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Fontana accelera, mi ricandido per centrodestra in Lombardia

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Nella sua testa ci sono solo i prossimi cinque anni al Pirellone. Ed e’ per questo motivo che il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana non si candidera’ alle elezioni politiche, smentendo definitivamente l’ipotesi di una sua discesa in campo nel proporzionale insieme ai governatori Massimiliano Fedriga e Luca Zaia (che ha smentito a sua volta). A farlo sapere ci ha pensato lo stesso Fontana attraverso il suo profilo Facebook, confermando l’intenzione di correre per le regionali: “Mancano sette mesi alle elezioni in Lombardia – ha scritto il presidente – alle quali mi candido per l’intero centrodestra per completare il lavoro di questa prima legislatura”. Fontana, che aspetta ancora la benedizione ufficiale dei leader della coalizione, inizia gia’ a tratteggiare quelli che saranno i temi che impegneranno la sua agenda politica nel prossimo mandato. Ossia l’attenzione per i giovani e il sostegno alle imprese e al mondo del lavoro. E poi le infrastrutture, per un territorio “che merita parita’ di condizioni competitive in ogni provincia e grandi eventi come l’appuntamento delle Olimpiadi 2026”. Un orizzonte verso cui viaggiare “spediti e determinati”, un “impegno di lavoro” che allontana Fontana dalla corsa romana. “Non saro’ candidato alle politiche anche per questa ragione. Non si puo’ pensare seriamente a di correre in un’elezione – ha sottolineato – gia’ sapendo che quel mandato non potra’ essere onorato. Serve rispetto per cittadini e istituzioni”. La sua vice Letizia Moratti, dopo aver dato al centrodestra anche lei la disponibilita’ a candidarsi, attende “fiduciosa e rispettosa” dell’ambito politico di cui fa parte. Nonostante la lunga attesa, Moratti non vuole compromettere il suo rapporto con la coalizione. Come Fontana, continuera’ dunque ad aspettare una risposta ufficiale dal centrodestra mantenendo quello che e’ il suo obiettivo: il Pirellone. Forte di una promessa che le sarebbe stata fatta al suo arrivo in giunta durante il rimpasto di inizio 2021, ossia quella di correre come governatrice dopo aver condotto la campagna vaccinale e riordinato la sanita’ lombarda. Prima della sosta estiva aveva ribadito la disponibilita’ per la Lombardia anche al leader della Lega Matteo Salvini, allontanando l’idea di un suo coinvolgimento a livello nazionale. “Non e’ proprio una persona che ha bisogno di una poltrona”, fa notare chi ha avuto modo di parlarci nelle ultime settimane. Soltanto dopo aver ottenuto una risposta dal centrodestra, Moratti valutera’ il da farsi. Le richieste non mancano: a corteggiarla per primo ci aveva pensato il leader di Azione Carlo Calenda, indicandola come candidata ideale di un terzo polo riformista. E ora che il terzo polo e’ realta’, con la possibilita’ che aderisca anche l’ex sindaco di Milano e predecessore proprio di Moratti, Gabriele Albertini (a cui la vicepresidente ha offerto il posto di capolista nella sua lista per le regionali), il suo nome potrebbe tornare in cima alla lista di Calenda e di Matteo Renzi. “Il candidato rimane Fontana – ha assicurato intanto la coordinatrice lombarda di Fratelli d’Italia Daniela Santanche’ – decideranno i leader, ma siamo sempre stati leali e rispettato la regola degli uscenti. Se gli altri non lo sono giudicheranno gli italiani”.

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La debacle di Di Maio e la rabbia di +Europa

