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Cultura

Erri De Luca escluso, il paradosso di Salerno Letteratura: la cultura libera solo se è conforme

Il caso Erri De Luca scuote Salerno Letteratura: il festival rivendica la scelta di spostare lo scrittore dalla prolusione inaugurale dopo le sue posizioni su Gaza e Israele. Una decisione che apre un tema più ampio sulla libertà della cultura e sul rischio del conformismo.

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La vicenda di Erri De Luca a Salerno Letteratura pone una domanda semplice e scomoda: un grande scrittore può essere invitato a parlare solo se le sue opinioni non mettono in difficoltà chi organizza un festival? È questo il punto vero, al di là delle formule prudenti, delle ricostruzioni ufficiali e delle parole usate per giustificare una scelta che resta politicamente e culturalmente pesante.

A De Luca era stata affidata la prolusione inaugurale del festival. Poi, dopo le polemiche per le sue posizioni su Gaza, Israele e il sionismo, gli è stato chiesto di rinunciare a quell’intervento e di partecipare eventualmente a un altro incontro. Lo scrittore ha rifiutato. Formalmente non è stato cancellato dal programma. Sostanzialmente è stato rimosso dal ruolo simbolico che gli era stato assegnato.

Il problema non è dissentire da De Luca

Nessuno è obbligato a condividere le posizioni di Erri De Luca. Le sue parole possono essere criticate, contestate, discusse anche duramente. È il sale del confronto democratico. Un festival culturale ha tutto il diritto di prendere posizione, di ospitare voci diverse, di costruire una propria linea editoriale.

Il problema nasce quando la linea editoriale diventa una soglia di compatibilità. Quando un autore può salire sul palco più importante solo se non crea imbarazzo. Quando la cultura, invece di reggere il conflitto, prova ad amministrarlo togliendo centralità a chi disturba.

È qui che la scelta di Salerno Letteratura appare sconsiderata. Non perché De Luca debba essere intoccabile, ma perché un festival della parola dovrebbe avere la forza di misurarsi con le parole più difficili, non di spostarle in un angolo.

La prolusione come spazio di libertà

Gli organizzatori spiegano che la prolusione non è un invito qualsiasi: viene stampata, distribuita, resta come documento del festival. Proprio per questo, però, avrebbe potuto diventare il luogo più alto del confronto. Se De Luca avesse parlato di Alfonso Gatto, poeta partigiano e antifascista, il festival avrebbe avuto la possibilità di tenere insieme memoria, letteratura e conflitto contemporaneo.

Invece si è scelto di non correre quel rischio. E la motivazione rivendicata è ancora più fragile: le parole di De Luca sarebbero state imbarazzanti, avrebbero creato difficoltà, avrebbero generato reazioni forti. Ma la cultura non può ridursi alla gestione dell’imbarazzo.

Il conformismo travestito da responsabilità

Il punto più delicato è proprio questo. Se un festival letterario rivendica l’esclusione di una voce perché quella voce non è compatibile con la propria cornice, il messaggio che passa è pericoloso: puoi essere un grande scrittore, puoi avere una storia, puoi avere un pubblico, puoi aver attraversato la letteratura italiana con una voce riconoscibile, ma devi comunque risultare conforme.

Conforme al clima del momento. Conforme alla sensibilità degli organizzatori. Conforme alle attese dei finanziatori, delle istituzioni, delle fondazioni, delle pressioni esterne o interne. Conforme a ciò che non crea problemi.

È una visione povera della cultura. Una cultura che non desta i cuori, ma li addomestica.

Difendere il festival non significa giustificare tutto

Salerno Letteratura è una manifestazione importante. Ha costruito negli anni un percorso serio, ricco, riconoscibile. Proprio per questo la scelta su De Luca merita una critica forte. Difendere il festival non può significare accettare qualsiasi decisione in nome della sua storia o della sua qualità complessiva.

Un festival maturo non dovrebbe temere una prolusione scomoda. Dovrebbe semmai accompagnarla, contestualizzarla, discuterla, magari affiancarla a un confronto pubblico con voci diverse. La pluralità non si dimostra dicendo che in programma ci sono autori di orientamenti differenti. La pluralità si misura quando arriva una voce che mette davvero in tensione l’impianto del festival.

