Economia
Farmaci anti-obesità e multinazionali fanno crollare il Pil irlandese: eurozona in rosso
Il Pil irlandese è crollato del 12,1% nel primo trimestre del 2026, trascinando l’eurozona in territorio negativo. Dietro il dato pesano la frenata delle multinazionali, il precedente boom delle esportazioni farmaceutiche e le particolari distorsioni statistiche dell’economia irlandese.
Una delle contrazioni economiche più brusche registrate in Europa negli ultimi anni nasce anche dal successo mondiale dei farmaci contro obesità e diabete. Il Pil irlandese è diminuito del 12,1% nel primo trimestre del 2026 rispetto ai tre mesi precedenti, contribuendo a trascinare l’intera eurozona verso un calo dello 0,2%.
A prima vista sembra il segnale di una grave recessione. In realtà, dietro il dato irlandese si nascondono soprattutto le oscillazioni delle grandi multinazionali farmaceutiche e tecnologiche che hanno scelto il Paese come base produttiva, fiscale e amministrativa.
L’economia delle famiglie e delle imprese locali continua infatti a mostrare una crescita moderata.
Il boom dei farmaci contro obesità e diabete
Nel 2025 l’Irlanda era diventata uno dei principali beneficiari della domanda mondiale di medicinali di nuova generazione contro obesità e diabete.
Le esportazioni farmaceutiche avevano raggiunto circa 139 miliardi di euro, rappresentando più della metà dell’intero export di beni del Paese.
Una parte significativa della crescita era stata alimentata dai principi attivi e dai componenti utilizzati nei farmaci GLP-1, la categoria alla quale appartengono prodotti come Wegovy e Ozempic di Novo Nordisk e Mounjaro e Zepbound di Eli Lilly.
I prodotti classificati come ormoni e derivati erano passati da circa 14 miliardi nel 2024 a 51 miliardi nel 2025.
L’Irlanda al centro dell’industria farmaceutica
L’Irlanda ospita importanti stabilimenti e attività di numerosi gruppi farmaceutici internazionali.
Eli Lilly ha investito nelle strutture di Kinsale e Limerick per aumentare la capacità produttiva legata ai medicinali contro obesità, diabete e Alzheimer. Novo Nordisk ha annunciato nuovi investimenti nel proprio impianto di Athlone.
Il Paese è diventato uno snodo strategico della produzione farmaceutica mondiale, grazie alla presenza di personale qualificato, infrastrutture industriali e un sistema fiscale storicamente favorevole alle multinazionali.
Questa specializzazione genera occupazione, investimenti e gettito fiscale, ma rende anche i dati economici estremamente sensibili alle decisioni di poche grandi aziende.
Le esportazioni anticipate prima dei dazi
Nel corso del 2025 molte multinazionali avevano accelerato le spedizioni verso gli Stati Uniti.
L’incertezza provocata dalla politica commerciale americana e dal rischio di nuovi dazi aveva spinto le aziende ad accumulare scorte e ad anticipare esportazioni che, in condizioni normali, sarebbero avvenute nei trimestri successivi.
In questo modo una parte della produzione e della crescita futura era stata trasferita contabilmente al 2025.
Quando le spedizioni sono tornate verso livelli più normali, il confronto con il trimestre precedente è diventato particolarmente negativo.
Il crollo delle attività delle multinazionali
Nel primo trimestre del 2026 i settori dominati dalle multinazionali hanno registrato una contrazione del 27,1%.
Il comparto industriale, esclusa l’edilizia, è diminuito del 35%, mentre le esportazioni complessive sono arretrate del 7%.
Le attività economiche domestiche sono invece cresciute dello 0,4%. La differenza mostra come il crollo del Pil non sia distribuito uniformemente tra imprese, lavoratori e consumatori irlandesi.
La frenata riguarda soprattutto la componente internazionale e contabile dell’economia, non un improvviso collasso della domanda interna.
La domanda interna continua a crescere
Per comprendere meglio l’andamento reale dell’Irlanda bisogna osservare la cosiddetta domanda interna modificata.
