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Cronache

Foggia, omicidio Dino Carta: riaperta pista su morte del 2023, indagini in corso

Omicidio Dino Carta a Foggia: gli investigatori valutano un collegamento con una morte del 2023. Analisi su video, audio e cellulare.

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Proseguono le indagini sull’omicidio di Dino Carta, ucciso a Foggia la sera del 13 aprile con colpi di arma da fuoco mentre si trovava nei pressi della propria abitazione.

Gli investigatori stanno cercando di ricostruire il movente di un delitto che, al momento, appare privo di spiegazioni immediate, anche alla luce del profilo della vittima.

Riaperto un fascicolo del 2023

Tra le piste al vaglio, la Procura avrebbe riaperto un fascicolo relativo a una morte avvenuta nell’ottobre 2023. Un uomo precipitò da un’impalcatura nello stesso stabile in cui vive la famiglia Carta.

All’epoca il caso fu archiviato come incidente, ma ora si ipotizza che quell’episodio possa aver generato tensioni o risentimenti nei confronti della famiglia.

Si tratta di una linea investigativa ancora da verificare attraverso riscontri oggettivi.

Testimonianze e appello della famiglia

La moglie della vittima ha rivolto un appello pubblico affinché eventuali testimoni si facciano avanti. Secondo quanto riferito, l’uomo era uscito per una breve passeggiata con il cane e non è più rientrato.

Le indagini si concentrano anche sulle relazioni personali e sulle ultime ore della vittima.

Video e analisi tecniche

Gli inquirenti stanno esaminando i filmati delle telecamere di sorveglianza, che avrebbero ripreso una persona con il volto coperto a bordo di una bicicletta poco prima dell’omicidio.

Sono in corso anche accertamenti sul telefono cellulare della vittima e una perizia su un audio registrato nella zona, che potrebbe contenere elementi utili alla ricostruzione dei fatti.

Accertamenti medico-legali

È prevista l’autopsia sul corpo della vittima, che potrà fornire ulteriori elementi utili alle indagini.

L’inchiesta resta aperta e ogni ipotesi è al vaglio degli investigatori, in attesa di sviluppi concreti.

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Cronache

Taranto, 35enne ucciso in strada da un gruppo di giovani: fermato anche un ragazzo di 15 anni

A Taranto un uomo di 35 anni originario del Mali, Bakari Sako, è stato ucciso durante un’aggressione di gruppo nella città vecchia. Fermati cinque giovani, quattro dei quali minorenni. Secondo gli investigatori sarebbe stato un ragazzo di 15 anni a colpire mortalmente la vittima con un’arma da taglio.

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Un ragazzo di appena 15 anni sarebbe l’autore materiale dell’omicidio di Bakari Sako, il 35enne originario del Mali morto dopo una violenta aggressione avvenuta all’alba di sabato scorso nella città vecchia di Taranto.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’uomo sarebbe stato accerchiato in piazza Fontana da un gruppo composto da cinque giovani e successivamente colpito con diversi fendenti all’addome e al torace.

Cinque fermati, quattro sono minorenni

La Procura ha disposto cinque fermi: quattro attraverso la procura minorile e uno tramite la procura ordinaria.

L’unico maggiorenne coinvolto è Fabio Sale, di 20 anni. Gli altri quattro fermati hanno invece tra i 15 e i 16 anni.

Secondo gli inquirenti sarebbe stato proprio il quindicenne a infliggere i colpi mortali, utilizzando un coltello oppure un cacciavite che portava con sé.

La ricostruzione degli investigatori

Stando a quanto riportato nel provvedimento di fermo, Bakari Sako sarebbe stato inizialmente circondato dal gruppo e aggredito con pugni e spintoni.

L’uomo avrebbe poi tentato di allontanarsi e fuggire, ma sarebbe stato inseguito dai ragazzi e raggiunto poco dopo.

A quel punto il 35enne sarebbe stato colpito tre volte nella zona toracica e addominale con un’arma da taglio.Ferite che si sono rivelate mortali.

Le indagini della magistratura

Gli investigatori stanno ricostruendo le fasi dell’aggressione e il ruolo dei singoli partecipanti nel branco che avrebbe preso parte all’azione violenta.

Restano da chiarire il movente dell’aggressione e le eventuali responsabilità individuali dei fermati.

Come previsto dalla legge, trattandosi di indagati minorenni, vale il principio della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

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Cronache

Delitto di Garlasco, scontro tra i legali: “Nessuna prova nuova contro Stasi” contro “Sentenza disintegrata”

Nuovo scontro sul delitto di Garlasco dopo la chiusura della nuova indagine della Procura di Pavia contro Andrea Sempio. Il legale dei Poggi, Gian Luigi Tizzoni, sostiene che non esistano elementi per una revisione della condanna di Alberto Stasi. Di parere opposto la difesa Stasi, che parla di nuove prove capaci di “disintegrare” la sentenza definitiva.

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Il delitto di Chiara Poggi torna al centro di un duro confronto tra avvocati, procure e consulenze tecniche, riportando il caso giudiziario più discusso degli ultimi vent’anni dentro una dimensione che ricorda quella dei primi processi celebrati a porte chiuse.

A riaccendere il dibattito sono gli atti della nuova inchiesta della Procura di Pavia, che punta oggi su Andrea Sempioe mette in discussione l’impianto che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi.

Tizzoni: “Non ci sono elementi per una revisione”

A contestare duramente la nuova impostazione investigativa è l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, storico difensore della famiglia Poggi.

Secondo Tizzoni, dalle nuove consulenze depositate dalla Procura non emergerebbero elementi realmente capaci di scardinare la sentenza definitiva di condanna nei confronti di Stasi.

