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Economia

Export italiano in crescita: vale il 32% del Pil, ma dazi e crisi geopolitiche frenano gli investimenti

Nel centenario dell’Ice, l’Italia conferma la forza delle proprie esportazioni: nel 2025 hanno raggiunto 643,2 miliardi di euro, con una quota del commercio mondiale salita al 2,77%. Restano però i rischi legati ai dazi americani, alle tensioni geopolitiche e al crollo degli investimenti diretti esteri.

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Nell’incertezza che domina il commercio internazionale, le esportazioni italiane continuano a crescere e a rappresentare uno dei principali motori dell’economia nazionale. L’export vale ormai circa il 32% del prodotto interno lordo, quasi tre volte il peso che aveva nel 1926, anno di nascita dell’Istituto nazionale per il commercio estero.

L’Ice ha celebrato i suoi cento anni con una cerimonia alla Camera dei deputati, tracciando il bilancio di un secolo di internazionalizzazione e indicando nel tessuto delle piccole e medie imprese un potenziale ancora inespresso stimato tra i 40 e i 47 miliardi di euro.

Nel 2025 le esportazioni italiane hanno raggiunto 643,2 miliardi di euro, con una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente. La quota dell’Italia sul commercio mondiale è salita dal 2,75% al 2,77%.

L’obiettivo dei 700 miliardi

Per il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il traguardo dei 700 miliardi di euro di esportazioni resta raggiungibile.

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha sottolineato il miglioramento della posizione italiana nelle classifiche internazionali, ricordando che il Paese ha guadagnato terreno rispetto a grandi economie industriali come Giappone e Corea del Sud.

Il presidente dell’Ice Matteo Zoppas ha parlato di un andamento che continua a sorprendere, nonostante guerre, tensioni commerciali e rallentamento della domanda internazionale. Già nel 2025 l’agenzia aveva indicato i 700 miliardi come un obiettivo ambizioso ma possibile, partendo dai 623,5 miliardi registrati nel 2024.

A maggio export ancora in aumento

I dati più recenti dell’Istat confermano la tenuta del sistema produttivo italiano. A maggio 2026 le esportazioni sono cresciute dello 0,2% rispetto ad aprile e del 4,1% su base annua in valore.

La crescita tendenziale è stata più sostenuta verso i mercati extra Unione europea, con un aumento del 6,8%, rispetto al più contenuto incremento dell’1,7% registrato nell’area Ue. In termini di volume, tuttavia, l’export è diminuito del 2,4%, segnale che una parte della crescita monetaria è legata all’aumento dei prezzi.

Verso i Paesi extra Ue sono aumentate soprattutto le vendite dirette in Svizzera, Cina e nell’area Mercosur, mentre sono diminuite quelle verso Stati Uniti, Turchia e Regno Unito.

L’incognita dei dazi americani

Sulle prospettive future pesano la nuova politica commerciale degli Stati Uniti e il rischio di una crescente frammentazione dell’economia globale.

Secondo il rapporto dell’Ice, l’accelerazione delle tensioni tariffarie e geopolitiche registrata tra il 2025 e la prima metà del 2026 rappresenta uno dei principali fattori di discontinuità per il commercio internazionale.

Per le imprese italiane diventa quindi necessario diversificare i mercati di destinazione, consolidare la presenza fuori dall’Europa e ridurre la dipendenza da singole aree geografiche.

L’aumento dei dazi può tradursi in prezzi più alti per i consumatori americani oppure in una riduzione dei margini per produttori, importatori e distributori. L’Ice ha più volte avvertito che la combinazione tra tariffe e andamento del cambio euro-dollaro può rendere ancora più oneroso l’accesso al mercato statunitense.

Gli Stati Uniti restano un mercato decisivo

Nonostante la stretta commerciale, nel 2025 le vendite italiane negli Stati Uniti hanno continuato a crescere. Il risultato è stato però fortemente sostenuto dal settore farmaceutico, favorito da un’imposizione tariffaria più contenuta rispetto ad altri comparti.

Al netto della farmaceutica, il bilancio sarebbe stato molto meno positivo. Il dato mostra la vulnerabilità di alcuni settori tradizionali del Made in Italy, maggiormente esposti alle nuove barriere commerciali.