Questo indicatore esclude alcune delle operazioni delle multinazionali che possono alterare fortemente i conti nazionali, come gli investimenti in brevetti, licenze, aerei e altri beni immateriali.
Nel primo trimestre del 2026 la domanda interna modificata è aumentata dello 0,6%.
Anche i consumi personali sono cresciuti dello 0,6%, la spesa pubblica dello 0,5% e le costruzioni dell’1,2%. Numeri incompatibili con l’immagine di un’economia sprofondata improvvisamente in una crisi generalizzata.
Il prodotto nazionale lordo sale dell’1,5%
Un altro indicatore significativo è il prodotto nazionale lordo, che tiene conto dei redditi effettivamente attribuibili ai residenti irlandesi e sottrae una parte dei profitti trasferiti all’estero dalle multinazionali.
Mentre il Pil crollava del 12,1%, il prodotto nazionale lordo cresceva dell’1,5%.
La distanza tra i due dati chiarisce la natura del fenomeno. Il Pil misura tutta l’attività contabilizzata nel territorio irlandese, compresa quella delle grandi società straniere. Il prodotto nazionale lordo offre invece un’indicazione più vicina al reddito che rimane nel Paese.
Brevetti e licenze gonfiano i conti
Il Pil irlandese è da anni condizionato dai trasferimenti di brevetti, proprietà intellettuale, licenze e altri beni immateriali.
Una multinazionale può spostare in Irlanda la titolarità di un brevetto o contabilizzare attraverso una società locale ricavi realizzati in molti Paesi. Queste operazioni possono accrescere enormemente il Pil senza produrre un miglioramento equivalente nella vita quotidiana dei cittadini.
Quando i brevetti e i profitti aumentano, l’economia sembra crescere a ritmi eccezionali. Quando i flussi si riducono o cambiano direzione, il Pil può crollare altrettanto rapidamente.
La celebre “economia dei folletti”
Il fenomeno non è nuovo. Nel 2016 l’economista premio Nobel Paul Krugman utilizzò l’espressione “Leprechaun economics”, l’economia dei folletti, dopo la pubblicazione di dati che attribuivano all’Irlanda una crescita superiore al 26%.
Quel balzo non era stato provocato da un improvviso aumento della produzione reale, ma soprattutto dallo spostamento nel Paese di asset e proprietà intellettuali appartenenti alle multinazionali.
Da allora le autorità irlandesi hanno sviluppato indicatori alternativi per distinguere l’economia nazionale dalle enormi oscillazioni prodotte dai gruppi stranieri.
L’effetto sull’intera eurozona
La dimensione statistica dell’economia irlandese è sufficiente a influenzare i dati dell’intera area monetaria.
Nel primo trimestre del 2026 il Pil dell’eurozona è diminuito dello 0,2%, mentre quello dell’Unione europea è sceso dello 0,1%.
Senza la brusca contrazione irlandese, il quadro europeo sarebbe apparso meno negativo. Una variazione determinata in larga parte dalle attività di poche multinazionali ha quindi modificato la lettura complessiva dell’economia continentale.
Il dato sarà analizzato con attenzione dalla Banca centrale europea, ma dovrà essere interpretato evitando conclusioni automatiche sulla salute dell’intera area euro.
Non è una recessione irlandese
Il crollo del Pil non significa che l’Irlanda sia entrata automaticamente in recessione. Per parlare tecnicamente di recessione sarebbero necessari almeno due trimestri consecutivi di contrazione, ma anche quella definizione sarebbe poco rappresentativa in un’economia tanto distorta dalle multinazionali.
Gli indicatori domestici mostrano consumi, spesa pubblica e costruzioni ancora in crescita.
Restano problemi reali, come il costo delle abitazioni, la pressione sulle infrastrutture e la dipendenza fiscale da un numero ristretto di grandi gruppi. Ma il meno 12,1% non descrive da solo la situazione vissuta dalle famiglie irlandesi.
