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Facebook testa strumento per spostare foto su Google > JUORNO.it
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Tecnologia

Facebook testa strumento per spostare foto su Google

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Facebook sta testando un nuovo strumento che consente agli utenti di trasferire facilmente le proprie foto e i video dal social a Google Foto. La funzione – spiega la compagnia in un post – per ora è attiva solo in Irlanda, ma sara’ estesa su scala globale entro la prima meta’ del 2020. La novita’ arriva in un momento in cui Facebook, insieme a Google, e’ sotto la lente dell’antitrust Ue per le attivita’ di raccolta, elaborazione e utilizzo dei dati degli utenti. “Crediamo che, se condividi i dati con un servizio, dovresti essere in grado di spostarli su un altro. Questo è il principio della portabilita’ dei dati, che da’ alle persone controllo e scelta, incoraggiando al contempo l’innovazione”, ha scritto nel post il direttore della Privacy di Facebook, Steve Satterfield. Lo strumento, si legge, e’ basato su un codice sviluppato nell’ambito della partecipazione di Facebook al Data Transfer Project, un progetto nato nell’estate 2018 proprio per la portabilita’ dei dati, cui partecipano anche aziende come Apple, Microsoft, Google e Twitter.

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Sport

Juve: boom social, 20 milioni follower su Tik Tok

Juve: boom social, 20 milioni follower su Tik Tok

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In campo sta provando a rialzarsi tra mille difficoltà, sui social centra un importante record: la Juventus continua ad attirare milioni di tifosi, anche e soprattutto sulle piattaforme digitali. Proprio oggi il club bianconero ha toccato quota 20 milioni di seguaci su Tik Tok, il noto social network per contenuti multimediali. In due anni e mezzo, la Juve ha cominciato a scalare le classifiche e ora ha raggiunto questo traguardo. Anche su Twitter il brand funziona molto bene, con dieci milioni di follower sull’account italiano. E su Instagram il club bianconero è ampiamente la squadra più seguita del nostro calcio oltre 56 milioni di seguaci.  

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In Evidenza

Accordo tra IIT e Università Osaka per sviluppo robot

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 L’università di Osaka e l’Istituto Italiano di Tecnologia IIT hanno firmato oggi un accordo di collaborazione per lo sviluppo della robotica del futuro e il suo trasferimento sul mercato con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone. L’incontro tra le due realtà ha visto la presenza a Genova presso la sede dell’IIT di Hiroshi Ishiguro, guru giapponese della robotica e professore emerito all’università di Osaka che ha visitato il center for robotics and intelligence systems di IIT, accompagnato dal direttore scientifico Giorgio Metta, durante il quale ha avuto l’opportunità di confrontarsi con i ricercatori e le ricercatrici dell’Istituto.

La firma dell’accordo è stata l’occasione anche per un workshop congiunto “Verso una società simbiotica composta da diverse specie: umani, robot e avatar” che ha visto quali relatori oltre a Ishiguro e Metta anche Giulio Sandini, Daniele Pucci, Takahisa Uchida, Lorenzo Natale e Yuta Nakashima che hanno affrontato tematiche relative alla robotica umanoide: dall’utilizzo di robot controllati da remoto, all’impatto degli umanoidi sulla società fino all’intelligenza artificiale e alla comunicazione tra essere umani e sistemi robotici.

“In Giappone le persone sono ben disposte ad accettare i robot come parte della società. La vera sfida ora è costruire robot umanoidi in grado di capire profondamente l’essere umano e interagirci al meglio-ha dichiarato Ishiguro-. Per questo sono alla ricerca di nuove collaborazioni e penso che IIT sia il miglior partner europeo in questo ambito”. “Questo è un accordo importante perché spinge ulteriormente l’Istituto Italiano di Tecnologia verso l’internazionalizzazione – ha spiegato il direttore dell’IIT Metta -. L’università di Osaka è rinomata nel mondo e questo accordo è una conferma dell’eccellenza di IIT nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale”.

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Cultura

Svelati segreti che hanno reso mummie egizie eterne

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Cera d’api, olio di cedro, ginepro, bitume, resina di pistacchio, gomma damar e resina di elemi: sono alcuni degli ingredienti che hanno reso eterne le mummie dell’Antico Egitto. Mescolati in balsami e unguenti secondo ricette specifiche per trattare le diverse parti del corpo dei defunti, venivano importati da tutto il Mediterraneo, dall’Africa tropicale e dal Sud-est asiatico.

A distanza di oltre 2.600 anni riemergono da un antico laboratorio di imbalsamazione scoperto a Saqqara e risalente alla 26esima dinastia (664-525 a.C.): al suo interno ben 31 recipienti di ceramica con residui delle sostanze in essi contenute e iscrizioni che ne riportavano il nome e le istruzioni per l’uso. Lo studio dei reperti, che riscrive le nostre conoscenze sulla chimica della mummificazione, è pubblicato su Nature da un team internazionale a cui partecipa anche l’Università di Torino, sotto la guida dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera e dell’Università di Tubinga in collaborazione con il Centro nazionale di ricerca del Cairo.

“Conoscevamo il nome di molti di questi ingredienti per l’imbalsamazione fin da quando sono state decifrate le antiche scritture egizie, ma finora potevamo solo immaginare quali sostanze ci fossero dietro a ciascun nome”, commenta Susanne Beck dell’Università di Tubinga. La scoperta del laboratorio di Saqqara, avvenuta nel 2016 vicino alla piramide di Unas, ha rappresentato una svolta e ha riservato agli archeologi molte sorprese.

Ad esempio si è scoperto che la sostanza che gli egizi chiamavano ‘antiu’, e che solitamente veniva tradotta come mirra, è in realtà una miscela di ingredienti (come olio di cedro, ginepro e grassi di origine animale) che i ricercatori sono riusciti a separare con l’aiuto di tecniche quali la gascromatografia e la spettrometria di massa. Il confronto delle sostanze identificate con le iscrizioni sui recipienti ha consentito per la prima volta di determinare esattamente quali ingredienti sono stati utilizzati per imbalsamare specifiche parti del corpo.

La resina di pistacchio e l’olio di ricino, ad esempio, venivano impiegati solo per la testa del defunto, mentre altre miscele venivano usate per lavare il corpo o ammorbidire la pelle. “Ciò che ci ha davvero sorpreso è che la maggior parte delle sostanze usate per l’imbalsamazione non proveniva dall’Egitto”, afferma l’archeologo dell’Università di Monaco Philipp Stockhammer, che ha finanziato la ricerca con lo Starting Grant ricevuto dal Consiglio europeo della ricerca (Erc).

“Alcuni ingredienti sono stati importati dalla regione del Mediterraneo e persino dall’Africa tropicale e dal Sud-est asiatico”. Oltre alla resina di pistacchio, all’olio di cedro e al bitume (tutti probabilmente provenienti dal Levante), i ricercatori hanno trovato anche residui di gomma damar e resina di elemi: queste due sostanze, in particolare, mostrano come i rapporti commerciali fossero globalizzati già quasi 3.000 anni fa. “La mummificazione egiziana ha probabilmente svolto un ruolo importante nella nascita dei primi network globali”, afferma Maxime Rageot dell’Università di Tubinga. “Grazie a tutte le iscrizioni sui vasi – conclude Stockhammer – in futuro saremo in grado di decifrare ulteriormente il vocabolario dell’antica chimica egizia che fino a oggi non comprendevamo a sufficienza”.

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