La cultura non è un ufficio di conformità

La vicenda di Erri De Luca lascia un’impressione amara. Non perché uno scrittore sia stato criticato, ma perché il dissenso è stato trattato come un problema organizzativo. E quando il dissenso diventa un problema da gestire, la cultura perde la sua funzione più nobile.

Un festival letterario dovrebbe essere il luogo in cui le parole vengono ascoltate, contestate, smontate, rimesse in discussione. Non il luogo in cui si decide che alcune parole, se troppo scomode, possono restare fuori dalla porta principale.

Il cuore desto non ha bisogno di parole conformi. Ha bisogno di parole libere, anche quando disturbano.

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Cultura

Biennale di Venezia, l’Ue raccomanda lo stop a 2 milioni di fondi per il padiglione russo: scontro nella maggioranza

La Commissione europea raccomanda all’Eacea di revocare il finanziamento da due milioni di euro alla Biennale di Venezia dopo la riapertura del padiglione russo. La Lega difende la Fondazione, mentre nel governo e tra le opposizioni emergono posizioni contrapposte.

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La riapertura del padiglione russo alla Biennale di Venezia torna ad alimentare lo scontro politico italiano e il confronto con Bruxelles. La Commissione europea ha formalmente raccomandato all’Eacea, l’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, di revocare il finanziamento da due milioni di euro concesso alla Fondazione veneziana.

L’annuncio è arrivato dalla vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, secondo la quale la decisione è maturata dopo l’esame delle risposte inviate dalla Biennale per giustificare la partecipazione russa. Per Bruxelles, i progetti culturali sostenuti con denaro europeo devono promuovere e tutelare valori democratici che l’attuale governo russo non rispetterebbe.

La raccomandazione politica è stata trasmessa all’agenzia competente, ma la procedura tecnica non risulta ancora definitivamente conclusa. La Biennale attende quindi la comunicazione formale prima di valutare le iniziative da assumere.

La Biennale pronta a difendersi

La Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco sostiene di aver risposto puntualmente alle richieste di chiarimento ricevute nei mesi scorsi e si dichiara pronta a far valere le proprie ragioni nelle sedi competenti.

La Commissione aveva contestato già in primavera la riapertura del padiglione russo, tornato alla Biennale per la prima volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Ventidue Paesi europei avevano chiesto di escludere la partecipazione ufficiale di Mosca, ritenendo che potesse essere utilizzata come strumento di legittimazione e propaganda.

La Biennale ha invece difeso la propria autonomia e il principio secondo cui l’arte dovrebbe restare uno spazio di dialogo, nonostante le guerre e le tensioni internazionali.

La Lega contro Bruxelles

La decisione europea ha aperto una nuova frattura nella maggioranza. La sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, esponente della Lega, ha definito l’intervento di Bruxelles «inaccettabile» e una decisione politica assunta prima dell’individuazione di una concreta violazione delle regole.

Secondo Borgonzoni, la sospensione dei finanziamenti costituirebbe un danno per un’istituzione che svolge da anni un’attività culturale di rilievo internazionale e rappresenterebbe una forma di pressione economica incompatibile con la libertà artistica.

Sulla stessa linea il presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia, che ha espresso sostegno a Buttafuoco e ha invitato il governo a difendere la Biennale, sostenendo che gli artisti non possano essere assimilati ai governi o agli eserciti.

Giuli contrario alla riapertura del padiglione

La posizione leghista si distingue da quella assunta dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva espresso contrarietà alla scelta di riaprire il padiglione russo, pur riconoscendo l’autonomia della Fondazione.

La controversia aveva già provocato forti tensioni istituzionali e proteste durante l’esposizione. Anche la giuria aveva assunto una posizione critica nei confronti dei Paesi coinvolti in contestazioni internazionali per presunte violazioni dei diritti umani, alimentando ulteriormente il dibattito sull’indipendenza dell’arte e sul rapporto tra cultura e politica.