Il successo che diventa vulnerabilità
L’Irlanda ha costruito una parte consistente della propria prosperità sulla capacità di attrarre investimenti internazionali.
La presenza delle multinazionali ha prodotto lavoro qualificato, esportazioni, innovazione e un gettito fiscale straordinario. Allo stesso tempo, però, ha reso l’economia vulnerabile alle decisioni societarie, alle guerre commerciali e ai cambiamenti delle regole fiscali internazionali.
Il boom dei farmaci anti-obesità ha gonfiato la crescita nel 2025. La successiva normalizzazione delle esportazioni ha contribuito a sgonfiarla nel 2026.
L’Irlanda non è dimagrita realmente del 12,1% in tre mesi. È il suo Pil, dominato dalle multinazionali, ad avere subito una drastica cura dimagrante statistica.
Economia
Il debito italiano sfonda quota 3.200 miliardi: nuovo record a giugno
A giugno il debito pubblico italiano è aumentato di 26,2 miliardi, raggiungendo il record di 3.207,2 miliardi. Cresce la quota detenuta dagli investitori stranieri, mentre diminuiscono quelle di Bankitalia, famiglie e imprese. Il governo punta a uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo.
Il debito pubblico italiano supera per la prima volta i 3.200 miliardi di euro. A giugno è aumentato di 26,2 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo il nuovo massimo storico di 3.207,2 miliardi: circa 136 miliardi in più rispetto a un anno prima.
Dopo il rallentamento registrato alla fine del 2025, il debito è tornato a crescere quasi senza interruzioni dall’inizio del 2026, con la sola eccezione della lieve diminuzione di aprile.
Aumenta la quota detenuta all’estero
Continua a ridursi la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia, scesa a giugno dal 17,2% al 16,7%. In base agli ultimi dati disponibili, riferiti a maggio, sale invece dal 35,7% al 35,9% la parte in mano ai non residenti.
In diminuzione anche la quota detenuta dagli altri residenti, principalmente famiglie e imprese non finanziarie, passata dal 14,7% al 14,5%.
Il record assoluto fornisce la dimensione nominale del debito, ma per valutarne la sostenibilità sono determinanti anche il rapporto con il Pil, la crescita economica e il costo degli interessi.
Entrate in calo a giugno, ma crescono nel semestre
A giugno le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 43,2 miliardi, in diminuzione di 600 milioni rispetto allo stesso mese del 2025.
Il bilancio dei primi sei mesi rimane però positivo: le entrate hanno raggiunto i 261 miliardi, con un incremento di 3,6 miliardi, pari all’1,4%.
Il governo punta a uscire dalla procedura europea
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è detta fiduciosa sulla possibilità che l’Italia possa uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo dopo la revisione dei conti del 2025 attesa dall’Istat a settembre.
Meloni ha nuovamente attribuito al costo del Superbonus il mancato raggiungimento anticipato dell’obiettivo. L’uscita dalla procedura eliminerebbe alcuni vincoli di sorveglianza rafforzata, ma non garantirebbe automaticamente maggiore libertà di spesa, perché resterebbero gli impegni previsti dalle nuove regole europee.
Tra le ipotesi per la prossima manovra figura una riduzione dell’Irpef per i redditi fino a 60mila euro. Le simulazioni indicano benefici compresi tra 100 e 1.000 euro, ma platea, costi e soglie devono ancora essere definiti.
L’Italia cresce meno della media europea
Nel secondo trimestre il Pil è aumentato dello 0,4% nell’Eurozona e dello 0,5% nell’intera Unione europea. L’Italia si è fermata al +0,2%, dopo il +0,3% dei primi tre mesi dell’anno.
Tra i Paesi considerati, l’incremento italiano figura nella parte bassa della classifica insieme a Germania, Francia e Slovacchia. L’Irlanda registra invece la crescita più elevata, con un +3,9%.
Frase chiave: Il debito pubblico italiano ha superato a giugno i 3.200 miliardi di euro, raggiungendo un nuovo massimo storico.
