Esteri
Fauci, il voto per l’oltraggio e l’ipotesi carcere. Capua: «È diventato un capro espiatorio»
Il Senato apre la strada a un possibile procedimento contro Anthony Fauci. Il carcere è previsto dalla legge, ma la procedura è controversa. Ilaria Capua: «È diventato il capro espiatorio della politica americana».
Adesso che la commissione per la Sicurezza interna e gli Affari governativi del Senato americano ha approvato la risoluzione per considerare Anthony Fauci responsabile di oltraggio al Congresso, la domanda fondamentale è una: l’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases può davvero finire in carcere?
In astratto la risposta è sì. L’oltraggio penale al Congresso è un reato federale punibile, in caso di condanna, con una pena fino a dodici mesi. Ma il voto della commissione, approvato con otto sì e cinque no secondo le divisioni di partito, non rappresenta né un’incriminazione né, tantomeno, una sentenza di colpevolezza.
Il presidente della commissione, il repubblicano Rand Paul, ha trasmesso direttamente gli atti al dipartimento di Giustizia, che ha confermato di averli ricevuti e di stare esaminando la questione. Per arrivare al carcere sarebbero comunque necessari l’apertura di un procedimento, l’eventuale incriminazione da parte di un gran giurì, un processo e una condanna.
Il primo ostacolo è già nella procedura scelta. Paul ha evitato il voto dell’intero Senato, sostenendo che non fosse necessario. I democratici contestano questa interpretazione e ritengono che la trasmissione diretta al dipartimento di Giustizia non abbia un valido fondamento giuridico. Secondo diversi esperti, la legge richiederebbe invece una deliberazione dell’aula e la certificazione formale del caso. La richiesta di Paul potrebbe quindi scontrarsi con una questione preliminare prima ancora di entrare nel merito delle accuse.
Il precedente di Bannon e Navarro
Steve Bannon e Peter Navarro, collaboratori di Donald Trump, hanno trascorso quattro mesi ciascuno in un carcere federale dopo essere stati condannati per oltraggio al Congresso. Entrambi avevano rifiutato di comparire e di consegnare documenti alla commissione della Camera che indagava sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Il caso Fauci presenta però una differenza sostanziale. L’ex responsabile del Niaid si è presentato all’audizione, è stato sottoposto alle domande dei senatori e ha invocato oltre cento volte il Quinto Emendamento, rifiutandosi di rispondere per evitare il rischio di autoincriminarsi.
Il Quinto Emendamento è un diritto garantito dalla Costituzione e il suo esercizio non costituisce una confessione né una prova di colpevolezza. Un testimone può invocarlo quando esiste una possibilità concreta che le sue dichiarazioni siano utilizzate contro di lui in un procedimento penale.
«In un clima così polarizzato qualunque risposta avrebbe rischiato di essere utilizzata contro di lui», osserva la virologa Ilaria Capua. «Ogni parola avrebbe potuto alimentare ulteriormente uno scontro che ormai non è più soltanto scientifico, ma profondamente politico».
Secondo l’avvocato David Schertler, il voto della commissione sarebbe «una grave trovata politica volta a punire il dottor Fauci per aver esercitato i suoi diritti costituzionali». Rand Paul sostiene invece che il ricorso al Quinto Emendamento non fosse giustificato, soprattutto alla luce della grazia preventiva concessa da Joe Biden.
La grazia di Biden non è scaduta
La protezione accordata da Biden a Fauci non è scaduta. La grazia presidenziale, firmata il 19 gennaio 2025, è «piena e incondizionata» e riguarda gli eventuali reati federali commessi dal primo gennaio 2014 fino alla data del provvedimento, purché collegati al servizio di Fauci come direttore del Niaid, componente della task force sul coronavirus, membro del gruppo di risposta al Covid o consigliere medico della Casa Bianca.
La grazia continua dunque a produrre i suoi effetti per i fatti compresi in quel periodo. Non può però proteggere Fauci rispetto a eventuali condotte successive, a possibili violazioni delle leggi statali oppure a comportamenti estranei agli incarichi indicati.
Paul sostiene che, essendo ormai escluso il rischio di un procedimento federale per i fatti coperti dalla grazia, Fauci non potesse più appellarsi al Quinto Emendamento. I legali dell’immunologo replicano che le risposte avrebbero potuto aprire nuovi filoni d’indagine o esporlo ad accuse riguardanti comportamenti successivi al provvedimento di Biden.