Il M5s con la Lega, il Pd sostiene l’Ue

Sul caso si registra una convergenza tra la Lega e il Movimento 5 Stelle, già emersa in altre occasioni legate alla guerra in Ucraina.

Il capogruppo pentastellato al Senato Luca Pirondini ha parlato di un «ricatto» e di un’intimidazione politica contro l’autonomia della Biennale, chiedendo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di opporsi alla decisione europea.

Di segno opposto la posizione del senatore del Partito democratico Filippo Sensi, che ha difeso l’intervento dell’Unione europea e accusato i sostenitori della riapertura del padiglione di confondere la libertà artistica con la propaganda del Cremlino.

Il nodo tra libertà artistica e fondi pubblici

Il confronto ruota attorno a due principi contrapposti. Da una parte, la Biennale rivendica l’autonomia della cultura e il rifiuto della censura preventiva. Dall’altra, la Commissione sostiene che l’utilizzo di fondi pubblici europei imponga il rispetto di precise condizioni etiche e politiche.

La decisione finale dell’Eacea chiarirà se i due milioni di euro saranno effettivamente revocati. La battaglia, tuttavia, appare destinata a proseguire anche sul piano politico e, probabilmente, su quello legale.

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Cultura

Padiglione russo alla Biennale, l’Ue chiede lo stop a 2 milioni di finanziamenti

La Commissione europea ha raccomandato all’Eacea di interrompere il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Biennale di Venezia dopo il caso del padiglione russo. La Lega protesta e chiede al governo di compensare le risorse.

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La Commissione europea ha raccomandato ufficialmente all’Eacea, l’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, di interrompere il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Fondazione Biennale di Venezia.

La decisione arriva al termine del lungo confronto sulla presenza del padiglione russo alla 61ª Esposizione internazionale d’arte, inaugurata il 9 maggio. La raccomandazione non rappresenta ancora la revoca formale del contributo, che spetta all’agenzia competente, ma appare destinata a tradursi nello stop alle risorse europee.

La decisione annunciata da Virkkunen

Ad annunciare la posizione della Commissione è stata la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

«La cultura in Europa, finanziata con il denaro dei contribuenti, dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Tali valori non vengono rispettati nella Russia odierna», ha scritto la commissaria finlandese.

La raccomandazione è stata formulata dopo una valutazione delle risposte fornite dalla Biennale per giustificare la riapertura e la presenza del padiglione della Federazione Russa.

Il confronto tra Bruxelles e la Biennale

Il caso era esploso in primavera. Il governo italiano, attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, aveva espresso la propria contrarietà alla partecipazione ufficiale della Russia, precisando che la decisione era stata assunta in autonomia dalla Fondazione.

La Commissione europea e l’Eacea avevano quindi avviato un carteggio con la Biennale, chiedendo chiarimenti sulla compatibilità della partecipazione russa con le sanzioni europee e con le condizioni previste per l’assegnazione dei finanziamenti comunitari.

Bruxelles aveva avvertito che la prosecuzione dell’iniziativa avrebbe potuto determinare la sospensione o la cessazione del contributo. La Biennale ha tuttavia inaugurato l’esposizione il 9 maggio, mantenendo il padiglione russo nel programma, pur sostenendo di non avere violato le misure restrittive dell’Unione.

Un finanziamento previsto per tre anni

Il contributo contestato ammonta complessivamente a 2 milioni di euro ed è collegato a un programma europeo pluriennale.

La gestione operativa delle risorse spetta all’Eacea, chiamata ora a valutare e formalizzare la raccomandazione della Commissione. La Biennale potrà eventualmente attivare gli strumenti amministrativi e giudiziari previsti per contestare il provvedimento definitivo.

La Fondazione ha fatto sapere di avere appreso la notizia attraverso il messaggio pubblicato sui social e ha definito marginale l’incidenza del contributo rispetto al proprio bilancio complessivo, annunciando la volontà di tutelare le proprie ragioni.

La reazione della Lega

La decisione europea ha provocato una dura reazione della Lega, che ha difeso l’autonomia culturale della manifestazione veneziana.