Meta descrizione: Il debito pubblico italiano sale al record di 3.207,2 miliardi. Entrate tributarie in crescita nel semestre, mentre l’Italia resta indietro sul Pil.
Riassunto SEO: A giugno il debito pubblico italiano è aumentato di 26,2 miliardi, raggiungendo il record di 3.207,2 miliardi. Cresce la quota detenuta dagli investitori stranieri, mentre diminuiscono quelle di Bankitalia, famiglie e imprese. Il governo punta a uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo.
Economia
Ferrero acquisisce Purely Elizabeth e rafforza la colazione salutistica negli Usa
Ferrero Group ha firmato un accordo per acquisire Purely Elizabeth, marchio americano specializzato in granola, cereali e prodotti salutistici. L’operazione rafforza la strategia del gruppo nel mercato nordamericano dopo l’acquisizione di WK Kellogg Co. Non sono stati resi noti i termini economici.
Ferrero Group ha siglato un accordo per acquisire Purely Elizabeth, azienda statunitense specializzata in prodotti per la colazione e alimenti posizionati nel segmento salutistico.
L’operazione rafforza ulteriormente la presenza del gruppo di Alba nel mercato nordamericano, soprattutto nelle categorie dei cereali, della granola e dei prodotti cosiddetti “better-for-you”. Non sono stati comunicati il valore economico dell’accordo e i tempi previsti per il completamento dell’acquisizione.
Il marchio americano fondato nel 2009
Purely Elizabeth è stata fondata nel 2009 da Elizabeth Stein e ha sede a Boulder, in Colorado. Il suo portafoglio comprende granola, cereali, oatmeal e prodotti realizzati anche con cereali antichi, frutta secca e semi.
Il marchio propone diverse linee certificate senza glutine, biologiche, vegane o prive di organismi geneticamente modificati. Negli ultimi anni l’azienda ha registrato una forte crescita, sostenuta dall’interesse dei consumatori americani verso alimenti percepiti come più naturali e funzionali.
La strategia di Ferrero negli Stati Uniti
«Con il suo straordinario portafoglio di prodotti di qualità e gustosi, Purely Elizabeth è un’ottima aggiunta a Ferrero», ha dichiarato Giovanni Ferrero, presidente di Ferrero International, la holding del gruppo.
Secondo Ferrero, l’acquisizione completa e rafforza quella di WK Kellogg Co, il gruppo che controlla numerosi marchi storici dei cereali per la colazione negli Stati Uniti, in Canada e nei Caraibi.
L’obiettivo è consolidare la presenza nel mercato americano della prima colazione e, contemporaneamente, ampliare l’offerta di prodotti salutistici. In questo segmento Ferrero ha già investito attraverso marchi come Eat Natural e Fulfil in Europa, Power Crunch in Nord America e Bold Snacks in Brasile.
L’acquisizione di Purely Elizabeth conferma la strategia di diversificazione perseguita dal gruppo: accanto ai tradizionali prodotti dolciari, Ferrero sta ampliando la propria presenza nei biscotti, nei gelati, nei cereali, negli snack proteici e negli alimenti destinati ai consumatori maggiormente attenti agli ingredienti e ai valori nutrizionali.
Frase chiave: Ferrero acquisisce Purely Elizabeth
Meta descrizione: Ferrero sigla l’accordo per acquisire Purely Elizabeth e rafforza negli Stati Uniti il business della colazione e dei prodotti salutistici.
Riassunto SEO: Ferrero Group ha firmato un accordo per acquisire Purely Elizabeth, marchio americano specializzato in granola, cereali e prodotti salutistici. L’operazione rafforza la strategia del gruppo nel mercato nordamericano dopo l’acquisizione di WK Kellogg Co. Non sono stati resi noti i termini economici.
Suggerimento immagini: confezioni di granola Purely Elizabeth accanto al logo Ferrero oppure Giovanni Ferrero durante un evento aziendale. Evitare fotomontaggi che possano suggerire la conclusione definitiva dell’operazione prima del perfezionamento dell’accordo.