Il conflitto tra l’ampiezza della grazia e il diritto a non autoincriminarsi costituisce il nodo costituzionale più delicato. Se il dipartimento di Giustizia decidesse di procedere, spetterebbe probabilmente a un giudice stabilire se il timore manifestato da Fauci fosse concreto e se il suo silenzio fosse protetto dalla Costituzione.
Le accuse sulle ricerche a Wuhan
Lo scontro va ben oltre l’audizione. Paul e una parte del Partito repubblicano accusano Fauci di aver nascosto il coinvolgimento americano in ricerche rischiose sui coronavirus condotte in Cina e di aver fornito dichiarazioni non veritiere al Congresso. L’ex direttore del Niaid ha sempre respinto le contestazioni e, allo stato, non risulta condannato né formalmente incriminato per aver provocato o contribuito a provocare la pandemia.
È documentato che il National Institutes of Health finanziò EcoHealth Alliance e che una parte dei fondi venne trasferita al Wuhan Institute of Virology. Un audit dell’ispettorato del dipartimento della Salute ha riscontrato carenze nei controlli esercitati dal NIH e da EcoHealth, senza tuttavia stabilire che quelle ricerche abbiano prodotto il SARS-CoV-2.
Nel 2018 EcoHealth presentò inoltre alla Darpa il progetto “Defuse”, che prevedeva esperimenti sui coronavirus e coinvolgeva ricercatori americani e cinesi. La proposta fu respinta e non era un progetto finanziato dal Niaid. Confondere “Defuse” con le sovvenzioni concesse dal NIH significa sovrapporre due vicende differenti.
«Bisogna distinguere con chiarezza i fatti», sottolinea Capua. «Fauci ha sostenuto importanti programmi di ricerca internazionali che comprendevano anche esperimenti di “gain of function”, una metodologia utilizzata da molti laboratori per comprendere meglio il comportamento dei virus. Questo è un dato di fatto. Ma è completamente diverso dal sostenere che il SARS-CoV-2 sia stato creato in laboratorio. Le due questioni non vanno sovrapposte».
Le origini della pandemia rimangono irrisolte. Le agenzie dell’intelligence americana considerano plausibili sia il passaggio naturale del virus da un animale all’uomo sia un incidente collegato alla ricerca. Alcune propendono per la prima ipotesi, altre per la seconda, generalmente con livelli di fiducia bassi o moderati. Non esiste, al momento, una prova conclusiva che il SARS-CoV-2 sia stato ingegnerizzato o che le ricerche finanziate dagli Stati Uniti abbiano provocato la pandemia.
La lunga carriera scientifica
Per Ilaria Capua, la vicenda giudiziaria e politica non può cancellare il profilo scientifico di Fauci. «In un mondo normale direi che non mi sarei aspettata di vederlo arrivare a questo punto. Ma in un mondo in cui esistono le “alternative facts”, le verità alternative, tutto è possibile. È un po’ come se in Italia Umberto Veronesi fosse stato accusato di aver esercitato la professione per fini diversi dalla salute pubblica».
Fauci ha diretto per 38 anni il Niaid, attraversando amministrazioni democratiche e repubblicane e diventando uno dei principali riferimenti internazionali nello studio delle malattie infettive.
«È stato uno scienziato straordinario, ma anche una figura con un enorme peso nelle politiche della ricerca», spiega Capua. «Era stimato perché rappresentava un punto di riferimento mondiale. Ha dedicato la vita alle malattie infettive emergenti quando ancora non erano percepite come una priorità globale».
La virologa ricorda di averlo incontrato una decina di anni fa durante un congresso negli Stati Uniti. «Mi colpì la sua disciplina. Era una persona molto riservata, quasi austera. Durante un cocktail aveva semplicemente un’aranciata mentre gli altri brindavano con vino o champagne. Non beveva alcolici, faceva attività fisica con regolarità e seguiva uno stile di vita molto rigoroso. Era coeroso. Era coerente con ciò che raccomandava agli altri».
Tra i contributi più importanti di Fauci, Capua indica il lavoro sull’Hiv e sull’Aids. «Ebbe la capacità di guardare oltre il singolo caso clinico e comprendere che ci si trovava davanti a una nuova malattia. Questa è la qualità che distingue i grandi scienziati».
Dalla pandemia allo scontro politico
Durante l’emergenza Covid, Fauci divenne il volto scientifico della risposta americana e, contemporaneamente, uno dei personaggi più divisivi del Paese.