«La Biennale è storia, cultura, arte, innovazione e libertà. Se qualche burocrate di Bruxelles non riesce a capirlo, ce ne faremo una ragione», ha affermato il partito di Matteo Salvini.

La Lega ha annunciato che chiederà al governo italiano di integrare le somme eventualmente revocate dall’Unione europea, sostenendo che «la cultura non si piega ai diktat di Bruxelles».

La linea europea sulla Russia

La controversia si inserisce nella più ampia politica europea di isolamento della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

Nelle conclusioni del Consiglio europeo di giugno è stato ribadito che, fino al raggiungimento di una pace giusta e duratura, non dovrebbe esserci una normalizzazione della partecipazione russa agli eventi culturali e sportivi internazionali.

La stessa posizione è stata richiamata nel confronto sulla possibile riammissione degli atleti russi nelle competizioni internazionali e alle Paralimpiadi di Milano-Cortina.

Il caso della Biennale apre così uno scontro che va oltre il valore economico dei fondi: da una parte Bruxelles rivendica il diritto di subordinare le proprie risorse al rispetto dei valori e delle politiche dell’Unione; dall’altra viene invocata l’autonomia delle istituzioni culturali e la libertà dell’arte rispetto alle contrapposizioni geopolitiche.

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Cultura

Premio Strega 2026, Michele Mari vince con “I convitati di pietra”

Michele Mari vince il Premio Strega 2026 con “I convitati di pietra”, edito da Einaudi, ottenendo 190 voti. Secondo Matteo Nucci con “Platone. Una storia d’amore”, terza Bianca Pitzorno con “La sonnambula”.

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Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026 con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi. Lo scrittore, indicato fin dall’inizio come favorito, ha ottenuto 190 voti, confermando il successo già ottenuto con il Premio Strega Giovani.

La vittoria è arrivata dopo settimane segnate dalle polemiche legate al cosiddetto “affaire pulmino”, che non hanno però inciso sull’esito finale della competizione.

Le parole dello scrittore

All’annuncio della vittoria, Mari ha ringraziato i lettori che lo hanno sostenuto e anche quelli che non lo hanno votato, ricordando il lungo tour verso la finale.

Lo scrittore ha poi dedicato il riconoscimento alla moglie e ai figli, invitandoli a salire sul palco. Con il suo tono asciutto e ironico, ha spiegato anche la difficoltà a sorridere in pubblico: “Da quando scrivo e pubblico libri mi dicono sorridi, ridi, non sono capace”.

Una finale nel Campidoglio restaurato

La serata finale si è svolta per la prima volta nella piazza del Campidoglio appena restaurata. Presenti il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Gualtieri ha sottolineato il legame crescente tra Roma, la letteratura e i libri, ricordando il bisogno di cultura e spirito critico in una fase complessa.

Il romanzo vincitore

I convitati di pietra è un romanzo corale costruito attorno a un patto goliardico, di sangue e di denaro, tra ex compagni di classe del liceo Berchet di Milano, nel 1974, dopo gli esami di maturità.

Quel patto si trasforma in una competizione feroce, una lotteria destinata a legare i protagonisti per la vita e per la morte.

La classifica finale

Secondo posto per Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore di Feltrinelli, che ha ottenuto 152 voti. Terza Bianca Pitzorno con La sonnambula di Giunti, votata da 84 giurati.

Quarto posto per Alcide Pierantozzi con Lo sbilico di Einaudi, a 78 voti. Quinta Teresa Ciabatti con Donnaregina di Mondadori, a 75 voti. Sesta Elena Rui con Vedove di Camus, pubblicato da L’orma, con 64 voti.

Votanti e diretta Rai

Il totale dei voti espressi è stato di 643, pari all’80,4% degli aventi diritto. A presiedere il seggio è stato Andrea Bajani, vincitore della precedente edizione.

La finale è stata trasmessa su Rai3, con la conduzione di Pino Strabioli e Gloria Campaner, ed è stata diffusa anche in streaming in diverse arene culturali romane.

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