Cronache
Francesco Vorraro sparito nel Vesuviano, quattro fermi per sequestro e morte presunta
Svolta nelle indagini sulla scomparsa di Francesco Vorraro, l’imprenditore sparito il 9 febbraio nel Vesuviano. La Dda di Napoli ha disposto quattro fermi: secondo l’accusa sarebbe stato sequestrato per una vicenda di soldi e poi sarebbe morto durante il trattamento subito.
Per mesi è stato un vuoto senza corpo, senza spiegazioni definitive, senza un luogo dove cercare una verità completa. Ora la scomparsa di Francesco Vorraro, imprenditore sparito il 9 febbraio scorso nell’area vesuviana, diventa una vicenda giudiziaria ancora più grave: per la Dda di Napoli non si tratterebbe più soltanto di una persona svanita nel nulla, ma di un sequestro finito con una morte presunta e con l’occultamento del cadavere.
I carabinieri hanno eseguito quattro fermi disposti nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal pm Giuseppe Visone, con il coordinamento dell’aggiunto Sergio Ferrigno. I provvedimenti riguardano Nunzio Mariano Avino, classe 1992, di Terzigno; Luigi Fraschetti, classe 1992, di San Giuseppe Vesuviano; Elio Marchisiello, nato a Terzigno nel 1992; e Gaetano Miranda, classe 1994, residente a Terzigno.
Le accuse ipotizzate sono pesanti: sequestro di persona, estorsione, occultamento di cadavere e morte come conseguenza di altro reato. Per gli inquirenti vi era anche il rischio di fuga, elemento che ha portato all’adozione del fermo.
L’ipotesi del sequestro per recuperare denaro
Secondo la ricostruzione investigativa, Vorraro sarebbe stato attirato o comunque condotto in un contesto controllato dai suoi presunti aggressori per essere interrogato su questioni economiche e patrimoniali. Il movente, nella lettura della Dda, sarebbe legato a somme di denaro affidate all’imprenditore per investimenti comuni.
Il quadro emerso dalle indagini parla di provviste in nero, forniture non tracciate, documenti estero su estero e attività di compravendita ritenute sospette. Vorraro, secondo gli investigatori, avrebbe gestito denaro anche per conto di terzi. Una parte di queste somme, circa 250mila euro, sarebbe stata destinata ad attività di import-export in Paesi dell’Est europeo.
È in questo contesto che sarebbe maturato il presunto sequestro. Gli indagati, secondo l’accusa, avrebbero voluto ottenere chiarimenti, recuperare denaro o costringere Vorraro a rivelare informazioni sulle sue attività.
L’incontro a Boscoreale e il terreno agricolo a Terzigno
La giornata chiave è quella del 9 febbraio. Vorraro avrebbe incontrato alcuni ex soci in un bar di Boscoreale. Da lì sarebbe stato condotto in un terreno agricolo nella zona di Terzigno.
Secondo l’ipotesi investigativa, proprio in quel luogo sarebbe iniziato un interrogatorio violento. Vorraro sarebbe stato spinto a fornire dati, spiegazioni e retroscena sui rapporti economici e sulle attività imprenditoriali gestite. La morte, allo stato ancora presunta, sarebbe sopraggiunta durante quel trattamento.
Gli inquirenti ritengono che l’evento letale non fosse necessariamente previsto nel piano iniziale. Ma le intercettazioni avrebbero restituito la consapevolezza, da parte di alcuni indagati, di un’azione delittuosa grave e rimasta nascosta per giorni, almeno fino all’allarme lanciato dai familiari.
La frase intercettata: “Lo abbiamo lasciato nel fosso”
Uno dei passaggi più inquietanti dell’inchiesta emerge dalle intercettazioni. In una conversazione, Gaetano Miranda avrebbe detto al padre Giuseppe: “A questo lo abbiamo lasciato nel fosso”.
Sono parole che, secondo gli investigatori, rafforzano l’ipotesi dell’occultamento del cadavere. Ma il corpo di Vorraro non è stato ancora trovato. Per questo si parla di morte presunta e di possibile lupara bianca: una sparizione nella quale la vittima viene eliminata e il cadavere nascosto per impedire ogni accertamento immediato.