«Quello era il suo mestiere», osserva Capua. «Quando è emerso il SARS-CoV-2 era il direttore dell’istituto americano di riferimento sulle malattie emergenti ed è stato inevitabilmente chiamato a spiegare ciò che stava accadendo. A mio avviso, però, è diventato il capro espiatorio di una parte della politica americana. C’era chi voleva minimizzare la pandemia e le sue conseguenze, mentre Fauci continuava a rappresentare ciò che in quel momento indicavano le evidenze scientifiche».
Questo non significa che le decisioni adottate durante la pandemia non possano essere discusse o sottoposte a controllo parlamentare. Le indicazioni su mascherine, distanziamento, chiusure e vaccini cambiarono con l’arrivo di nuove informazioni e furono talvolta comunicate in maniera contraddittoria. L’accertamento di eventuali responsabilità, tuttavia, deve restare distinto dallo scontro politico e rispettare le garanzie costituzionali.
«Se uno scienziato con una carriera come quella di Fauci può diventare il nemico pubblico numero uno, significa che viviamo un’epoca di profonde contraddizioni», conclude Capua. «È una riflessione sul rapporto tra scienza, politica e società. La sua figura scientifica resta quella di uno dei maggiori esperti mondiali di malattie infettive, e questo non cambia per effetto delle polemiche».
Esteri
AfD travolge la Sassonia-Anhalt, la scossa arriva in Italia: Vannacci esulta, la maggioranza si divide
L’AfD ottiene una vittoria storica in Sassonia-Anhalt con il 43,8% dei voti. Il risultato divide la maggioranza italiana e rafforza Roberto Vannacci, mentre Giorgia Meloni mantiene il silenzio e Matteo Salvini celebra la richiesta di cambiamento arrivata dalle urne tedesche.
L’onda dell’Alternative für Deutschland non è più soltanto quella registrata dai sondaggi. Con il 43,8% dei voti e 39 seggi su 83, l’AfD ha travolto la Sassonia-Anhalt, più che raddoppiando il risultato del 2021 e infliggendo una pesante sconfitta alla Cdu del cancelliere Friedrich Merz. Un successo senza precedenti che, tuttavia, non consegna al partito la maggioranza assoluta nel Parlamento regionale.
Il voto di un Land che raccoglie poco più del 2% della popolazione tedesca non può essere automaticamente proiettato sull’intera Germania, né tantomeno sull’Italia. Ma a pochi mesi dall’avvio della campagna per le Politiche del 2027, il risultato alimenta riflessioni e preoccupazioni anche nella maggioranza italiana.
A inquietare alcuni settori della coalizione sarebbe soprattutto il possibile effetto di trascinamento su Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci. L’ex generale si presenta ormai come il principale interprete italiano di quella destra radicale che contesta immigrazione, Green Deal e sostegno militare all’Ucraina.
Giorgia Meloni mantiene per ora il silenzio sul voto tedesco. Negli ambienti della maggioranza si ragiona però sulla necessità di rendere più visibili l’azione e i risultati del governo, intensificando la presenza della presidente del Consiglio sul territorio italiano durante la delicata fase che precede la campagna elettorale.
Meloni, salvo cambiamenti dell’ultima ora, non dovrebbe partecipare neppure all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in programma a New York alla fine di settembre. L’Italia sarebbe rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Non risultano, tuttavia, conferme ufficiali di un collegamento diretto tra questa scelta e l’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt.
La vittoria dell’AfD divide intanto i partiti di governo. Matteo Salvini respinge gli allarmi: «A sinistra usano le parole terrore, nazismo, paura, onda nera o valanga. Si chiama democrazia. Quando la gente vota lo si rispetta sempre».
Il leader della Lega ha definito quello dell’AfD un «successo clamoroso», sostenendo che dimostra come «un’altra Europa sia possibile». Il giorno dopo ha scelto toni più misurati: «Le elezioni non sono mai un problema». Ha quindi indicato nella difesa dei confini, nella sicurezza e nella battaglia contro il Green Deal i principali punti di contatto tra il Carroccio e il partito tedesco.
Di segno opposto la posizione di Maurizio Lupi. «Nessun esito elettorale può giustificare aperture verso forze estremiste», afferma il leader di Noi Moderati. Dentro Fratelli d’Italia prevale invece la cautela. «Quel voto andrà misurato alla prova dei fatti», osserva il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, invitando a non attribuire immediatamente a una consultazione regionale una portata europea.
A festeggiare senza riserve è soprattutto Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale parla di «onda popolare» e sostiene che gli elettori più giovani abbiano scelto l’AfD per chiedere un cambiamento: «Ecco perché anche Futuro Nazionale fa paura».