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E’ un giorno da dimenticare per i piccoli partiti della coalizione di centrosinistra. Risultati alla mano, si registrano diverse sconfitte e poche soddisfazioni. Gioisce con moderazione l’Alleanza Verdi-Sinistra, si dispiacciono tutti gli altri. Il rammarico piu’ grande e’ del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Aveva attraversato in lungo e in largo il suo collegio partenopeo, tra “voli” in trattoria e caccia agli indecisi, ma non ce l’ha fatta: e’ fuori dal Parlamento. Ha aspettato fino all’ultimo prima di affidare a Facebook la sua dichiarazione: “”Non ci sono se, ma o scuse da accampare. Abbiamo perso”. Una sconfitta personale, prima di tutto. Nel collegio uninominale di Napoli 02 e’ surclassato dall’ex ministro pentastellato Sergio Costa. Ma la vera debacle e’ il dato nazionale. Impegno civico non sfonda la soglia dell’1%, fallendo nell’impresa di fornire un minimo, seppur inutile, sostegno alla coalizione che lo aveva accolto. Dal centro di Napoli a quello di Roma, dove la performance del centrosinistra e’ il simbolo della sconfitta. Nel collegio uninominale Lazio 2, storica roccaforte della sinistra, la veterana Emma Bonino e’ battuta dalla candidata del centrodestra Lavina Mennuni, “antiabortista e reazionaria”, secondo la dizione di +Europa. Nel momento del sorpasso, a notte inoltrata, nella sede romana del partito si ripeteva: “questo disastro e’ colpa di Calenda”. Nello stesso collegio, infatti, il leader di Azione ha sfidato la sua ex alleata ottenendo una cifra deludente, che lo lascia sul terzo gradino del podio. Lo attacca Riccardo Magi, presidente dei liberali: “Ha regalato il collegio senatoriale centrale della sua Roma a quella che lui stesso ha definito la ‘peggiore destra’. Lo ha fatto in maniera consapevole e deliberata”. Domina il rancore in via Santa Caterina, durante la conferenza stampa del pomeriggio. Bonino, la grande esclusa, e’ laconica. “C’e’ chi si dispiace del risultato un po’ tardi e in modo un po’ ipocrita”. Negli uninominali, insieme a Magi, e’ eletto Benedetto Della Vedova, ma il partito non supera la soglia del 3% per un soffio. “Siamo al 2,95% – commenta il segretario – ossia a 15 mila voti dallo sbarramento”. “Una sorta di errore statistico”, per cui +Europa ha gia’ richiesto il riconteggio delle schede nulle. Comunque vada, i liberali hanno annunciato “un’opposizione netta e rigorosa”, cosi’ come gli alleati di Verdi e Sinistra italiana. Fratoianni e Bonelli guadagnano il pass per la Camera e annunciano i lavori per “una convergenza larga che si opponga a una destra nazionalista, pericolosa per il Paese”. Per il leader dei Verdi, “divisioni e personalismi” sono il seme della sconfitta. E il segretario di Si insiste: “Non si vince senza Pd e M5s”. Mentre comincia la “ricostruzione di ponti” nel campo progressista, i due rilanciano la loro Alleanza e si godono qualche soddisfazione. “Dopo 14 anni i Verdi tornano in aula”, commenta Bonelli. “Per la nostra lista e’ il miglior risultato delle ultime tornate elettorali”, chiosa Fratoianni. Sinistra Italiana porta Ilaria Cucchi al Senato, ma perde a sorpresa un “collegio sicuro”: l’attivista Aboubakar Soumahoro resta escluso.

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Letta chiama Meloni. FdI, cambiare la Carta

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La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, nel giorno in cui viene riconosciuta vicitrice indiscussa delle elezioni, sceglie il low profile, limitandosi a postare un bigliettino che le ha scritto la figlia e disertando la conferenza stampa all’hotel Parco dei principi, dove, invece, vanno i capigruppo Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida, insieme al responsabile dell’organizzazione di Fdi Giovanni Donzelli, ad annunciare, tra le altre cose, che “la Costituzione e’ bella ma ha 70 anni” e dunque va cambiata. Anche se Meloni cerca di stare alla larga, almeno per 24 ore, da telecamere e microfoni per stare in famiglia, sono molti i leader che fanno sapere di averla chiamata per riconoscerne la vittoria: da Enrico Letta a Giuseppe Conte. E sono sempre molti i commenti che arrivano da oltralpe e da oltreoceano. “Sono piuttosto fiducioso che la collaborazione con le nuove autorita’ in Italia sara’ basata su posizioni serie come sempre. Siamo pronti a discutere”, commenta il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni secondo il quale “quello che e’ importante” e’ che si vada “avanti con gli impegni presi specialmente sul Pnrr”. Matteo Renzi, dal Giappone, usa toni concilianti. Dice che con la vittoria di Fratelli d’Italia non c’e’ alcun pericolo ne’ per la democrazia ne’ per l’alleanza atlantica e definisce “stupida” la decisione della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen di “entrare, due giorni prima delle elezioni, in un dibattito che appartiene il popolo italiano”. Ma sul voto di ieri intervengono quasi tutti i giornali Usa sottolineando come l’Europa stia guardando “con cautela e trepidazione” alla nascita del nuovo governo e come si tema che l’Italia possa “diventare l’anello debole che rompe la posizione forte e unita dell’Ue contro la Russia”. Piu’ diretto il segretario di Stato americano Antony Blinken: “Siamo ansiosi di lavorare con il governo italiano sui nostri obiettivi condivisi: sostenere un’ Ucraina libera e indipendente, rispettare i diritti umani e costruire un futuro economico sostenibile. L’Italia e’ un alleato fondamentale, una democrazia forte e un partner prezioso”. E mentre Emmanuel Macron fa sapere di “rispettare la scelta democratica” degli elettori italiani, la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, parla di “giorno triste per l’Europa”. In Italia, intanto, i partiti analizzano il voto e pensano al futuro. Il presidente della Camera uscente Roberto Fico non rimpiange il “campo largo” (“Non ci ho mai creduto”) e assicura che partendo da singoli temi come il sostegno alle energie rinnovabili e il no al nucleare si puo’ “rimettere insieme un’agenda progressista”. Il leader di SI Nicola Fratoianni dice che l’opposizione va ricostruita tutti insieme, anche con il M5S: prospettiva condivisa da Nicola Zingaretti che ipotizza una ‘reunion’ tra le due forze politiche gia’ per le prossime regionali. Intanto, tra i Dem c’e’ chi, come Esterino Montino, comincia a chiedere le dimissioni di Letta e chi, come Pier Ferdinando Casini, lo difende: “Dire che problema Pd e’ Letta e’ non capire. Se avesse fatto alleanza coi 5 stelle lo avrebbero lapidato’. +Europa chiede il riconteggio dei voti

