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Politica

Fazio e il contratto blindato da 73 milioni di euro regalatogli dalla Rai di Orfeo

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Aldilà della retorica e oltre la propaganda, quanto costa Fabio Fazio alla Rai? Il contratto blindato firmato dal conduttore con la Televisione pubblica per 32 prime serate annuali di Che tempo che fa e per 31 seconde serate di Che fuori tempo che fa è modificabile sono se c’è accordo tra le parti. Si può uscire da questo contratto pagando delle penali, previste in maniera chiara e favorevoli al giornalista/conduttore. Se la Rai volesse uscirne, dovrebbe sborsare oltre 7 milioni di euro tra inadempienze e penali. Il compenso annuale per Fazio è di 2.240.000 euro; 704.000 vengono versati per l’uso del format di Che tempo che fa pagati a Officina (la società di Fazio); più 600.000 euro di penale. Moltiplicato per due (le stagioni 2020 e 2021) fa 7.088.000 euro. Eh sì, altre due stagioni ancora ci sono da trascorrere assieme a Fabio Fazio. Il compenso del contratto e ogni clausola furono sottoscritti nel luglio 2017 dall’allora direttore generale, Mario Orfeo. Scadenza il 30 giugno 2021. Campo dell’Orto fu pregato di accomodarsi perchè non volle firmare quel contratto, Orfeo arrivò e fece tutto in poche settimane. Sarebbe bello potesse spiegare come e perché fece quella scelta di impegnare la Rai a spendere per un solo programma, per un  solo uomo, per una squadra oltre 70 milioni di euro.

L’ad della Rai, Fabrizio Salini vuole tagliare quel contratto mostruoso. Ma se Fabio Fazio non vuole sentire ragioni ridurre il compenso firmato dall’allora direttore generale, Mario Orfeo, che scadrà il 30 giugno 2021, è impossibile. E così fino al 2011 quello è il programma, quelli sono i compensi. Il contratto di Fazio vede la Rai sborsare pure 10.644.400 euro l’ anno a Officina per i costi di produzione, più 5 milioni l’ anno per i costi industriali. Fatte due moltiplicazioni, che Mario Orfeo dimenticò di fare appena insediatosi a Viale Mazzini,  per i 4 anni di messa in onda la Rai spenderà  73 milioni di euro. Salini vuole ridurre drasticamente i costi per quello che resta ancora di strada da fare assieme.

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Politica

Elezioni Campania, centrodestra unito: candidati a Avellino e Salerno, accordo anche su Napoli

Il centrodestra si presenta unito alle elezioni comunali in Campania. Accordo su candidati e ruoli tra FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati

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Il centrodestra si presenterà unito alle prossime elezioni comunali in Campania, con un accordo tra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati.

L’intesa riguarda i principali centri chiamati al voto, a partire dai capoluoghi di provincia.

I candidati a Avellino e Salerno

Ad Avellino la coalizione sostiene Laura Nargi, mentre a Salerno si converge su Gherardo Maria Marenghi, dopo il ritiro del sostegno al candidato Zambrano.

L’accordo su Napoli e le municipalità

Nel quadro dell’intesa, spetta a Forza Italia l’indicazione del candidato sindaco di Napoli, oltre a quattro presidenze di Municipalità.

Le restanti sei presidenze saranno distribuite tra gli altri partiti della coalizione.

Equilibri anche negli altri territori

L’accordo prevede inoltre che la Lega indichi il candidato per il Comune di Caserta, mentre Fratelli d’Italia avrà un ruolo di riferimento a Benevento.

Verso un’intesa più ampia

Secondo quanto riferito dai dirigenti regionali Antonio Iannone, Fulvio Martusciello, Aurelio Tommasetti e Gigi Casciello, il confronto si è svolto in un clima costruttivo.

L’obiettivo dichiarato è rafforzare la collaborazione tra le forze del centrodestra anche in vista delle future elezioni politiche, consolidando un modello unitario già a livello locale.

Ruolo di Forza Italia a livello regionale

Nel dibattito interno alla coalizione emerge anche il tema degli equilibri regionali, con il riconoscimento a Forza Italia di un ruolo centrale, in relazione ai risultati ottenuti alle ultime elezioni regionali.

Un assetto che punta a garantire visibilità e responsabilità politica all’interno della coalizione.

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Politica

Decreto sicurezza, scontro sui rimpatri: governo tira dritto verso il voto finale

Il governo conferma la norma sui rimpatri nel decreto sicurezza. Scontro con avvocati e opposizioni, voto finale alla Camera entro pochi giorni.

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Il decreto sicurezza entra nella fase decisiva. La maggioranza conferma la linea e non intende modificare la norma sui rimpatri dei migranti, nonostante le critiche arrivate da opposizioni, avvocati e magistrati.

Il provvedimento approderà alla Camera per l’approvazione definitiva, con voto di fiducia, in una corsa contro il tempo: deve essere convertito in legge entro pochi giorni per evitare la decadenza.

La norma sui rimpatri e il nodo degli avvocati

Al centro del confronto c’è l’emendamento promosso dal senatore Marco Lisei, che introduce incentivi ai rimpatri volontari dei migranti.

La misura prevede un compenso di 615 euro per gli avvocati che seguono le pratiche, a condizione che il rimpatrio venga effettivamente completato.

Nel testo viene coinvolto anche il Consiglio nazionale forense, chiamato a collaborare con il Viminale nella gestione dei rimpatri assistiti.

La protesta del Consiglio forense

Il Consiglio nazionale forense ha preso nettamente le distanze dalla norma, dichiarando di non essere stato coinvolto nel processo decisionale.