Vannacci utilizza il voto tedesco anche per rilanciare lo scontro con il suo precedente partito. Accusa la Lega di essersi congratulata con l’AfD dopo averne preso le distanze nel 2024, quando la formazione tedesca venne espulsa dal gruppo Identità e Democrazia al Parlamento europeo. «Sono sempre più convinto di aver agito correttamente nel lasciare la Lega», conclude.
Il successo dell’AfD diventa così un nuovo terreno di competizione nella destra italiana. Salvini prova a recuperare le parole d’ordine del partito tedesco, mentre Vannacci rivendica una maggiore coerenza radicale e punta a raccoglierne la spinta elettorale.
È ancora troppo presto per parlare di un effetto domino sull’Italia. Ma la vittoria dell’AfD potrebbe spostare ulteriormente a destra il confronto politico europeo e costringere Meloni, Salvini e Vannacci a contendersi uno spazio elettorale sempre più affollato.
Esteri
Trump cambia look, addio al biondo: il presidente si presenta con i capelli castani
Donald Trump sorprende con un nuovo colore di capelli. Al Trump National Golf Club di Bedminster il presidente Usa è apparso con una chioma castana, molto più scura rispetto al tradizionale biondo che da anni caratterizza la sua immagine.
Addio, almeno per il momento, al celebre biondo. Donald Trump ha cambiato colore di capelli e si è presentato con una chioma decisamente più scura al Trump National Golf Club di Bedminster, nel New Jersey.
Il presidente americano è apparso venerdì con i capelli castani, una novità che non è passata inosservata proprio perché la capigliatura di Trump è da decenni uno degli elementi più riconoscibili della sua immagine.
Dal biondo dorato degli anni passati si era progressivamente passati a tonalità sempre più chiare, in alcuni momenti quasi bianche. Adesso la svolta in direzione opposta.
Dal biondo al castano
Il cambiamento era stato in qualche modo anticipato nelle ultime settimane.
Già a inizio agosto Trump era apparso con una tonalità meno accesa rispetto al passato. A Bedminster, però, la differenza è diventata molto più evidente.
La nuova capigliatura ha immediatamente attirato curiosità e commenti, anche perché Trump ha modificato molto poco negli anni quella che è diventata quasi una componente del suo marchio personale.
Dal suo primo ingresso alla Casa Bianca nel 2017 fino al secondo mandato, pettinatura e colore sono rimasti immediatamente riconoscibili.
Anche il New York Post nota il cambiamento
A occuparsi del nuovo look è stato anche il New York Post, quotidiano statunitense tradizionalmente vicino agli ambienti conservatori, che ha segnalato la curiosità suscitata dalla nuova tonalità.
Sabato, però, Trump è tornato sul campo da golf indossando il consueto berretto rosso Maga, nascondendo gran parte della capigliatura.
Non è quindi ancora chiaro se il castano rappresenti una scelta destinata a durare oppure soltanto un cambiamento momentaneo.
In fondo, nella costruzione dell’immagine pubblica di Donald Trump anche i capelli hanno sempre avuto un loro ruolo.
E dopo anni trascorsi a discutere delle infinite sfumature del suo biondo, alla Casa Bianca è arrivato anche il castano.
Esteri
Witkoff e Kushner da Putin a Zelensky, ma la pace resta lontana. E Trump guarda anche al prezzo del diesel
Prima visita a Kiev per Steve Witkoff e Jared Kushner dopo l’incontro con Putin. Gli Usa tentano di riaprire il negoziato trilaterale, ma Donbass e garanzie di sicurezza dividono ancora Russia e Ucraina. Sullo sfondo anche il caro diesel americano e la pressione energetica alla vigilia delle elezioni.
Da Mosca a Kiev, da Vladimir Putin a Volodymyr Zelensky. Steve Witkoff e Jared Kushner provano a rimettere in moto il negoziato sull’Ucraina, ma dopo due giorni di diplomazia la pace resta lontana.
Dopo le oltre tre ore trascorse sabato al Cremlino, i due emissari di Donald Trump sono arrivati domenica per la prima volta nella capitale ucraina. In treno, dopo essere passati dalla Polonia. Zelensky ha sottolineato che gli aeroporti ucraini erano pronti ad accoglierli, ma che gli attacchi russi avevano impedito di utilizzare l’aereo.
La visita ha comunque un valore politico: gli uomini scelti da Trump per trattare con Putin sono finalmente arrivati anche a Kiev.
Risultati concreti, per ora, pochi.