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Draghi prepara Nadef, Fdi chiede aiuto sulla manovra

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Impostare per tempo la manovra. Perche’ ce ne sara’ poco e le incombenze, come ripetono spesso da Fdi, fanno “tremare i polsi”, tra inflazione alle stelle, bollette che continuano a crescere e lo spettro di un rallentamento generalizzato dell’economia che si abbattera’, inevitabilmente, anche sull’Italia. Mentre il governo di Mario Draghi si prepara, probabilmente giovedi’, a dare il via libera all’aggiornamento delle stime di crescita con la Nadef, il centrodestra che si appresta a governare chiede di fatto una mano all’esecutivo uscente. Bisognera’ “lavorare a 4 mani” vecchio governo ed eletti in procinto di entrare a Palazzo Chigi, e’ il ragionamento che consegna alle telecamere gia’ nella notte della vittoria elettorale Guido Crosetto, perche’ il Dpb, il documento programmatico di bilancio che di fatto costituisce lo schema della manovra, va inviato a Bruxelles di prassi entro la meta’ di ottobre e il nuovo governo “avrebbe un giorno per farla”. In realta’ la scadenza non e’ poi cosi’ perentoria e gia’ in passato Bruxelles ha concesso piu’ tempo in caso di elezioni nazionali e conseguente formazione di nuovi governi (dalla Germania all’Austria fino al Portogallo). Il governo ancora in carica per gli affari correnti, peraltro, al momento non ha alcuna intenzione di fare la manovra. Spettera’ a chi verra’ dopo, hanno detto piu’ volte pubblicamente sia Draghi sia il ministro dell’Economia, Daniele Franco, che si e’ limitato a invitare i successori a “restare sui medesimi obiettivi” indicati in aprile con il Def. Obiettivi che la Nota dovrebbe ricordare anche se i numeri saranno solo quelli tendenziali, con le previsioni aggiornate a politiche invariate. Perche’ le scelte su come orientare la politica economica di qui in avanti, e’ la posizione tenuta finora, dovra’ farle il nuovo governo. Certo, molto dipendera’ dai tempi per la formazione del nuovo esecutivo. Se, come l’esito delle urne suggerirebbe, si dovesse fare in fretta, di sicuro non saranno Draghi e Franco, e’ l’idea che rimbalza tra Mef e Palazzo Chigi, a firmare la manovra. Chi arrivera’ potra’ contare su un margine informale di qualche giorno di tolleranza o sulla richiesta formale di una proroga un po’ piu’ lunga. Solo se, viceversa, si ripetesse lo scenario vissuto a inizio della scorsa legislatura (90 giorni per trovare l’intesa sul Conte 1) potrebbe essere questo esecutivo a farsi carico anche di presentare il Dpb, magari in una versione light, da integrare non appena effettuato lo scambio della campanella. “Ogni atto deve essere concordato”, mette le mani avanti intanto Matteo Salvini, mentre da Fdi sottolineano comunque che il centrodestra non arrivera’ impreparato all’appuntamento perche’ “Giorgia Meloni – chiarisce il capogruppo in Senato Luca Ciriani – sta approfondendo tutti i dossier piu’ scottanti a partire dalla Nadef alla legge di bilancio”. Il documento che arrivera’ in Cdm dovrebbe intanto certificare la performance del Pil superiore alle aspettative per quest’anno, con un +3,3%, ma anche un netto rallentamento nel 2023, che potrebbe fermare l’asticella tra lo 0,6 e lo 0,7%, con una crescita piu’ che dimezzata rispetto al 2,4 ipotizzato in primavera. Un quadro che si complica e che, senza ricorrere a scostamenti, lascia pochi margini di azione. Qualunque sara’ l’esecutivo cui tocchera’ l’onere.

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