Le ricerche proseguono. Gli investigatori stanno verificando anche eventuali elementi all’interno di una fattoria riconducibile a uno dei soggetti finiti in cella, nel tentativo di individuare il luogo in cui il corpo potrebbe essere stato nascosto.
Le impronte sull’auto e il ruolo delle intercettazioni
La svolta sarebbe arrivata anche grazie agli accertamenti sull’auto di Vorraro. Il veicolo sarebbe stato ripulito, ma non completamente. Sulla parte posteriore del cofano sarebbero state rinvenute impronte digitali ritenute utili dagli investigatori.
Da quelle tracce gli inquirenti sarebbero arrivati ad alcuni dei soggetti oggi fermati. Il resto del quadro sarebbe stato costruito attraverso intercettazioni, riscontri e analisi dei rapporti economici tra Vorraro e i presunti creditori.
Il lavoro investigativo dovrà ora superare un passaggio decisivo: la convalida del fermo davanti al giudice, che valuterà gli elementi raccolti e ascolterà le eventuali difese degli indagati.
Il retroscena economico e i debiti
Secondo gli inquirenti, Vorraro finanziava parte delle sue attività attraverso denaro non tracciato fornito da terze persone, tra cui la famiglia Miranda di Terzigno. La sua esposizione debitoria sarebbe stata ampia e tra i creditori figurerebbero anche soggetti finiti oggi nell’inchiesta.
È un retroscena che sposta la vicenda su un terreno più complesso del semplice rapporto personale. Al centro vi sarebbero affari, denaro, investimenti esteri, rapporti fiduciari deteriorati e il sospetto di un circuito economico opaco.
Proprio questo intreccio avrebbe generato il movente del presunto sequestro: recuperare somme considerate perdute o ottenere informazioni su dove fossero finite.
Un caso ancora aperto
La vicenda resta tutt’altro che chiusa. Il cadavere non è stato ritrovato, la morte è ancora presunta, i quattro fermati devono essere considerati innocenti fino a eventuale sentenza definitiva e la ricostruzione della Dda dovrà essere verificata nelle sedi giudiziarie.
Ma il salto investigativo è evidente. La scomparsa di Vorraro non viene più letta come un allontanamento volontario o come un mistero senza direzione. Per gli inquirenti, l’imprenditore sarebbe stato sequestrato, sottoposto a pressioni per ragioni economiche e poi sarebbe morto. Dopo, qualcuno avrebbe fatto sparire il corpo.
È una storia che riporta nell’area vesuviana l’ombra cupa della lupara bianca: non solo l’eliminazione di una persona, ma la cancellazione del corpo, della prova, del luogo del dolore.
La presunzione di innocenza e il dolore della famiglia
Adesso la giustizia dovrà fare il suo percorso. I fermati avranno modo di difendersi, contestare le accuse, fornire la propria versione e chiedere la verifica degli indizi raccolti. La presunzione di innocenza resta un principio inderogabile.
Ma per la famiglia Vorraro resta intanto l’attesa più dura: sapere dove sia Francesco, se davvero sia morto, chi lo abbia portato via e perché. In una vicenda di questo tipo, la verità giudiziaria non serve soltanto a individuare eventuali responsabilità. Serve anche a restituire un corpo, un luogo, una risposta.
Cronache
Rapporto Invalsi 2026, allarme matematica alle elementari: quattro bambini su dieci sotto il livello base
Il Rapporto Invalsi 2026 segnala un nuovo calo delle competenze matematiche nella scuola primaria: raggiunge almeno il livello base il 64% degli alunni di seconda e il 63% di quinta. Migliorano invece la dispersione scolastica, stimata al 7,3%, e i risultati degli studenti delle superiori.
Cronache
Ponte Morandi, Possetti: «È crollata la cortina di fumo sulla verità»
Dopo la sentenza di primo grado sul crollo del ponte Morandi, Egle Possetti parla di «crollo della cortina di fumo sulla verità». Il Comitato dei familiari sottolinea le responsabilità riconosciute ai vertici privati e pubblici e chiede più controlli dello Stato sulle concessioni.