“Non vedo spazio per una revisione”, sostiene il legale, spiegando che né la consulenza medico-legale della dottoressa Cristina Cattaneo, né le analisi informatiche o le consulenze del Ris sulle tracce ematiche avrebbero prodotto prove nuove decisive.

Per il legale dei Poggi l’impianto accusatorio che ha retto fino alla Cassazione resterebbe ancora solido.

La replica della difesa Stasi: “Condanna disintegrata”

Di segno opposto la posizione dell’avvocato Giada Bocellari, che difende Alberto Stasi e che parla invece di una vera demolizione della sentenza definitiva.

Secondo Bocellari, la nuova indagine avrebbe prodotto “un’imponente e articolata attività investigativa” in grado di dimostrare “l’assoluta innocenza” del suo assistito.

La difesa ritiene che le nuove prove abbiano “letteralmente disintegrato” la sentenza di condanna.

La legale richiama anche gli sviluppi dell’inchiesta aperta a Brescia su presunte anomalie investigative che coinvolgerebbero l’ex procuratore di Pavia.

La battaglia sulla revisione del processo

Il confronto ruota attorno alla possibile richiesta di revisione del processo Stasi, che la difesa starebbe preparando.

Per Tizzoni, però, la revisione non avrebbe basi concrete. Secondo il legale della famiglia Poggi, alcuni aspetti storicamente centrali del processo sarebbero stati “liquidati” o accantonati nella nuova ricostruzione investigativa.

Tra questi cita la cosiddetta “camminata” attribuita a Stasi sulla scena del crimine e il tema della bicicletta nera, elementi che avevano avuto peso nel processo originario.

Secondo Tizzoni la Procura di Pavia avrebbe cercato di smentire le conclusioni giudiziarie definitive senza però incidere davvero sui punti cruciali del caso.

Un caso che continua a dividere

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco continua dunque a dividere investigatori, magistrati e opinione pubblica.

Da una parte chi ritiene che la condanna definitiva di Alberto Stasi resti fondata su elementi solidi. Dall’altra chi sostiene che le nuove indagini abbiano aperto scenari completamente diversi.

Come sempre in questa fase, vale il principio della presunzione di innocenza per tutti gli indagati coinvolti nei nuovi filoni investigativi fino a eventuali sentenze definitive.

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Cronache

Luca Abete torna alla Parthenope con #NonCiFermaNessuno: i giovani non vogliono sermoni, ma ascolto vero

È la campagna sociale dedicata al disagio giovanile e alla salute mentale degli studenti. Tra podcast, ascolto e laboratori di comunicazione, il progetto punta a creare un dialogo autentico con le nuove generazioni.

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Aula piena, storie vere, fragilità raccontate senza filtri e un messaggio chiaro: i giovani non chiedono lezioni, ma ascolto autentico. Per il terzo anno consecutivo Luca Abete torna domani, 12 maggio, all’Università Parthenope con la dodicesima edizione di “#NonCiFermaNessuno”, la campagna sociale motivazionale che attraversa gli atenei italiani affrontando il disagio giovanile, le paure, la salute mentale e il bisogno di confronto di una generazione spesso lasciata sola dietro un “va tutto bene” di facciata. Tra talk, podcast e laboratori di comunicazione, il progetto continua a trasformare le Università in luoghi di ascolto reale.

Luca, che cos’è #NonCiFermaNessuno?

È una campagna sociale che, dal 2014, incoraggia gli studenti italiani puntando non sul successo a tutti i costi, ma sull’analisi di sconfitte, difficoltà e paure. In aula non portiamo lezioni di vita, ma ascolto attento sulle emergenze giovanili. La verità è che i ragazzi odiano i sermoni: vogliono vibrazioni. Cercano un confronto con chi non li giudica, ma li ascolta. Non vogliono subire un messaggio, preferiscono stimoli coerenti con la loro sensibilità, da reinventare attraverso una rivoluzione silenziosa.

In aula una formula vincente: le storie degli studenti al centro dei momenti talk…

Il metodo funziona perché rappresenta un intreccio raro di coraggio e fragilità. Raccontiamo queste storie sui social network, ma lasciarle solo lì sarebbe uno spreco. Hanno un valore educativo enorme, tanto da spingerci a registrare dal vivo in aula un podcast dal titolo “Va tutto bene. Anzi no”. Non è il nostro primo podcast, ma questa volta faremo qualcosa di diverso: porteremo fuori dall’aula tutto ciò che merita di essere ascoltato, usando uno strumento che i ragazzi sentono davvero loro.

Per il 2026 ti sei ripromesso di battere il “benegrazismo”: di cosa si tratta?

È un vocabolo che ho coniato personalmente per raccontare quella tentazione, fin troppo frequente, di rispondere frettolosamente “bene, grazie” alla domanda “come stai?”. Da qui è nato il claim di questa edizione: “Dimmi davvero come stai”. Una domanda che nasconde dubbi e insicurezze, ma che mette al centro del dibattito la salute mentale di ragazze e ragazzi.

Gli stessi giovani che veicolano i valori della community attraverso il Laboratorio dei Linguaggi della Comunicazione. Di cosa si tratta?

È un hub interattivo in cui 15 ragazzi e ragazze per ogni tappa, 120 in totale, diffondono i valori della campagna sociale. Non insegniamo linguaggi: li costruiamo insieme a loro. La voglia è quella di sorprendere, con installazioni che spiazzano, parole nuove che incuriosiscono, piccoli cortocircuiti capaci di accendere attenzione dove spesso c’è superficialità. Gli esperimenti social sul web hanno avuto riscontri fortissimi perché toccano le corde giuste. I numeri che stiamo registrando confermano che stiamo facendo un percorso eccellente anche sotto questo punto di vista.

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