Gli Stati Uniti restano comunque uno dei principali mercati per le imprese italiane e la più importante destinazione extraeuropea per numerose filiere industriali, dalla meccanica alla moda, dall’agroalimentare all’arredamento.

Hormuz e le nuove rotte del rischio

Alle tensioni commerciali si aggiunge l’instabilità geopolitica. La crisi nello stretto di Hormuz e le difficoltà delle rotte marittime tra Medio Oriente, Mar Rosso e canale di Suez possono incidere sui costi dell’energia, dei trasporti e delle assicurazioni.

Per un’economia manifatturiera ed esportatrice come quella italiana, l’aumento dei tempi e dei costi della logistica rappresenta un rischio rilevante.

L’Ice ha collegato esplicitamente la possibilità di raggiungere l’obiettivo dei 700 miliardi anche alla stabilizzazione del Medio Oriente e alla piena riapertura delle principali rotte commerciali ed energetiche.

Il crollo degli investimenti esteri

Il quadro appare più fragile sul fronte degli investimenti diretti. Nel 2025 i capitali esteri diretti in Italia sono scesi a 2,8 miliardi di dollari, con una contrazione dell’89,4%.

Sono diminuiti anche gli investimenti italiani all’estero, scesi a 21,3 miliardi, quasi la metà rispetto all’anno precedente.

La flessione riflette l’incertezza internazionale, il costo del denaro, le tensioni commerciali e la prudenza delle imprese rispetto a operazioni di lungo periodo.

Il potenziale delle piccole imprese

La sfida principale indicata dall’Ice riguarda le aziende di piccole e medie dimensioni che producono beni competitivi ma non esportano ancora o vendono all’estero soltanto una quota limitata della propria produzione.

È in questo segmento che si concentra il potenziale aggiuntivo stimato tra 40 e 47 miliardi di euro. Per trasformarlo in esportazioni effettive servono formazione, accesso al credito, reti commerciali, digitalizzazione e una presenza più strutturata nei mercati emergenti.

A cento anni dalla nascita dell’Istituto per il commercio estero, l’Italia conserva dunque una capacità esportatrice molto superiore al peso della propria economia mondiale. La crescita continua, ma per raggiungere i 700 miliardi sarà necessario difendere i mercati già conquistati e aprirne di nuovi, in uno scenario internazionale diventato molto più instabile e competitivo.

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Economia

Il debito italiano sfonda quota 3.200 miliardi: nuovo record a giugno

A giugno il debito pubblico italiano è aumentato di 26,2 miliardi, raggiungendo il record di 3.207,2 miliardi. Cresce la quota detenuta dagli investitori stranieri, mentre diminuiscono quelle di Bankitalia, famiglie e imprese. Il governo punta a uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo.

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Il debito pubblico italiano supera per la prima volta i 3.200 miliardi di euro. A giugno è aumentato di 26,2 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo il nuovo massimo storico di 3.207,2 miliardi: circa 136 miliardi in più rispetto a un anno prima.

Dopo il rallentamento registrato alla fine del 2025, il debito è tornato a crescere quasi senza interruzioni dall’inizio del 2026, con la sola eccezione della lieve diminuzione di aprile.

Aumenta la quota detenuta all’estero

Continua a ridursi la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia, scesa a giugno dal 17,2% al 16,7%. In base agli ultimi dati disponibili, riferiti a maggio, sale invece dal 35,7% al 35,9% la parte in mano ai non residenti.

In diminuzione anche la quota detenuta dagli altri residenti, principalmente famiglie e imprese non finanziarie, passata dal 14,7% al 14,5%.

Il record assoluto fornisce la dimensione nominale del debito, ma per valutarne la sostenibilità sono determinanti anche il rapporto con il Pil, la crescita economica e il costo degli interessi.

Entrate in calo a giugno, ma crescono nel semestre

A giugno le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 43,2 miliardi, in diminuzione di 600 milioni rispetto allo stesso mese del 2025.

Il bilancio dei primi sei mesi rimane però positivo: le entrate hanno raggiunto i 261 miliardi, con un incremento di 3,6 miliardi, pari all’1,4%.

Il governo punta a uscire dalla procedura europea

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è detta fiduciosa sulla possibilità che l’Italia possa uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo dopo la revisione dei conti del 2025 attesa dall’Istat a settembre.