Il presidente Francesco Greco ha sottolineato come le attività previste non rientrino nelle competenze dell’istituzione, sollevando dubbi anche sulla sostenibilità economica della misura.

Maggioranza compatta, nessuna modifica

Dal fronte della maggioranza arriva una chiusura netta. Per Lisei non ci sono elementi da correggere, mentre il capogruppo al Senato Lucio Malan difende la norma, sostenendo che introduce una possibilità aggiuntiva senza penalizzare i professionisti.

Fonti di governo escludono modifiche: ogni cambiamento comporterebbe un nuovo passaggio al Senato, incompatibile con i tempi stretti.

Critiche e tensioni politiche

Le opposizioni restano compatte nel giudizio negativo sul decreto. Tra le critiche principali, la gestione dei rimpatri, ma anche altre misure considerate restrittive sul piano dei diritti e delle libertà.

Dure le posizioni espresse in Parlamento, con accuse di deriva autoritaria e contestazioni sul metodo adottato, basato su fiducia e tempi serrati.

Iter parlamentare in salita

Il percorso parlamentare si annuncia complesso. In Commissione sono stati presentati oltre mille emendamenti dalle opposizioni, destinati a rallentare i lavori.

Dopo il passaggio in aula, il voto di fiducia richiederà due giorni, seguito dagli ordini del giorno che potrebbero essere numerosi.

Il decreto si avvia così verso l’approvazione definitiva in un clima di forte scontro politico, con il governo determinato a chiudere senza modifiche e le opposizioni pronte a proseguire la battaglia parlamentare.

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Gaetano Pecorella, 60 anni in aula: «La giustizia è regola, non rivoluzione»

Intervista al Corriere della Sera a Gaetano Pecorella: carriera, giustizia, politica e grandi processi raccontati da uno dei più noti penalisti italiani.

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Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’avvocato penalista Gaetano Pecorella, che compirà 88 anni il 9 maggio, ripercorre quasi sessant’anni di carriera forense.

Un percorso iniziato quasi per caso: inizialmente iscritto a medicina con l’idea di diventare psichiatra, lasciò gli studi dopo aver assistito a una dissezione anatomica che lo colpì profondamente. Da lì la scelta di passare a giurisprudenza, attratto dall’interesse per la persona e per la complessità del delitto.

La formazione e l’incontro con Pisapia

Determinante fu l’incontro con Gian Domenico Pisapia, relatore della sua tesi, che lo accolse nel proprio studio.

Pecorella ne ricorda il ruolo umano e professionale, definendolo una figura centrale nella sua formazione. Parallelamente intraprese la carriera accademica, insegnando per decenni tra giurisprudenza e scienze politiche.

Gli anni delle tensioni politiche e i processi “di sinistra”

La sua attività professionale si sviluppa negli anni delle forti tensioni sociali e politiche. Pecorella chiarisce di non aver mai fatto parte di Soccorso Rosso, pur avendo difeso spesso giovani di area progressista coinvolti in scontri e procedimenti giudiziari.

Tra i casi più rilevanti, la difesa di Inge Feltrinelli, conclusasi con assoluzione, e la partecipazione a vicende giudiziarie legate al mondo dell’editoria.

Il nuovo processo penale e la questione delle carriere

Pecorella è stato protagonista anche del dibattito sul nuovo codice di procedura penale del 1989.

Secondo il penalista, l’obiettivo della parità tra accusa e difesa non è stato pienamente raggiunto, soprattutto per la mancata separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che considera un passaggio essenziale per l’equilibrio del sistema.

Mani Pulite e il ruolo della difesa

Durante la stagione di Mani Pulite, Pecorella ha vissuto in prima linea le trasformazioni della giustizia italiana.

Rifiuta l’idea di una “rivoluzione per via giudiziaria”, sottolineando che i processi devono restare ancorati al rispetto delle regole. Critica inoltre alcune prassi investigative dell’epoca e ribadisce il ruolo dell’avvocato come garante del corretto svolgimento del processo, non come difensore a ogni costo.

Dai processi sulle stragi alla difesa di Berlusconi

Nel corso della carriera ha affrontato casi complessi, tra cui la difesa di Delfo Zorzi nei procedimenti sulle stragi. Pecorella afferma di essersi convinto della sua estraneità ai fatti, richiamando l’assoluzione definitiva.

Ha inoltre difeso Silvio Berlusconi nel processo Sme, esperienza che ha segnato anche il suo successivo ingresso in politica.

L’esperienza parlamentare e i limiti della politica

Eletto in Parlamento dal 1996 al 2013 nel centrodestra, Pecorella riconosce le difficoltà nel conciliare ideali personali e disciplina di partito.

Ricorda come momento critico il voto sulla cosiddetta vicenda Ruby, che lo portò a lasciare il partito il giorno successivo, ritenendo quella scelta poco dignitosa.

Giustizia e riforme: una visione critica

Sul piano delle riforme, Pecorella rivendica il proprio contributo tecnico e politico, in particolare sulla non appellabilità delle assoluzioni da parte del pubblico ministero.

Sottolinea però la necessità di una formazione più adeguata per gli avvocati e di cambiamenti strutturali nel sistema giudiziario, per garantire un reale equilibrio tra le parti.

Uno sguardo sul futuro

Guardando avanti, Pecorella risponde con lucidità: «È talmente corto il mio futuro che è difficile vederlo».

Una riflessione che chiude un’intervista densa di esperienza e di analisi, offrendo uno spaccato diretto su decenni di giustizia italiana, tra professione, politica e grandi trasformazioni.

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