Durante i quindici minuti impiegati dai giudici per leggere la sentenza sul crollo del ponte Morandi, i familiari delle vittime si sono tenuti per mano. Gli abbracci e le lacrime sono arrivati soltanto dopo, quando la tensione accumulata in quasi otto anni ha lasciato spazio alla consapevolezza di avere ottenuto una prima risposta giudiziaria.
«È il crollo della cortina di fumo che ha aleggiato sulla verità», ha dichiarato Egle Possetti, portavoce del Comitato ricordo vittime, durante la conferenza stampa organizzata dopo il verdetto.
«Non fu una tragedia, ma una strage»
Per Possetti, la sentenza individua responsabilità precise e respinge alcune delle ricostruzioni alternative emerse nel corso degli anni.
«Non è ancora il capolinea, ma è un punto fermo», ha spiegato, ricordando le ipotesi che avevano indicato tra le possibili cause del cedimento il peso delle bobine trasportate da un camion o persino un fulmine.
Il Comitato insiste anche sulle parole da utilizzare per raccontare quanto accaduto il 14 agosto 2018.
«Non è stato un dramma, non è stata una tragedia, è stata una strage», ha affermato Possetti riferendosi alla morte delle 43 persone coinvolte nel crollo.
La sentenza resta di primo grado e potrà essere impugnata. Per tutti gli imputati continua quindi a valere il principio di non colpevolezza fino a una decisione definitiva.
Le responsabilità dei controllori pubblici
Uno degli elementi considerati più importanti dai familiari è il riconoscimento di responsabilità anche nei confronti di figure appartenenti agli apparati pubblici incaricati della vigilanza.
Possetti ha richiamato in particolare il ruolo dei vertici del ministero delle Infrastrutture e del comitato che avrebbe dovuto valutare il progetto di retrofitting, cioè il rinforzo delle pile 9 e 10 del viadotto.
«Nessun controllore ha bloccato il manovratore», ha sintetizzato la portavoce.
Secondo il Comitato, la sentenza richiama direttamente lo Stato alla responsabilità di esercitare controlli effettivi sui concessionari ai quali vengono affidati beni e infrastrutture pubbliche.
Il ruolo dello Stato nelle concessioni
I familiari intendono continuare la propria battaglia anche al di fuori delle aule giudiziarie.
L’obiettivo è partecipare al dibattito sul sistema delle concessioni, sui poteri di vigilanza delle amministrazioni pubbliche e sulle responsabilità dei dirigenti delle grandi aziende.
«Lo Stato, che doveva controllare il concessionario, non lo ha fatto», ha dichiarato Possetti. Per il Comitato, quanto emerso dal processo deve tradursi in un rafforzamento strutturale della vigilanza, affinché tragedie simili non possano ripetersi.
La critica ai grandi manager
Possetti ha inoltre criticato quello che ha definito un tentativo di alcuni grandi dirigenti di autoassolversi o di proteggersi rispetto alle responsabilità connesse ai propri incarichi.
«Nessuno è obbligato a fare l’amministratore delegato di una grande azienda», ha osservato. A retribuzioni elevate e ruoli di grande prestigio, ha aggiunto, devono corrispondere anche oneri e responsabilità.
La portavoce ha citato la lettera sottoscritta da 250 top manager dopo la condanna di Mauro Moretti per il disastro ferroviario di Viareggio, giudicandola «inaccettabile».
I ringraziamenti del Comitato
Prima di entrare nel merito della sentenza, Possetti ha voluto ringraziare le persone che hanno accompagnato i familiari durante il lungo percorso processuale.
Un riconoscimento particolare è stato rivolto agli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino e al loro studio, elogiati per professionalità, dedizione e vicinanza umana.
Possetti ha ringraziato anche il consulente Paolo Rugarli, al quale ha attribuito importanti intuizioni tecniche che avrebbero contribuito ad arricchire l’impianto accusatorio.
Il ricordo del pm Terrile
Il Comitato ha espresso gratitudine alla Procura di Genova, al procuratore capo Nicola Piacente e ai pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, che hanno seguito l’inchiesta e il processo.
Un applauso ha accompagnato il ricordo del magistrato Massimo Terrile, recentemente scomparso e impegnato nelle indagini sulla tragedia.
Ringraziamenti sono stati rivolti anche ai tecnici del Tribunale, ai periti, alla Guardia di finanza e alla stampa, con una menzione particolare per le testate locali che hanno seguito tutte le udienze.
