvero una sensazione speciale, è il giorno che sognavo da bambino ed è successo solo dopo 18 mesi alla McLaren – ha detto entusiasta il 23enne di Melbourne. Alla fine è stato un po’ complicato anche se mi ero messo in una buona posizione già dopo la partenza. Un grande ringraziamento alla squadra, è un onore guidare una vettura incredibile, dominare la gara e fare una doppietta”. Piastri dalla seconda piazzola della griglia ha fatto un’ottima partenza ed è riuscito a infilarsi all’interno per prendere il comando alla prima curva, mentre Verstappen è scattato dalla seconda fila superando a sua volta il poleman Norris ma era andato largo e per evitare sanzioni il team ha preferito fargli restituire la posizione. Sainz, che era a fianco di Verstappen, è partito meno bene di Leclerc e tra alti e bassi nel cambio gomme ha terminato sesto, mentre il monegasco ha guadagnato alla fine due posizioni.

Le Ferrari non sono al livello delle McLaren ma hanno dimostrato di poter competere con Red Bull e Mercedes. “Nel complesso abbiamo fatto un buon fine settimana – ha detto Frederic Vasseur, il team principal -. Ci serve ancora un piccolo passo avanti nelle prestazioni. Lo scorso anno abbiamo chiuso a 65” dalla Red Bull, ora a 20” dalla McLaren ma c’è ancora da lavorare”. Red Bull e Mercedes possono però anche contare su piloti eccezionali, superiori ai pur ottimi Leclerc e Sainz. Se l’olandese ha fatto mostra della sua classe con sorpassi in serie dopo i pit stop, il sette volte campione del mondo è riuscito alla fine a tenerlo a bada con una difesa impeccabile del terzo posto.

Verstappen ha esagerato, andando a contatto col rivale e rischiando l’incidente, una mossa che è costata a entrambi un’investigazione. “Ti comporti come un bambino” è il rimprovero rivolto dal muretto Red Bull all’olandese, che a sua volta in precedenza si era molto lamentato col team. “La battaglia finale è stata da rizzare i capelli, ma queste sono le corse automobilistiche”, ha affermato invece Hamilton. Piastri ha dimostrato di poter gestire la leadership con tranquillità ma nel balletto mal gestito dei pit stop incrociati è finito alle spalle di Norris.

Dopo molteplici scambi alla radio, il britannico ha finito per inchinarsi alle istruzioni della squadra, sempre più insistenti. In tal modo, però, il britannico si è garantito l’aiuto del compagno nella rincorsa Verstappen, che ha ancora 76 punti di vantaggio su di lui. La McLaren si è invece portata a +16 sulla Ferrari nella classifica costruttori e a -51 dalla Red Bull, che difende il primo posto solo con l’olandese dato l’apporto quasi nullo di Perez, oggi settimo davanti a George Russell con la Mercedes, autore del giro veloce. Tra una settimana si tornerà in gara a Spa, una pista molto diversa da quella di Budapest e gli equilibri in campo potranno cambiare ancora.

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Gli esodati della Serie A, 161 calciatori senza squadra né futuro: ecco nomi e storie

A poche settimane dall’inizio del nuovo campionato di Serie A, 161 calciatori si trovano senza una squadra in cui giocare. Un problema sistemico che evidenzia le criticità del sistema dei prestiti e la difficoltà nel trovare soluzioni adeguate per i giovani atleti.

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Qualcuno di loro troverà casa da qui al 17 agosto, quando il pallone tornerà a rotolare negli stadi di Serie A. Qualcuno dovrà accettare di fare più di un passo indietro, togliendo la parola “professionista” dal curriculum in attesa di tempi migliori. Sempre che arrivino. Sono gli esodati della Serie A: 161 calciatori che una squadra ce l’hanno, ma non è quella in cui giocheranno il prossimo campionato. Un esercito che numericamente vale quanto l’organico di cinque squadre. Ragazzi che hanno passato la scorsa stagione in prestito e, tornati alla casa madre, sanno già di doversi guardare intorno.

L’elenco è ricco e variegato. Puoi trovarci Origi del Milan, che dieci anni fa ha giocato i Mondiali col Belgio, l’argentino Correa dell’Inter, quel Soulé che la Juve sta provando a vendere, il romanista Shomurodov, il laziale Basic, il mediano Amrabat della Fiorentina, 4° col Marocco ai Mondiali in Qatar. Ma questa è la superficie nobile di un problema sommerso. La stragrande maggioranza di quei 161 infatti sono giovani, o ex giovani, destinati alla periferia del calcio professionistico, se non oltre. Non a caso, nel mercato degli affari multimilionari, i siti specializzati li quotano come un’utilitaria: anche solo 25 mila euro.

Si chiamano Petrelli e Marchisano, Guidobaldi e Savini, Furlanetto e Anatriello, Zubarek e Mastrantonio (ma qui non siamo già oltre il prezzo delle utilitarie), nomi che a nessuno di voi diranno granché, a meno che non siate stati attenti frequentatori dei gironi di Serie C nell’ultimo anno. Ma sono molti di più.

È per evitare tutto ciò che la FIFA, anni fa, era intervenuta con un regolamento sui prestiti che ha la finalità di ridurre il numero dei professionisti per contratto che però non diventeranno mai calciatori. Aveva disposto una riduzione graduale dei prestiti verso l’estero: per la stagione scorsa erano un massimo di 7, da questa non si potranno prestare più di 6 giocatori. Ma allora perché tutte, in Serie A, sono abbondantemente in doppia cifra? Facile: perché il limite fino a ieri non valeva per gli Under 21 formati nel club. Non solo: la regola non riguarda i trasferimenti interni. La FIFA tre anni fa aveva chiesto alle federazioni di adeguare il regolamento anche per i trasferimenti nazionali. La Federcalcio non lo ha fatto: ha tempo fino al 1° luglio 2025, ma potrebbe anche scegliere di fissare il limite a un numero più alto. Intanto però i professionisti aumentano: non erano così tanti dal 2011.

Perché succede? Perché ogni anno i settori giovanili della Serie A espellono scuderie di calciatori troppo vecchi per giocare la Primavera ma troppo acerbi per la Serie A. Iniziano a girare, ovviamente in prestito. Li hanno blindati con contratti professionistici che quando li firmi sembra il paradiso, ma poi diventano una prigione. Costi troppo perché qualcuno ti compri, ma vali troppo poco per giocare con i grandi. E così si inizia a girare, e girare.

Fino a quando il contratto non scade e la giostra si ferma.

In Serie A è frequente l’idea che un ragazzo debba crescere con calma. Un anno in Serie C, uno in B, uno in una squadra di Serie A di livello più basso. Il salto si rimanda per non rischiare, chi ha un po’ di talento se la cava, gli altri no. Certo, ci sarebbe l’idea delle seconde squadre – da quest’anno a Juve e Atalanta si aggiunge il Milan Under 23 – che giocano la Serie C. Ma il progetto non decolla anche perché allestire un organico costa molto e non ti libera dall’obbligo di avere una squadra Primavera, doppiando quindi la spesa. Così gli esodati si moltiplicano di anno in anno. E sommandosi agli acquisti sbagliati, compongono quella carica dei 161 senza presente. E forse senza futuro.

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