Meloni ha nuovamente attribuito al costo del Superbonus il mancato raggiungimento anticipato dell’obiettivo. L’uscita dalla procedura eliminerebbe alcuni vincoli di sorveglianza rafforzata, ma non garantirebbe automaticamente maggiore libertà di spesa, perché resterebbero gli impegni previsti dalle nuove regole europee.

Tra le ipotesi per la prossima manovra figura una riduzione dell’Irpef per i redditi fino a 60mila euro. Le simulazioni indicano benefici compresi tra 100 e 1.000 euro, ma platea, costi e soglie devono ancora essere definiti.

L’Italia cresce meno della media europea

Nel secondo trimestre il Pil è aumentato dello 0,4% nell’Eurozona e dello 0,5% nell’intera Unione europea. L’Italia si è fermata al +0,2%, dopo il +0,3% dei primi tre mesi dell’anno.

Tra i Paesi considerati, l’incremento italiano figura nella parte bassa della classifica insieme a Germania, Francia e Slovacchia. L’Irlanda registra invece la crescita più elevata, con un +3,9%.

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Ferrero acquisisce Purely Elizabeth e rafforza la colazione salutistica negli Usa

Ferrero Group ha firmato un accordo per acquisire Purely Elizabeth, marchio americano specializzato in granola, cereali e prodotti salutistici. L’operazione rafforza la strategia del gruppo nel mercato nordamericano dopo l’acquisizione di WK Kellogg Co. Non sono stati resi noti i termini economici.

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Ferrero Group ha siglato un accordo per acquisire Purely Elizabeth, azienda statunitense specializzata in prodotti per la colazione e alimenti posizionati nel segmento salutistico.

L’operazione rafforza ulteriormente la presenza del gruppo di Alba nel mercato nordamericano, soprattutto nelle categorie dei cereali, della granola e dei prodotti cosiddetti “better-for-you”. Non sono stati comunicati il valore economico dell’accordo e i tempi previsti per il completamento dell’acquisizione.

Il marchio americano fondato nel 2009

Purely Elizabeth è stata fondata nel 2009 da Elizabeth Stein e ha sede a Boulder, in Colorado. Il suo portafoglio comprende granola, cereali, oatmeal e prodotti realizzati anche con cereali antichi, frutta secca e semi.

Il marchio propone diverse linee certificate senza glutine, biologiche, vegane o prive di organismi geneticamente modificati. Negli ultimi anni l’azienda ha registrato una forte crescita, sostenuta dall’interesse dei consumatori americani verso alimenti percepiti come più naturali e funzionali.

La strategia di Ferrero negli Stati Uniti

«Con il suo straordinario portafoglio di prodotti di qualità e gustosi, Purely Elizabeth è un’ottima aggiunta a Ferrero», ha dichiarato Giovanni Ferrero, presidente di Ferrero International, la holding del gruppo.

Secondo Ferrero, l’acquisizione completa e rafforza quella di WK Kellogg Co, il gruppo che controlla numerosi marchi storici dei cereali per la colazione negli Stati Uniti, in Canada e nei Caraibi.

L’obiettivo è consolidare la presenza nel mercato americano della prima colazione e, contemporaneamente, ampliare l’offerta di prodotti salutistici. In questo segmento Ferrero ha già investito attraverso marchi come Eat Natural e Fulfil in Europa, Power Crunch in Nord America e Bold Snacks in Brasile.

L’acquisizione di Purely Elizabeth conferma la strategia di diversificazione perseguita dal gruppo: accanto ai tradizionali prodotti dolciari, Ferrero sta ampliando la propria presenza nei biscotti, nei gelati, nei cereali, negli snack proteici e negli alimenti destinati ai consumatori maggiormente attenti agli ingredienti e ai valori nutrizionali.

Frase chiave: Ferrero acquisisce Purely Elizabeth

Meta descrizione: Ferrero sigla l’accordo per acquisire Purely Elizabeth e rafforza negli Stati Uniti il business della colazione e dei prodotti salutistici.

Riassunto SEO: Ferrero Group ha firmato un accordo per acquisire Purely Elizabeth, marchio americano specializzato in granola, cereali e prodotti salutistici. L’operazione rafforza la strategia del gruppo nel mercato nordamericano dopo l’acquisizione di WK Kellogg Co. Non sono stati resi noti i termini economici.