«Un lavoro silenzioso tra documenti infiniti»
Possetti ha infine ringraziato il collegio giudicante composto da Paolo Lepri, Fulvio Polidori e Ferdinando Baldini, sottolineandone il lavoro «silente» su una mole enorme di documenti e testimonianze.
Un ultimo pensiero è andato alle istituzioni che, secondo il Comitato, sono rimaste vicine ai familiari durante questi anni.
La sentenza non chiude il processo e non cancella il dolore. Ma per chi ha perso una persona cara nel crollo, rappresenta la caduta di quella che Possetti definisce una lunga cortina di fumo e l’inizio di una verità giudiziaria destinata ora a confrontarsi con i successivi gradi di giudizio.
Cronache
Rapina alla gioielleria del Merlata Bloom, presi sei uomini: recuperata tutta la refurtiva
Sei uomini sono stati fermati poco più di due ore dopo la rapina alla gioielleria “Gioielli di Valenza” del centro commerciale Merlata Bloom di Milano. Recuperata l’intera refurtiva, composta da preziosi per centinaia di migliaia di euro.
È durata poco più di due ore la fuga della banda che ha assaltato la gioielleria “Gioielli di Valenza” all’interno del centro commerciale Merlata Bloom di Milano. Sei uomini di origine sudamericana sono stati fermati da Carabinieri e Polizia di Stato, che hanno recuperato l’intera refurtiva: gioielli per un valore stimato in centinaia di migliaia di euro.
Le posizioni dei fermati sono ora al vaglio dell’autorità giudiziaria. Secondo la prima ricostruzione, quattro avrebbero partecipato direttamente all’irruzione, mentre altri due sarebbero rimasti all’esterno con il compito di controllare la zona e guidare le automobili utilizzate per la fuga.
L’assalto prima dell’apertura
I rapinatori sono entrati in azione nelle prime ore della mattina, prima della completa apertura del centro commerciale, quando all’interno della gioielleria erano presenti soltanto alcuni dipendenti.
Indossavano parrucche e mascherine ed erano armati di pistole, sulle quali saranno necessari accertamenti per stabilire se fossero vere oppure riproduzioni.
Dopo avere minacciato e strattonato i lavoratori, hanno utilizzato alcuni estintori per sfondare teche e vetrine. Prima di fuggire hanno anche disperso la polvere degli estintori nei locali, nel tentativo di generare confusione e rendere più difficile l’inseguimento.
Due persone soccorse
Un commesso di 29 anni, che accusava difficoltà respiratorie dopo avere inalato la sostanza, è stato trasportato dal personale del 118 in codice giallo all’ospedale Sacco.
Una donna di 37 anni ha invece riportato bruciore agli occhi, ma ha rifiutato il trasferimento in ospedale.
Le loro condizioni non risulterebbero gravi.
Il cambio d’auto durante la fuga
Dopo il colpo, la banda si è allontanata a bordo di una Mercedes. L’automobile è stata abbandonata poco distante dal centro commerciale e ritrovata dai Carabinieri.
I rapinatori sono quindi saliti su un secondo veicolo e si sono diretti verso un punto d’appoggio individuato in via Vespri Siciliani, nella zona sud-occidentale di Milano.
La fuga si è però conclusa rapidamente. Gli investigatori, che secondo quanto emerso stavano già seguendo alcuni componenti del gruppo, sono riusciti a ricostruirne gli spostamenti e a circondare il luogo nel quale si erano rifugiati.
Recuperati tutti i gioielli
Carabinieri e Polizia di Stato hanno bloccato i sei uomini e recuperato tutti i preziosi sottratti alla gioielleria.
Le indagini dovranno ora chiarire il ruolo attribuibile a ciascun fermato, la provenienza delle armi e l’eventuale coinvolgimento della banda in altri assalti analoghi compiuti tra Milano e il suo hinterland.
L’azione, organizzata per essere conclusa in pochi minuti, sembrava inizialmente riuscita. Ma il cambio di automobile e il rifugio scelto per dividersi il bottino non sono bastati: poco dopo il colpo, l’intero gruppo era già nelle mani delle forze dell’ordine.