Witkoff ha definito i colloqui «significativi» e «sostanziali» e ha detto che la delegazione americana ne esce incoraggiata. Kushner ha ribadito che Trump non cerca soltanto la fine dei combattimenti, ma una pace capace di durare nel tempo.
Americani e ucraini hanno discusso anche della possibilità di riattivare un formato trilaterale Russia-Ucraina-Stati Uniti. Ma nessuna data è stata annunciata e sulle questioni decisive le distanze rimangono enormi.
Il nodo resta il Donbass
Il problema è sempre lo stesso: Putin e Zelensky intendono la parola pace in maniera profondamente diversa.
L’Ucraina vuole porre fine alla guerra senza creare le condizioni perché la Russia possa attaccarla nuovamente tra qualche anno. Per questo Kiev considera indispensabili garanzie di sicurezza credibili e continua a chiedere sistemi di difesa aerea, in particolare Patriot, e sostegno energetico per affrontare l’inverno.
Mosca, invece, continua a porre sul tavolo richieste territoriali e strategiche molto più ampie.
Il Donbass rimane il principale ostacolo. Putin pretende che Kiev rinunci anche alle parti della regione che le forze russe non hanno conquistato, mentre l’Ucraina respinge l’ipotesi di cedere territori che ancora controlla.
A questo si aggiunge la questione della Nato e delle future garanzie occidentali all’Ucraina.
Non sono dettagli da sistemare alla fine di un negoziato. Sono il negoziato.
Perché Trump ha tanta fretta?
Rimane allora una domanda: perché proprio adesso Trump ha deciso di riaccendere un processo diplomatico che si era praticamente fermato durante l’escalation con l’Iran?
C’è certamente la volontà politica del presidente americano di presentarsi ancora una volta come l’uomo capace di chiudere guerre attraverso la trattativa.
Ma esiste anche una questione molto più concreta: l’energia.
La crisi mediorientale ha spinto verso l’alto i prezzi energetici e negli Stati Uniti il diesel è diventato un problema economico e politico.
Il segretario americano all’Energia Chris Wright ha spiegato che le raffinerie russe hanno subito danni significativi e che Mosca, un tempo importante esportatore di diesel, oggi non lo esporta più ed è diventata persino importatrice di benzina.
In un’altra intervista Wright è stato ancora più esplicito, indicando negli attacchi ucraini alle raffinerie russe il principale singolo fattore alla base delle difficoltà sul mercato del diesel.
La pace passa anche dalla pompa di benzina
Ed è qui che geopolitica e politica interna americana finiscono per incontrarsi.
Con le elezioni di novembre alle porte, benzina, diesel e inflazione sono questioni che entrano direttamente nelle tasche degli elettori americani.
Trump ha margini limitati per controllare rapidamente ciò che accade nel Golfo e nello Stretto di Hormuz. Una de-escalation tra Russia e Ucraina potrebbe invece contribuire a ridurre almeno una delle pressioni che gravano sul mercato energetico internazionale.
Non significa che Washington voglia la pace in Ucraina soltanto per abbassare il prezzo del carburante. Sarebbe una semplificazione.
Significa però che oggi interesse diplomatico, interesse economico e interesse elettorale americano spingono nella stessa direzione.
E questo aiuta a spiegare la nuova accelerazione di Trump.
Zelensky: prepariamoci perché la guerra può continuare
A Kiev nessuno sembra comunque prepararsi a una pace imminente.
Zelensky ha chiesto agli americani sostegno per la difesa aerea e per il sistema energetico durante l’inverno, riconoscendo che allo stato attuale bisogna prepararsi alla possibilità che la guerra continui.
Poi un piccolo episodio simbolico.
Witkoff e Kushner hanno ricevuto in regalo delle magliette con la scritta «Kyiv Regime», espressione utilizzata abitualmente dalla propaganda e dalle autorità russe per delegittimare il governo ucraino. Una risposta ironica a Mosca dopo che, appena il giorno precedente, il consigliere di Putin Yuri Ushakov aveva nuovamente utilizzato quella definizione.
Una battuta nel mezzo di una guerra che di divertente non ha nulla.
Perché dopo Mosca e Kiev, dopo Putin e Zelensky, dopo sorrisi, treni, dichiarazioni ottimistiche e diplomazia personale, resta un dato: nessuna delle due parti ha ancora accettato il prezzo politico che l’altra pretende per fermare la guerra.
E finché quel prezzo resterà così distante, Witkoff e Kushner potranno continuare a viaggiare.
La pace, molto meno.