Suggerimento immagini: confezioni di granola Purely Elizabeth accanto al logo Ferrero oppure Giovanni Ferrero durante un evento aziendale. Evitare fotomontaggi che possano suggerire la conclusione definitiva dell’operazione prima del perfezionamento dell’accordo.

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Economia

UniCredit-Commerzbank, primo confronto Orcel-Orlopp sul cambio di controllo

Primo confronto diretto tra Andrea Orcel e Bettina Orlopp dopo la conquista da parte di UniCredit di circa il 48% di Commerzbank. Al centro gli effetti contabili, legali e gestionali del cambio di controllo.

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Si apre il dialogo diretto tra UniCredit e Commerzbank. Andrea Orcel e Bettina Orlopp hanno partecipato alla fine della scorsa settimana a una videoconferenza insieme con altri dirigenti dei due istituti, avviando il confronto sulle conseguenze del passaggio del controllo della banca tedesca.

Il colloquio non rappresenta ancora l’apertura di una trattativa formale sulla fusione. Le discussioni si sarebbero concentrate soprattutto sugli aspetti contabili, legali e sulla gestione dei rischi legati alla nuova struttura azionaria.

UniCredit vicina al 50 per cento

Tra le azioni già detenute e quelle ottenute attraverso l’offerta pubblica di scambio conclusa a luglio, UniCredit può contare su una partecipazione di circa il 48 per cento di Commerzbank.

Restano necessari gli ultimi passaggi regolamentari prima che il gruppo italiano possa esercitare pienamente i diritti collegati alla quota. Il confronto servirà quindi a preparare le due banche agli effetti concreti del cambio di controllo.

La telefonata apre la strada a ulteriori incontri nei prossimi mesi, durante i quali potranno essere affrontati anche il futuro assetto industriale, la governance e i rapporti tra Commerzbank e Hvb, la controllata tedesca di UniCredit.

Le divergenze sul piano industriale

Il progetto di UniCredit punta a rafforzare il posizionamento di Commerzbank sul mercato domestico tedesco, riducendo la dipendenza dalle attività internazionali di finanziamento e negoziazione.

Proprio su questo punto restano le maggiori distanze. Bettina Orlopp considera la rete internazionale una componente essenziale del modello industriale e si opporrebbe a un suo ridimensionamento. Le proposte riguardanti la divisione retail e le attività amministrative sarebbero invece meno controverse.

La stessa amministratrice delegata ha ricordato che qualsiasi modifica strutturale, compreso un eventuale accordo di controllo, richiederebbe almeno il 75 per cento dei voti in assemblea.

«Solo un approccio congiunto ha delle potenzialità», ha affermato Orlopp durante la recente presentazione dei risultati.

La posizione del governo tedesco

Nella partita resta centrale il governo di Berlino, ancora titolare di circa il 13 per cento di Commerzbank. L’esecutivo tedesco ha sempre chiesto garanzie sul mantenimento della sede a Francoforte, sui posti di lavoro e sul ruolo della banca nel finanziamento delle imprese nazionali.

Finora Berlino ha mostrato forti resistenze all’operazione e ha respinto le richieste di Orcel di avviare un negoziato diretto. Il nuovo equilibrio azionario rende però sempre più difficile ignorare il peso raggiunto da UniCredit.

Secondo le ipotesi allo studio, Commerzbank potrebbe restare un’entità autonoma per almeno due anni dopo il cambio di controllo. Soltanto in una fase successiva UniCredit valuterebbe una possibile integrazione con Hvb.

Nessuna scossa in Borsa

I mercati hanno accolto senza particolari reazioni la notizia del primo confronto. Commerzbank ha terminato la seduta di Francoforte in rialzo dello 0,2 per cento a 39,1 euro, mentre UniCredit ha registrato a Milano un aumento analogo, chiudendo a 84,6 euro.

Alla fine dello scorso anno Commerzbank impiegava quasi 40 mila persone, circa 25 mila delle quali in Germania e diecimila in Polonia. La forza lavoro di Hvb era invece composta da circa 8.400 dipendenti. Numeri che spiegano perché l’eventuale integrazione sia destinata a restare una questione industriale e politica di primo piano in Germania.

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