Economia
UniCredit-Commerzbank, primo confronto Orcel-Orlopp sul cambio di controllo
Primo confronto diretto tra Andrea Orcel e Bettina Orlopp dopo la conquista da parte di UniCredit di circa il 48% di Commerzbank. Al centro gli effetti contabili, legali e gestionali del cambio di controllo.
Si apre il dialogo diretto tra UniCredit e Commerzbank. Andrea Orcel e Bettina Orlopp hanno partecipato alla fine della scorsa settimana a una videoconferenza insieme con altri dirigenti dei due istituti, avviando il confronto sulle conseguenze del passaggio del controllo della banca tedesca.
Il colloquio non rappresenta ancora l’apertura di una trattativa formale sulla fusione. Le discussioni si sarebbero concentrate soprattutto sugli aspetti contabili, legali e sulla gestione dei rischi legati alla nuova struttura azionaria.
UniCredit vicina al 50 per cento
Tra le azioni già detenute e quelle ottenute attraverso l’offerta pubblica di scambio conclusa a luglio, UniCredit può contare su una partecipazione di circa il 48 per cento di Commerzbank.
Restano necessari gli ultimi passaggi regolamentari prima che il gruppo italiano possa esercitare pienamente i diritti collegati alla quota. Il confronto servirà quindi a preparare le due banche agli effetti concreti del cambio di controllo.
La telefonata apre la strada a ulteriori incontri nei prossimi mesi, durante i quali potranno essere affrontati anche il futuro assetto industriale, la governance e i rapporti tra Commerzbank e Hvb, la controllata tedesca di UniCredit.
Le divergenze sul piano industriale
Il progetto di UniCredit punta a rafforzare il posizionamento di Commerzbank sul mercato domestico tedesco, riducendo la dipendenza dalle attività internazionali di finanziamento e negoziazione.
Proprio su questo punto restano le maggiori distanze. Bettina Orlopp considera la rete internazionale una componente essenziale del modello industriale e si opporrebbe a un suo ridimensionamento. Le proposte riguardanti la divisione retail e le attività amministrative sarebbero invece meno controverse.
La stessa amministratrice delegata ha ricordato che qualsiasi modifica strutturale, compreso un eventuale accordo di controllo, richiederebbe almeno il 75 per cento dei voti in assemblea.
«Solo un approccio congiunto ha delle potenzialità», ha affermato Orlopp durante la recente presentazione dei risultati.
La posizione del governo tedesco
Nella partita resta centrale il governo di Berlino, ancora titolare di circa il 13 per cento di Commerzbank. L’esecutivo tedesco ha sempre chiesto garanzie sul mantenimento della sede a Francoforte, sui posti di lavoro e sul ruolo della banca nel finanziamento delle imprese nazionali.
Finora Berlino ha mostrato forti resistenze all’operazione e ha respinto le richieste di Orcel di avviare un negoziato diretto. Il nuovo equilibrio azionario rende però sempre più difficile ignorare il peso raggiunto da UniCredit.
Secondo le ipotesi allo studio, Commerzbank potrebbe restare un’entità autonoma per almeno due anni dopo il cambio di controllo. Soltanto in una fase successiva UniCredit valuterebbe una possibile integrazione con Hvb.
Nessuna scossa in Borsa
I mercati hanno accolto senza particolari reazioni la notizia del primo confronto. Commerzbank ha terminato la seduta di Francoforte in rialzo dello 0,2 per cento a 39,1 euro, mentre UniCredit ha registrato a Milano un aumento analogo, chiudendo a 84,6 euro.
Alla fine dello scorso anno Commerzbank impiegava quasi 40 mila persone, circa 25 mila delle quali in Germania e diecimila in Polonia. La forza lavoro di Hvb era invece composta da circa 8.400 dipendenti. Numeri che spiegano perché l’eventuale integrazione sia destinata a restare una questione industriale e politica di primo piano in Germania.


